Crollo Rana Plaza in Bangladesh, 3 anni per corruzione al proprietario. Morirono 1.100 persone

Il crollo avvenne il 24 aprile 2013: impiegati e inquilini erano stati evacuati il giorno prima
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ROMA – A quattro anni dal disastro del Rana Plaza, il cui collasso causò il 24 aprile 2013 la morte di oltre 1.100 operai, i giudici hanno condannato a tre anni di reclusione Sohel Rana, il proprietario dell’edificio. Un tribunale di Dacca lo ha giudicato colpevole di corruzione per essersi rifiutato di fornire informazioni sulla sua situazione patrimoniale alla commissione anti-corruzione, creata dal governo qualche anno fa proprio per riportare la trasparenza nelle attività economiche del Paese. Per questo i magistrati hanno comminato il massimo della pena. Secondo la stampa internazionale, Sohel Rana fu arrestato dalla polizia tre giorni dopo l’incidente, mentre cercava di lasciare il Paese alla volta dell’India. Ma sull’uomo pendono ancora altri capi d’accusa, tra cui quello di omicidio colposo, che potrebbe costare a lui e agli altri 37 imputati nella vicenda del Rana Plaza la pena di morte.

EDIFICIO PERICOLANTE, MA OPERAI AVEVANO ORDINE DI CONTINUARE LAVORO

Gli operai sopravvissuti – circa 2.500, molti dei quali hanno subito amputazioni anche multiple – hanno raccontato agli inquirenti di aver ricevuto l’ordine di continuare a lavorare sebbene l’edificio mostrasse evidenti segni di cedimento. Questo nonostante il fatto che gli impiegati della banca e gli inquilini degli appartamenti presenti nell’edificio fossero stati evacuati già dal giorno precedente il crollo.

L’incidente ha avuto come conseguenza una grande e vasta presa di coscienza a livello sia interno che internazionale sulla condizione dei lavoratori bengalesi nell’industria del tessile, sottopagati e con garanzie contrattuali e sociali fragili o inesistenti. A causa dei salari molto bassi, numerosi marchi occidentali scelgono il Bangladesh per confezionare abiti, calzature e accessori. Un meccanismo che se da un lato garantisce 4 milioni di posti di lavoro – rendendo il Paese il secondo esportatore mondiale di vestiti dopo la Cina – dall’altro ha un duro costo sui diritti dei lavoratori. L’inchiesta avviata dalle autorità coinvolge anche funzionari pubblici, sospettati di non aver vegliato sul rispetto delle clausole di sicurezza da parte degli imprenditori. Alcuni di loro avrebbero ad esempio aggiunto tre piani all’edificio, noncuranti delle conseguenze sulla tenuta delle fondamenta, che infatti hanno ceduto.

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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