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Gli alberi più giovani salveranno la Terra? La ricerca Esa

Pubblicata su Nature Geosciences, descrive come, per la prima volta, gli scienziati dell'agenzia spaziale abbiano osservato come cambiano le riserve di carbonio su scala globale, grazie alle osservazioni del satellite Smos

Pubblicato:09-10-2023 16:13
Ultimo aggiornamento:09-10-2023 16:19
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L’Agenzia spaziale europea (Esa) ha all’attivo diverse missioni coinvolte nell’osservazione della Terra. I satelliti, grazie agli avanzati strumenti di cui sono dotati, riescono a vedere ciò che da Terra non è possibile cogliere, fornendo informazioni utili per valutare lo stato di salute del nostro pianeta. Un tema particolarmente importante, in quest’epoca segnata dai cambiamenti climatici, in cui si cerca di intercettare elementi che potrebbero aiutare a conservare il nostro pianeta. Una recente ricerca dell’Esa incentrata sulle foreste e sul loro ruolo nell’assorbimento dell’anidride carbonica ha rivelato che il ruolo più importante lo svolgono, a sorpresa, gli alberi più giovani. Proprio così: le foreste più giovani, popolate da alberi di età compresa tra i 50 e i 140 anni- giocano un ruolo dominante nell’assorbimento dell’anidride carbonica e nella produzione di biomassa. La scoperta è avvenuta grazie all’uso del satellite Smos, acronimo di  Earth Explorer Soil Moisture and Ocean Salinity, cioè un esploratore spaziale di umidità del suolo e salinità degli oceani.

La ricerca realizzata da Esa è stata pubblicata nella rivista scientifica Nature Geosciences e descrive come, per la prima volta, gli scienziati dell’agenzia spaziale abbiano osservato come cambiano le riserve di carbonio su scala globale, grazie alle osservazioni del satellite Smos. Per comprendere meglio la complessità del sistema climatico terrestre e soprattutto per predire i comportamenti futuri del clima,  per gli scienziati è importante capire le dimensioni dello stoccaggio del carbonio. Un compito reso difficile per quanto riguarda le riserve contenute nella vegetazione, ma che ora, grazie ai satelliti, si è molto semplificato. 

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Il team dell’Esa è guidato dai ricercatori del laboratorio francese delle Scienze del Clima e dell’Ambiente, i quali hanno scoperto che le riserve di carbonio stoccate sulla Terra sono aumentate di circa 510 milioni di tonnellate l’anno tra il 2010 e il 2019. L’aumento di biomassa ricca di carbonio è stato in gran parte dovuto alle foreste boreali e temperate, mentre le foreste tropicali hanno aggiunto solo piccoli aumenti di carbonio – a causa della deforestazione e dei terreni dedicati all’agricoltura. Sorprendentemente, la ricerca- che fa parte del progetto Reccap-2 all’interno dell’Iniziativa per il Cambiamento climatico dell’Esa- ha scoperto che le foreste giovani e quelle di mezza età giocano un ruolo dominante. Al contrario, quelle più vecchie di 140 anni sono considerate ininfluenti per quanto riguarda lo stoccaggio del carbonio, cioè il contrario dei modelli predittivi noti. Spiega perché Hui Yang, del laboratorio francese: “I modelli di vegetazione che prevedono le riserve di carbonio terrestre tendono a sovrastimare la capacità di sequestro del carbonio delle foreste secolari e a sottostimare il carbonio assorbito dalle foreste boreali e temperate- chiarisce il ricercatore- Utilizzando osservazioni spaziali possiamo tracciare e comprendere meglio le variazioni a lungo termine della biomassa vivente terrestre. Il nostro studio evidenzia l’importanza dell’età delle foreste nel prevedere la dinamica del carbonio in un clima che cambia. Ritardare e diminuire la raccolta di legname da foreste giovani potrebbe essere una via da seguire per una gestione forestale rispettosa del clima”.

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Le mappe create da Smos, satellite al lavoro nello Spazio dal 2009, sono dovute all’uso di un radiometro interferometrico che opera nella banda L, in grado di catturare la ‘luminosità della temperatura’.

Per quanto riguarda la mappatura delle foreste, l’Esa ha deciso di investire anche in un’altra missione, battezzata Biomass. Partirà alla fine del prossimo anno e sarà dedicata proprio alle riserve di carbonio contenute nelle foreste.  Avrà a bordo un nuovo radar ad apertura sintetica in banda P per fornire informazioni cruciali sullo stato delle nostre foreste e su come stanno cambiando, e per approfondire la nostra conoscenza del ruolo che le foreste svolgono nel ciclo del carbonio.

Il dipartimento dell’Esa dedicato ai Programmi di Osservazione della Terra ha sede a Frascati, alle porte di Roma, e a dirigerlo è un’italiana, Simonetta Cheli.  “L’uso di Smos per comprendere meglio la cattura del carbonio da parte delle foreste è un altro esempio di come una delle nostre missioni di ricerca Earth Explorer abbia superato le aspettative- ha commentato- Data l’importanza del  ciclo del carbonio per il nostro sistema climatico e per la salute del nostro pianeta, siamo impegnati a preparare la missione Biomass Earth Explorer, dedicata alla misurazione dell’altezza delle foreste e della biomassa. Le informazioni provenienti da questa prossima missione non solo getteranno nuova luce sul ciclo del carbonio, ma contribuiranno anche agli sforzi internazionali per ridurre le emissioni di carbonio derivanti dalla deforestazione e dal degrado del territorio”.

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