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Roma, Esc Atelier rischia la chiusura e lancia un appello a Gualtieri: “Serve soluzione politica”

Lo storico spazio autogestito di San Lorenzo condannato dal tribunale a pagare dieci anni di affitto arretrato
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ROMA – Dopo 17 anni Esc, lo storico spazio autogestito da militanti e collettivi universitari prima a via dei Reti e oggi a via dei Volsci, a San Lorenzo, rischia di chiudere per sempre. Lo scorso 20 ottobre il giudice civile ha infatti stabilito l’applicazione per lo spazio sociale della ‘famigerata’ delibera 140/2015 del Campidoglio, a firma Ignazio Marino e Luigi Nieri, condannando l’associazione a pagare l’intero canone di locazione in forma retroattiva dal 2009 al 2019 per un totale di circa 221mila euro, una cifra stellare che sommata agli altri costi, tra nuovi affitti e spese legali, potrebbe superare i 300mila euro. A denunciarlo sono i ragazzi di Esc Atelier, in un lungo post affidato alle pagine del portale DinamoPress.

“Una nuova pesantissima condanna ha colpito Esc. Stavolta c’è il rischio che la nostra esperienza politica e sociale sia cancellata per sempre– spiega l’articolo- Mercoledì 20 ottobre un giudice civile ha confermato per il nostro spazio il teorema della delibera 140, che disconosceva le attività sociali e culturali svolte negli spazi del patrimonio indisponibile assegnati dal comune e il conseguente abbattimento del canone di locazione a un quinto del prezzo di mercato. La sentenza ha così disposto il pagamento del 100% dell’affitto. Il nostro è l’unico caso in tutta Roma. La somma è stata calcolata retroattivamente, dal 2009 al 2019: una vera e propria truffa da parte dell’amministrazione comunale. L’importo dovuto attualmente è di 221.408,82 euro. Tra nuovi affitti, spese legali e altri costi, però, si potrebbero facilmente superare i 300mila euro. Soldi che, molto semplicemente, non abbiamo. E non ce li abbiamo perché a quello spazio, strappato con le unghie e con i denti, abbiamo dato tutto senza prendere in cambio nulla”.

Il 159 di via dei Volsci, sottolineano da Esc, “era solo uno dei tanti immobili pubblici lasciati vuoti. In dodici anni, dopo cinque di occupazione in uno stabile adiacente, lo abbiamo riempito con sportelli di sostegno legale per migranti e precari, la scuola di italiano per stranieri, le merende e i doposcuola dei bambini del quartiere, l’aula studio e le occasioni di incontro di studenti universitari e medi, le riunioni della redazione di dinamopress, gli incontri delle lavoratrici e dei lavoratori del sindacato Clap, le assemblee del movimento femminista Non Una Di Meno e delle reti politiche cittadine e internazionali. A Esc si sono svolti centinaia di dibattiti, presentazioni, proiezioni, mostre. E poi i cicli di seminari della Libera Università Metropolitana e di Euronomade, la conferenza C17 a cent’anni dalla rivoluzione sovietica, i festival di editori e vignaioli indipendenti. Il nostro spazio è diventato negli anni un centro di produzione culturale indipendente e gratuita, un presidio anti-fascista e anti-sessista, un punto di riferimento per la città e il quartiere”.

Ma per raccontare Esc, proseguono i ragazzi, “non ci si può fermare a quanto accaduto tra quelle mura. Esc è stato protagonista dei movimenti universitari del 2005, 2008 e 2010 in difesa dell’istruzione pubblica, ha preso parte alla battaglia per i beni comuni (dalla costituente di Stefano Rodotà ai referendum per l’acqua pubblica e contro il nucleare), è andato in giro per l’Europa a manifestare in difesa dei diritti umani, ambientali, sociali e lavorativi, è salito sulle navi umanitarie che salvano vite nel Mediterraneo centrale e in particolare su quella di Mediterranea Saving Humans che ha direttamente contribuito a mettere in mare, è stato nel Kurdistan turco e in quello siriano dove il popolo curdo combatte contro il regime di Erdogan e i terroristi dell’Isis”.

Per sostenere tutte queste attività “abbiamo anche organizzato iniziative di autofinanziamento: ciascuno di noi ha messo a disposizione il proprio tempo e le proprie energie, magari dopo lunghe ore di studio o infiniti turni tra un lavoro precario e l’altro, per rendere possibili dei momenti di raccolta fondi che rendessero accessibili e completamente gratuite tutte le attività che scandiscono la vita dello spazio. Alla fine di febbraio 2020, per senso di cura collettiva, abbiamo sospeso molte di quelle attività, senza attendere che lo Stato dichiarasse il lockdown. Anche in quelle settimane difficili, però, Esc ha svolto un ruolo importante per decine di persone in difficoltà: mentre tanti restavano a casa, noi andavamo in giro a raccogliere beni di prima necessità e distribuirli casa per casa a San Lorenzo e Roma Est, insieme ad attiviste/i di altri spazi sociali e associazioni. Dopo il periodo con maggiori restrizioni, abbiamo riaperto le attività sociali e i servizi autogestiti, preferendo evitare le iniziative di socialità che avrebbero potuto creare assembramenti e dunque rischi. Sono ricominciate solo pochi giorni fa, perché anche stare insieme, ascoltare musica, conoscersi, incontrarsi fuori dai circuiti commerciali è una funzione importante che il nostro spazio ha svolto in una città in cui molti locali sono in mano alla criminalità organizzata e in un quartiere trasformato in divertimentificio dagli interessi privati”.

