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Sulmona, al liceo Vico studenti si raccontano tra rispetto e intercultura

Le interviste degli alunni nel progetto 'Racconti democratici'
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SULMONA – “Sono nato in Italia, ma non mi sento italiano”, queste sono le parole di un ragazzo di diciotto anni, uno dei tre protagonisti che – inseriti nel progetto ‘Racconti democratici’ – decidono di raccontare una storia. La loro storia. E che, con le loro vicende, portano avanti un percorso frutto di una campagna di informazione finalizzata a sensibilizzare giovani e adulti. Gli alunni del liceo ‘Vico’ di Sulmona, attraverso l’importanza di queste interviste, vogliono porre l’attenzione su un dialogo e sull’accettazione di una diversità reciproca in nome di un’educazione interculturale e del rispetto delle differenze. E i frammenti di vita di un ragazzo “Italiano ma anche Cinese” al quarto anno del liceo linguistico hanno la capacità di racchiudere tutti i principi proposti.

L’obiettivo è di ottenere una sensibilizzazione a quei valori che devono sussistere all’interno di un contesto sociale e scolastico: quello che un ragazzo, insieme al suo trascorso, è riuscito a scoprire in un piccolo paese dalle grandi aspettative. Così, auspicando una convivenza tra diverse culture, ci si rende conto del particolare legame che si instaura con la propria comunità e l’impegno che si cerca di stabilire in un contesto culturale attuale, ma allo stesso tempo differente: “Ho capito che in Cina ci sono abitudini completamente diverse da quelle italiane– continua lo studente – un esempio è il modo di pagare. Anche camminare per la strada mi è sembrato strano”. Ed è proprio dove non risulta sufficiente l’amore della famiglia che si deve affermare l’importanza del ruolo della scuola al fine di una assoluta inclusività: “Il momento preciso in cui ho sentito di non essere escluso è stato quando la professoressa di italiano mi ha fatto vedere gli errori sul mio primo compito in classe e mi ha fatto capire dove sbagliavo. Ho capito che lei mi correggeva perché mi voleva bene e temeva che le altre persone avrebbero potuto tenermi a distanza per il fatto che non riuscivo ed esprimermi bene in italiano. Anche i compagni mi hanno aiutato molto”, sottolinea lo studente.

E poi l’emozionante storia di Keita, un ragazzo del Mali: la prova di una concreta integrazione sociale. Trasferitosi a Sulmona per drammatici motivi, Keita ha deciso di intraprendere il percorso universitario di giurisprudenza a Sulmona e di ripercorrere alcune fasi della sua vita tra episodi crudi e sentimenti autentici. In seguito a fatti strazianti, giunge in Libia dove “non potevo più rimanere perché non avevo il diritto di lavorare– ricorda Keita- e non potevo farmi vedere perché altrimenti mi avrebbero arrestato e non avevo i soldi per pagarmi l’uscita dalla prigione”. Poi il viaggio verso l’Italia che lo porta ad affrontare altre difficoltà, ma non per questo meno difficili da abbattere: “Non è stato facile integrarmi, soprattutto perché non parlavo la lingua. Quando mi sono iscritto a scuola, però, ho iniziato ad interagire con le persone e questa è stata la svolta per la mia integrazione. La preside mi ha spiegato che per iscrivermi avrei dovuto fare degli esami integrativi. Ho sostenuto questi esami grazie anche all’aiuto dei professori che mi hanno permesso di sostenerli. Da quando mi sono iscritto, si è formata intorno a me come una famiglia: non avrei mai pensato potesse accadere. È importante quindi andare incontro al diverso per facilitare l’integrazione, da entrambe le parti. Per eliminare il pregiudizio è necessario andare oltre la paura del diverso. Tutti abbiamo dei difetti e tutti dobbiamo fare un po’ di sforzo per migliorarci”.

Ma una forte non inclusività si può assottigliare con altrettanta forza. La stessa che ha avuto nel reagire una studentessa del quinto anno del liceo linguistico, vittima di Body Shaming, che si distingue per possedere un carattere all’altezza della soluzione. “Diciamo che sono stata molto fortunata perché era l’inizio dell’era di Internet e quindi non sono stata bullizzata sui social, ma a scuola e quando facevo sport” racconta la giovane diciannovenne. È una battaglia che vede vittime un gran numero di persone, ma che coinvolge anche chi – fiere del proprio corpo e felici di abitarvi dentro – sono entrate nella giusta strada dell’accettazione di sé stesse. “Mi ritengo fortunata perché gli insulti e le critiche sono state una spinta per andare avanti e capire meglio il mio carattere ma soprattutto il mio corpo. All’inizio non capivo perché mi dicessero determinate cose, perché io non mi vedevo così! Ho sempre accettato il mio corpo. Le critiche e gli apprezzamenti cattivi mi hanno aiutata a crescere mentalmente e anche a fortificarmi nel carattere – dichiara la studentessa determinata- Io consiglio sempre di parlarne con i genitori, un’amica o un professore: ti aiuta a capire che non sei come ti giudicano gli altri. E anche se non dovesse accaderti in prima persona, non bisogna cadere nella complicità attraverso il silenzio: quando le cose accadono in classe e tutti sentono critiche ed insulti bisogna dire basta! Mai girare lo sguardo da un’altra parte”. Una mera dimostrazione di come consapevolezza, dialogo e accettazione possano essere dei rimedi più potenti del previsto.

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