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Cartabellotta (Gimbe): “Il Pnrr rischia di essere un costoso lifting del Ssn”

"Il Pnrr rappresenta sì una grande opportunità per rilanciare il Servizio sanitario nazionale, ma solo se la politica è in grado di inserirlo in un quadro di rafforzamento complessivo della sanità pubblica"

Pubblicato:07-08-2023 12:36
Ultimo aggiornamento:07-08-2023 12:36

nino cartabellotta
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ROMA – Nei giorni scorsi il governo Meloni ha presentato una proposta di modifica del Pnrr: si parla di tagli per quasi 16 miliardi di euro che coinvolgono 144 misure contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. In quale modo questa scure si abbatterà sul comparto sanità? L’agenzia Dire lo ha chiesto al presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta.

“La riduzione degli investimenti presentata dal ministro Fitto- spiega- non interessa direttamente la Missione 6 Salute, ma altre Missioni e progetti del Pnrr. Per la sanità ci sono proposte di rimodulazione al ribasso dei target a causa dall’aumento dei costi e differimenti dei tempi di attuazione. In particolare, vengono rimodulati al ribasso il numero di Case di comunità (da 1.350 a 936), Centrali operative territoriali (Cot) che passano da 600 a 524, ospedali di Comunità (da 400 a 304) e interventi di anti-sismica negli ospedali (da 109 ad 87). Vengono differite di sei mesi l’attuazione delle Cot e il target relativo all’assistenza domiciliare con strumenti di telemedicina. Altre rimodulazioni riguardano strumenti contrattuali per l’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero e aspetti tecnici sull’attuazione del Fascicolo Sanitario Elettronico”.

In concreto cosa significano questi tagli per i cittadini? Cosa perderanno? “Al momento- risponde Cartabellotta- è impossibile fare previsioni di sorta per tre ragioni. Innanzitutto perché la proposta di rimodulazione prevede che gli investimenti espunti dal Pnrr possano essere finanziati con il programma di investimenti in edilizia sanitaria e ammodernamento tecnologico (ex art. 20, L. 67/1988) o mediante la riprogrammazione delle risorse della politica di coesione. Possibilità su cui le regioni hanno espresso grande scetticismo. In secondo luogo perché il DM 77, la ‘riforma’ su cui poggia la riorganizzazione dell’assistenza territoriale, richiede numerose altre riforme per essere attuata, in primis quella che riguarda i medici di medicina generale. Infine, va ricordato che è stato attivato un Tavolo presso il ministero della Salute per la revisione dello stesso DM 77 (oltre che del DM 70). Ovvero, potrebbe cambiare la cornice normativa di riferimento”.


Ci sono regioni che rischiano più di altre e che andranno incontro a maggiori difficoltà? “Al momento- sottolinea il presidente della Fondazione Gimbe- non si conosce la distribuzione regionale degli interventi espunti, ma se il principio generale è che ‘salteranno’ le strutture non ancora costruite, queste sono prevalentemente al Sud. In ogni caso, va ricordato che le regioni non sono affatto sulla stessa linea di partenza: per modelli organizzativi e performance dell’assistenza territoriale, per attuazione e utilizzo del fascicolo sanitario elettronico e, più in generale, per l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza che anche nel 2021 conferma il gap strutturale Nord-Sud: solo Abruzzo, Puglia e Basilicata si trovano tra le 14 regioni adempienti, peraltro con i punteggi più bassi tra quelle ‘promosse’. Un gap che non potrà che aumentare se dovesse andare in porto il Ddl Calderoli sulle autonomie differenziate, proprio nel periodo storico in cui ci siamo indebitati per il Pnrr con l’obiettivo trasversale di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali. Ragion per cui la Fondazione Gimbe, in Commissione Affari Costituzionali del Senato, ha proposto di escludere la tutela della salute dalle materie su cui le regioni possono richiedere maggiori autonomie per evitare di assestare il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale”.

Il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ha intanto assicurato: “Nessun taglio, ma al contrario cerchiamo di superare le attuali criticità che abbiamo ereditato, spostandoci su altri programmi di investimento in grado di garantire le risorse necessarie al loro funzionamento”. Lei come risponde all’esponente del Governo? “Sono molto perplesso– precisa- sulla possibilità di ‘dirottare’ i fondi dell’edilizia sanitaria (ex art. 20) alla realizzazione delle strutture ‘espunte’ dal Pnrr per tre ragioni. In primo luogo molte regioni hanno già effettuato la loro programmazione di spesa di questi fondi e dovrebbero rinunciare ad una quota del triennio 2023-2025 per fornire una ‘stampella’ al Pnrr. In secondo luogo, perché si tratta di fondi destinati ad altre irrinunciabili priorità degli ospedali vetusti disseminati in tutte le regioni: antisismica, problemi strutturali, sicurezza dei percorsi, qualità degli ambienti, etc. Infine, perché in regioni con tali criticità le risorse dell’ex art. 20 dovrebbero essere aumentate, e non decurtate”.
“Più in generale- conclude Cartabellotta- il Pnrr rappresenta sì una grande opportunità per rilanciare il Servizio sanitario nazionale, ma solo se la politica è in grado di inserirlo in un quadro di rafforzamento complessivo della sanità pubblica. Perché in caso contrario rischiamo di indebitare le future generazioni per finanziare solo un costoso lifting del Ssn”.

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