Donne, Lucha y Siesta e la costruzione dell’utopia quotidiana della cura

Prosegue il percorso di progettazione partecipata avviato dalla Casa delle Donne 'Lucha y Siesta' con l'incontro online 'Bene comune transfemminista' dedicato agli aspetti più economici intorno a luoghi di cura e beni comuni
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ROMA – Rivoluzionare il concetto di proprietà, affermare quello di redditività civica per restituire a città e comunità i luoghi di cura, cura da trasformare in un concetto economico misurabile, per poi calcolare il “debito di cura” derivato dal lavoro non retribuito e volontario. Prosegue lungo queste linee tematiche il percorso di progettazione partecipata avviato dalla Casa delle Donne ‘Lucha y Siesta’ di Roma a settembre, con una seconda tappa virtuale a dicembre, e la terza oggi, con l’incontro online ‘Bene comune transfemminista’ dedicato agli aspetti più economici intorno a luoghi di cura e beni comuni.

È proprio in luoghi come ‘Lucha y Siesta’, centro antiviolenza, casa rifugio e spazio culturale femminista e transfemminista attivo nel cuore del quartiere Tuscolano a Roma, che si costruisce “l’utopia quotidiana della cura” secondo Giorgia Serughetti, filosofa e ricercatrice all’università di Milano Bicocca, intervenuta nel dibattito proprio a partire da quanto finora realizzato dalla Casa delle Donne di via Lucio Sestio 10: una sperimentazione concreta della “battaglia contro il mercato neoliberale”, combattuta “non, o non solo, progettando una rivoluzione a venire, ma molto concretamente, giorno per giorno, spesso con un paziente e quotidiano lavoro politico con le istituzioni”, per sottrarre un bene allo schema alternativo pubblico-privato e “creare il bene comune”.

Mettere “la cura al centro, non solo come accudimento e relazione duale, ma come una più ampia risposta ai bisogni delle persone viventi, anche rivolta ai non umani con cui viviamo in una relazione di co-dipendenza” è l’ipotesi proposta dal ‘Manifesto della cura’ di The Care Collective (Alegre, marzo 2021), che va a scardinare l’assetto di una società basata sull’“iniquità dei carichi di cura” e “nell’accesso alle cure, due facce della stessa medaglia”, osserva Serughetti, che ricorda la proposta della docente di Scienze Politiche ed esperta di studi di genere Joan Tronto di “mettere la cura al posto del mercato”, come principale “centro di interesse della politica”.

Ma tutto questo si può misurare? Marcella Corsi, economista e coordinatrice del MinervaLab dell’università La Sapienza di Roma, per rispondere a questa domanda suggerisce di partire dal testo di Katrine Marcal ‘Who Cooked Adam Smith’s Dinner?’, cioè dalla domanda ‘Chi cucinava la cena di Adam Smith?’, filosofo e padre dell’economia politica. “Chiedersi questo in modo banale- sottolinea Corsi- è il modo per rovesciare un paradigma economico che di cura non parla mai, perché è basato sul concetto cardine del cosiddetto ‘homo oeconomicus’, che si occupa dei mercati, degli scambi razionali e per profitto, che parla di bisogni sempre nel tentativo di trovare risposte razionali e quindi condizionate da risorse scarse a bisogni per loro natura infiniti”.

Parlare di cura “è di per sé rivoluzionario in economia”, aggiunge l’economista, che osserva come il mercato del lavoro non prenda nemmeno in considerazione il lavoro non retribuito. Per questo, secondo l’esperta, va ribaltato il paradigma e, in uno slogan, “immaginare il mondo della produzione come un mondo della riproduzione sociale” e ricalibrare la misurazione economica sul “lavoro invisibile, soprattutto delle donne nell’ambito del lavoro domestico”.

Quale può essere, dunque, l’indicatore più adatto per misurare tutto questo e affermare un nuovo paradigma economico? “Esistono strumenti importanti come le indagini sull’uso del tempo– spiega Corsi- Sono gestite da istituti centrali di statistica, non armonizzate a livello internazionale. Ma grazie ad alcuni progetti specifici in parte sono stati resi confrontabili e hanno la forza, attraverso i diari economici di vita dei soggetti nelle famiglie, di misurare come viene utilizzato il tempo nell’arco della giornata. Solo così riusciamo a dare misura del lavoro invisibile che viene svolto nelle cucine di Adam Smith”.

Al termine degli interventi si è aperto il confronto con altre realtà a livello nazionale, già intervenute nel percorso di progettazione partecipata promosso da ‘Lucha y Siesta’, dall’ex asilo Filangieri di Napoli al Macao di Milano, Dalla Casa Internazionale delle Donne di Roma alla Coalizione per i beni comuni. “Noi abbiamo quantificato le nostre attività per confrontarci con un mondo che misura tutto in termini di produzione– afferma Chiara Franceschini, attivista e operatrice della Casa delle Donne ‘Lucha y Siesta’- Questo passaggio non è sufficiente lì dove ci poniamo l’obiettivo di mettere la cura come criterio organizzativo e come centro di politiche non solo comunitarie, ma anche statuali. Io credo- conclude- che sia molto importante cercare di mettere in condivisione quelle che sono già le pratiche dell’utopia quotidiana, come la tessitura di relazioni interpersonali, l’interdipendenza e la questione del tempo”.

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