Mafia. Droga, estorsioni e armi: 31 arresti a Messina

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Per i Pm il clan controllava capillarmente il territorio
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PALERMO – Maxi operazione antimafia a Messina: carabinieri, polizia e guardia di finanza hanno arrestato 31 persone su ordine del gip del tribunale. L’inchiesta, portata avanti dalla Direzione distrettuale antimafia della città dello Stretto, è stata denominata ‘Provinciale’. I reati contestati sono quelli di associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di valori, sequestro di persona, scambio elettorale politico-mafioso, lesioni aggravate, detenzione e porto illegale di armi, associazione finalizzata al traffico di droga, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti con l’aggravante del metodo mafioso. Per 21 indagati si sono aperte le porte del carcere, mentre altri dieci sono finiti ai domiciliari. Obbligo di firma, invece, per altri due coinvolti nell’inchiesta. L’operazione ha portato al sequestro di due imprese che operano nel settore del gioco e delle scommesse online.

Nell’indagine hanno confluito diversi elementi investigativi portati avanti dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando provinciale, dai finanzieri del Gico e dai poliziotti della squadra mobile di Messina. Gli inquirenti hanno acceso i riflettori su una banda attiva nella zona denominata ‘Provinciale’, capitanata da Giovanni Lo Duca e Salvatore Sparacio, considerati “soggetti di elevatissimo spessore criminale” e finiti in carcere nel blitz di oggi.

Gli investigatori hanno poi individuato un altro sodalizio criminale, facente capo a Giovanni De Luca, anche lui in cella, operante nella zona di ‘Maregrosso’. Le due gang si muovevano “in piena sinergia criminale”, come spiegano i magistrati della Dda di Messina. L’indagine, durata circa due anni e avviata dopo la scarcerazione di Lo Duca che era tornato in libertà al termine di 13 anni di reclusione, è andata avanti con intercettazioni e pedinamenti. L’uomo aveva ripreso in mano el redini dell’organizzazione “proponendosi – è la tesi dei magistrati – quale riconosciuto punto di riferimento criminale sul territorio -, capace di intervenire nella risoluzione di controversie fra esponenti della criminalità locale”.

Il gruppo guidato da Lo Duca “operava mediante il sistematico ricorso all’intimidazione e alla violenza”, con pestaggi e spedizioni punitive per affermare la propria egemonia sul territorio e controllare le attività economiche della zona. Stessi metodi anche per il recupero delle somme derivanti dal traffico di droga e dalla gestione delle scommesse. Base operativa del clan era il bar ‘Pino’, gestito da Anna Lo Duca, sorella di Giovanni: quest’ultimo trascorreva le sue giornate nell’esercizio commerciale dove incontrava gli associati al clan per pianificare le attività criminali e dove venivano raccolte le scommesse sportive in assenza di licenza e per conto di un allibratore straniero privo di concessione. Il bar, “poiché funzionale allo svolgimento delle attività criminali del clan”, è stato sequestrato dai carabinieri.

Numerosi gli episodi di violenza emersi nel corso delle indagini, “strumentali – dicono dalla procura di Messina – all’affermazione del controllo sul territorio e alla risoluzione delle controversie mediante l’imposizione della volontà del clan mafioso”. Il gruppo mafioso capeggiato da Lo Duca, inoltre, gestiva lo spaccio di droga nei quartieri ‘Provinciale’, ‘Fondo Fucile’ e ‘Mangialupi’. La droga proveniva dalla provincia di Reggio Calabria.

PM: CLAN CONTROLLAVA CAPILLARMENTE TERRITORIO

Un clan mafioso che esercitava “un controllo capillare del territorio”, tanto che ogni iniziativa nel rione “era assoggettata al preventivo ‘placet'” del capo, Giovanni Lo Duca. È la fotografia di quanto avveniva a Messina, nel quartiere ‘Provinciale’, finito al centro dell’inchiesta della Dda che ha portato a 31 arresti.

Secondo la procura Lo Duca, finito agli arresti perché considerato il vertice del clan, “si proponeva come soggetto in grado di sostituirsi allo Stato nella gestione delle ‘vertenze’ sul territorio”. Sintomatico di questo atteggiamento è l’episodio ricostruito dagli inquirenti e che vede protagonista una donna del quartiere che si era rivolta a Lo Duca per ottenere la liberazione del proprio figlio minorenne trattenuto contro la sua volontà da un pregiudicato del posto che lo voleva punire per delle offese pubblicate dal ragazzo su Facebook. “Lo Duca intervenne nei confronti dell’uomo – raccontano gli inquirenti -, ottenendo l’immediata cessazione di ogni iniziativa ostile nei confronti del minore“. Per quella vicenda non fu sporta alcuna denuncia da parte della vittima.

CANDIDATO OFFRÌ 10MILA EURO PER 350 VOTI

Voti comprati per ottenere un posto in consiglio comunale. Questa l’accusa che la Direzione distrettuale antimafia di Messina rivolge a Natalino Summa, di 52 anni, finito agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione ‘Provinciale’. L’uomo, secondo gli inquirenti, avrebbe offerto diecimila euro a Salvatore Sparacio, nipote dello storico boss Luigi, poi diventato collaboratore di giustizia, per ottenere “un congruo numero di voti” in occasioni delle elezioni comunali del giugno 2018. Sparacio, secondo i pm, sarebbe stato “il punto di riferimento” di Summa. “I riscontri eseguiti consentivano di documentare come l’accordo illecito raggiunto consentisse di raccogliere, nei quartieri di operatività del gruppo mafioso, ed altri a questo collegati, in totale, ben 350 voti”, spiegano dalla procura di Messina. L’accordo, secondo gli inquirenti, fu raggiunto grazie a Francesco Sollima, considerato il tramite tra Summa e Sparacio. L’aspirante consigliere comunale, alla fine, non fu eletto.

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