Cina, la nuova diga in Tibet crea frizioni con l’India

Il progetto Lahlo, interrompendo il corso del fiume Xiabuqu, provoca danni all'ambiente e alle economie locali
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

monaci tibetROMA – La Cina ha terminato la realizzazione di un’enorme diga funzionale ad una centrale idroelettrica, sfruttando le acque dello Xiabuqu, un fiume che scorre nella regione autonoma del Tibet. Secondo le fonti di stampa cinese, il 30 settembre scorso Pechino ha fatto sapere che con la conclusione della diga, il corso di tale fiume e’ stato interrotto, colpendo cosi’ una zona del Tibet gia’ a forte rischio desertificazione. Infatti lo Xiabuqu era fondamentale per fertilizzare col suo limo tutta la valle. Ma non e’ solo questa regione a subire le conseguenze delle politiche di sviluppo cinesi: anche New Delhi ha espresso preoccupazione, dal momento che il fiume “sospeso” e’ il principale tributario dello Yarlung Tsangpo, o Brahmaputra, che nasce in Tibet per scorrere poi per quasi 3mila chilometri verso la Cina e poi l’India, nella regione nord-orientale dell’Arunachal Pradesh, dando poi origine al Gange.

Sebbene Pechino abbia garantito che il progetto Lahlo – che prevede un investimento di 740 milioni di dollari, e che sara’ completato nel 2019 – non pregiudichera’ in alcun modo la portata del Brahmaputra, l’India non e’ tranquilla. E le cose si fanno piu’ complesse dal momento che tra i due paesi non esiste un trattato comune sulla gestione delle acque. Oltre a temere una riduzione dell’acqua in arrivo – un problema a cui sono esposti tutti i paesi che ricevono il corso di un fiume che ha la sua origine altrove – i cambiamenti potrebbero danneggiare anche i tanti villaggi del nord-est che intorno alle sue rive hanno fondato la propria economia. Una popolazione in particolare dell’Arunachal Pradesh vive del commercio dei tronchi, che trasporta a valle proprio grazie alle rapide del fiume. Se questo corso subisse delle trasformazioni, di migliaia di persone ne subirebbero le conseguenze.

A peggiore il quadro tutt’altro che roseo, le recenti tensioni tra l’India e il Pakistan – accusato dal vicino di favorire il terrorismo regionale – che rendono la Cina un ‘nemico naturale’ per New Delhi: Pechino infatti e’ rimasto un fedele alleato di Islamabad, e non ha apprezzato che l’India abbia sospeso la commissione che si occupava di condurre i negoziati col Pakistan per la gestione del fiume Indo. Stando cosi’ le cose, e’ anche difficile che l’India accettera’ di acquistare la nuova energia elettrica prodotta dalla Cina grazie alla nuova diga, sebbene New Delhi sia uno dei suoi principali acquirenti.

La nuova diga cinese sara’ in grado di contenere 295 milioni di metri cubi di acqua, e favorira’ l’irrigazione di 30mila ettari di campi coltivati. Per il futuro Pechino punta a costruirne altre 40: sebbene l’obiettivo sia rifornire il Tibet di energia elettrica e riconvertire le centrali a base di fonti fossili in centrali ‘verdi’, che sfruttano le risorse rinnovabili. Ma come osservano alcuni media, quello delle dighe non e’ forse il metodo piu’ adatto per ridurre i cambiamenti climatici, dal momento che ‘svuotare’ il letto di un fiume influenza negativamente la composizione del suolo, il ciclo delle piogge e quindi tutto l’ecosistema circostante, influenzando la vita di migliaia di persone e favorendo la nascita di questioni politiche facilmente infiammabili.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

 

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Agenzia DIRE - Iscritta al Tribunale di Roma – sezione stampa – al n.341/88 del 08/06/1988 Editore: Com.e – Comunicazione&Editoria srl Corso d’Italia, 38a 00198 Roma – C.F. 08252061000 Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»