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La cartellina della vergogna

Questa giustizia a scoppio ritardato, e' davvero giustizia o una specie di esibizione?
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ROMA – La cartellina azzurra con cui il 102enne Josef Schutz si copre il volto nell’aula del tribunale di Brandenburg/Havel ha fatto il giro del mondo. Aggrappato a un deambulatore, il vecchio si trascina al banco mentre l’avvocato gli regge la cartellina sul volto. Quindi assiste all’udienza coperto da quel cartoncino azzurro. Non vedremo i suoi occhi, non capiremo come si possa vivere una lunga vita col rimorso per la morte di 3.518 prigionieri, uccisi tra il 1942 e il 1945 nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Schutz era il guardiano dell’inferno.

Il suo e’ un processo per complicita’ nei crimini del nazismo, processi intentati senza la prova del coinvolgimento in uno specifico assassinio. Ma quanti tedeschi sono stati complici della tragedia nazista?

Il primo processo di questo tipo e’ stato intentato a John Demjanjuk, condannato il 12 maggio del 2011 a 5 anni. Aveva 91 anni. E’ stato messo in liberta’, ed e’ morto l’anno successivo in una casa di cura. L’anno scorso tocco’ a Bruno Dey, guardiano delle SS nel lager di Stutthof, condannato a 3 anni per 5230 morti. Aveva 93 anni, la pena e’ stata sospesa. Anche lui, in tribunale si copri’ il volto con la cartellina azzurra. Irmgard Furchner nonostante i 96 anni, lo scorso 30 settembre ha scelto un’altra strada, quella della fuga (in taxi, verso Amburgo) per sottrarsi al processo che la vedeva rinviata a giudizio dalla procura di Itzehoe, nello Schleswig-Holstein. E’ accusata di complicità nello sterminio di 11.412 persone e per il tentato omicidio di altre 18.

Novantenni processati per crimini compiuti quando loro stessi erano giovanissimi, spesso minorenni. E’ giusto farlo? Si’, sono crimini atroci, imprescrivibili. Ma ci si puo’ domandare perche’ la giustizia tedesca abbia atteso tanto per chiedere conto del loro operato. Perche’ si manifesti ora, nella forma di un atto di accusa a un vecchio, e si esprima in una prevedibile condanna a una persona che non potra’ espiare la sua pena. Perche’ si sia consentito che per lunghi decenni quei crimini fossero nascosti nella vita di un popolo.

E’ lecito supporre che dopo i processi di Norimberga, imposti dai vincitori del conflitto ai gerarchi nazisti, la giustizia tedesca non abbia brillato per efficienza, quando si e’ trattato di fare i conti con le colpe dei tanti che affiancavano i carnefici, prestando un’opera silenziosa, non meno raccapricciante. “Dal 1949, furono condotti dalla Repubblica Federale Tedesca più di 900 procedimenti contro imputati dell’era nazionalsocialista. Questi procedimenti sono stati spesso criticati perché la maggior parte degli imputati sono stati assolti o hanno ricevuto sentenze leggere. Inoltre, migliaia di funzionari e presunti criminali di guerra nazisti non hanno mai affrontato un processo e molti sono tornati alle professioni che avevano esercitato sotto il Terzo Reich. Ad esempio, la maggioranza dei giudici nella Germania occidentale fu costituita da ex ufficiali nazisti per diversi decenni dopo la guerra”, scrive l’enciclopedia dell’Olocausto. Molti degli accusati di oggi, prendevano parte ai processi in qualita’ di testimoni.

Dunque questa giustizia a scoppio ritardato, e’ davvero giustizia o una specie di esibizione? Tra Terzo Reich e Repubblica federale c’e’ stata continuita’, come hanno accertato sentenze della giustizia italiana, alla ricerca – vana – di risarcimenti per i parenti delle vittime dei nazisti. Forse lo Stato tedesco non ha mai fatto fino in fondo i conti col suo passato atroce.

La vicenda della dattilografa novantaseienne e’ a suo modo la prova dell’atteggiamento usato dalla giustizia tedesca verso i connazionali coinvolti nei crimini del Reich. Irmgard Furchner era infatti la segretaria dell’ufficiale nazista Paul Werner Hoppe, comandante delle SS-Totenkopfverbände presso il campo di sterminio di Auschwitz e dal 1943 al 1945 responsabile del campo di sterminio di Stutthoff, vicino a Danzica. Hoppe venne catturato dagli inglesi nel 1946 ma riuscì a rientrare in Germania dove lavorò come giardiniere fino al 1953. Arrestato, sconto’ una condanna a nove anni fra il 1956 e il 1966 per poi morire da libero cittadino nel 1974. Nove anni di carcere per decine di migliaia di morti. Questo e’ un processo farsa

Il cambio di linea a Berlino – che probabilmente ispira lo zelo giudiziario di questi mesi – e’ molto recente ed e’ ispirato da due prese di posizione politiche. Nel 2013 Angela Merkel dice: “Abbiamo una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo, per le vittime della seconda guerra mondiale e, anzitutto, anche per l’Olocausto”. Il 15 gennaio 2020, la Cancelliera per la prima volta nel suo lungo ‘regno’ entra ad Auschwitz.

Il 26 agosto del 2019 Frank-Walter Steinmeier, primo presidente della Repubblica a farlo, chiede perdono per i crimini tedeschi. Dice di provare “vergogna”. Accade settantaquattro anni dopo la fine della guerra.
Oggi sfilano alla sbarra cadenti ex nazisti, nei loro ultimi mesi di vita. Vecchissimi, decrepiti, sono i sopravvissuti del nazismo minore, di popolo, variamente collaborazionisti, diversamente complici, di volta in volta come guardie, custodi, dattilografi. Pochi superstiti di un esercito fatto da migliaia e migliaia di persone. A loro modo ispirano pieta’. Si coprono il viso con la cartellina azzurra, per la vergogna o il pudore di farsi ricordare per quell’altra vita, quella che hanno condotto cercando di dimenticare.

Ma di fronte alla giustizia non ci si nasconde, nemmeno a 102 anni. Mostrino il proprio pentimento, se c’e’. “E’ accaduto, dunque puo’ accadere di nuovo”, scriveva Primo Levi. Se la giustizia diventa una farsa, la reazione degli uomini e’ tutto quello che vale.

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