“Nel procedimento contro di noi il giudice civile non ha ammesso nessuno dei tanti testimoni che avevamo chiamato a raccontare l’incredibile ricchezza di iniziative sociali, solidali, politiche, culturali, musicali della nostra esperienza”, raccontano sempre da Esc. “Al contrario, ha dato valore all’estratto di un singolo verbale dei Vigili urbani secondo cui all’interno dello spazio si suonava musica e si somministravano bevande (attentato!). Un verbale che non abbiamo mai potuto vedere e che, tra l’altro, è stato contraddetto da almeno due atti analoghi dei Vigili urbani, ma di contenuto opposto. Questi, però, non sono stati affatto considerati nell’esito della decisione”.

Sei anni fa, ricordano, “fummo tra i primi a ricevere la lettera del dipartimento Patrimonio che sosteneva l’illegittimità delle assegnazioni a canone sociale che il Comune di Roma aveva concesso a centinaia di realtà: la lettera chiedeva la restituzione dell’immobile e il versamento al 100% di tutti gli affitti accumulati. Quelle lettere erano diretta conseguenza della persecuzione contro le realtà sociali della Capitale, scatenata dalla Procura della Corte dei conti, che avrebbe voluto accomunare il tessuto associativo agli scandali di ‘affittopoli’. Così, noi e molti altri siamo stati considerati come un costo, come un ‘danno erariale’, cancellando tutto quello che avevamo dato e abbiamo continuato a dare alla città. Il teorema era stato poi ratificato dalla delibera 140/2015, firmata da Ignazio Marino e Luigi Nieri. Quando Esc è finito sotto sgombero, non abbiamo mai pensato di dare battaglia per mettere al sicuro solo noi stessi: da subito, abbiamo convocato le altre realtà cittadine e organizzato la rete Decide Roma. L’obiettivo era trovare una soluzione politica per tutti gli spazi sotto attacco, ma anche aprire nuove possibilità e tutele per quelli che sarebbero potuti nascere nel tempo”.

Dopodiché “nel periodo del commissariamento del prefetto Francesco Paolo Tronca, e poi durante i cinque anni di Virgina Raggi, una mobilitazione costante ha provato a praticare quell’obiettivo. Il teorema della delibera 140 è caduto sotto una raffica di sentenze della stessa Corte dei conti che ha sconfessato la sua procura e stabilito che per nessun motivo gli immobili di patrimonio indisponibile, in quanto destinati a uso sociale e culturale, possono essere locati a canone di mercato. Pertanto quelle richieste di denaro erano – e sono – assurde. Tuttavia, l’assenza di una soluzione politica, che il Movimento 5 Stelle ha costantemente osteggiato, ha fatto in modo che l’azione amministrativa continuasse in totale autonomia e che i percorsi giudiziari dei singoli spazi prendessero strade differenti”.

Come sottolineato dai ragazzi dell’Atelier, “molti spazi sociali e molte associazioni, con situazioni del tutto analoghe alla nostra, hanno presentato ricorsi con la stessa identica impostazione: essi sono stati accolti dai giudici, che hanno ribadito l’ovvio, e cioè che era corretto pagare il canone ridotto (sia per il passato che per il futuro). Incredibilmente, e contro ogni aspettativa, soltanto per Esc la sentenza è stata di condanna. Non sappiamo esattamente quale sia il motivo. Di certo non siamo propensi ad attribuirlo semplicemente al caso o alla sfortuna. Gli elementi e il contesto indicano invece un accanimento nei nostri confronti. Forse perché abbiamo sempre mantenuto una profonda indipendenza e autonomia, o perché in questa battaglia ci siamo esposti in prima fila”.

L’APPELLO DI ESC A GUALTIERI: SERVE UNA SOLUZIONE POLITICA

“Faremo appello contro la decisione del giudice, ma continueremo a lottare anche sul piano politico. È la politica che si deve fare carico dei problemi e delle opportunità di questa città, come d’altronde è accaduto negli ultimi mesi e con interventi normativi regionali e del Parlamento per alcune realtà sociali con le quali collaboriamo da anni. Il nuovo sindaco ha ora una priorità nell’agenda politica che riguarda la vita di questa città”. Lo annunciano i ragazzi di Esc Atelier sul portale DinamoPress dopo la sentenza del giudice civile che condanna retroattivamente lo spazio sociale al pagamento di 221mila euro per dieci anni di locazioni arretrate a Roma Capitale.

Nel frattempo, sottolineano, “dovremo anche costituire un fondo di garanzia per tutelare le nostre compagne e i nostri compagni che da mercoledì scorso rischiano il pignoramento dei conti bancari e prelievi diretti sui già precari stipendi. ‘Si parte e si torna insieme’, per noi, significa non lasciare indietro nessuno, neanche nei momenti più difficili. Nei prossimi giorni comunicheremo come prendere parte a questa battaglia, che non riguarda solo il futuro di Esc, ma di un pezzo importante di questa città”.

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