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L’ex comunista Minniti, col pugno duro conquista destra e sinistra

ROMA – Chi è oggi Marco Minniti, il ministro dell’Interno che prende applausi a destra e (talvolta) fischi a sinistra? Nel giro di pochi giorni, l’ex responsabile dei Servizi segreti sfida due platee. Prima quella di destra di Fratelli d’Italia, dove raccoglie consensi citando Italo Balbo e la scrivania di Benito Mussolini ma anche qualche fischio quando difende la legge Fiano. Poi, ieri sera, Minniti affronta la platea della festa dell’Unità di Roma. Qui niente fischi, solo applausi: all’inizio molto timidi, poi un poco più sciolti. Fuori dalla festa, in piazza Orazio Giustiniani, ci sono una cinquantina di manifestanti che vorrebbero contestarlo: sono la sinistra extra Pd che lo reputa “la peggior destra”, che mostra striscioni con su scritto “La sicurezza si fa con diritti e democrazia, non con confini e polizia” ma la polizia non li fa avvicinare al ministro.

Sono appena passate le 21 quando Marco Minniti arriva a Testaccio. Gli applausi di Fratelli d’Italia sono alle spalle (“Ho detto loro che il fascismo è morto e abbiamo discusso un po’”), stavolta Minniti gioca in casa. Il titolare del Viminale entra da un ingresso protetto a grandi falcate, senza intrattenersi tra i gazebo che vendono cibo e birra, sale sul palco. Non è quello principale, ma uno più piccolo. L’intervista a Minniti doveva andare in scena sul palco più grande ma all’ultimo minuto il programma cambia. Ufficiosamente ci sono ragioni di sicurezza: c’è il timore che alcuni manifestanti si arrampichino sul tetto del Villaggio globale e srotolino striscioni. Più semplicemente, mormorano tanti militanti, Minniti viene relegato al palco secondario perche’ c’e’ troppo poco pubblico. Duecento persone più o meno, nulla in confronto al pienone di Renzi una decina di giorni prima; e anche Orlando ha avuto molto più pubblico.

Quando Minniti arriva c’è un po’ di tensione, tanto fumo che arriva dalle griglie accese e un forte odore di carne alla brace. Ci vuole Luciano Nobili a scaldare le mani della platea, chiamando un applauso per il ministro: “Grazie al ministro Minniti salviamo vite- dice- è una cosa di sinistra”.

Stavolta Minniti non cita nè Balbo nè Mussolini, parte col calcio: “Non sono nè laziale nè romanista, sono interista, quindi vengo da una storia di sofferenza”. Più tardi citerà l’Unità, l’inserto satirico il Male, Berlinguer; Gramsci, spiegherà come ha imparato a distinguere le tribù libiche dal colore delle tuniche e dei copricapi. Intanto rivendica il suo operato (“Porre fine all’emergenza è il miglior modo di combattere i populismi. L’Italia ha difeso l’onore dell’Europa“) e spiega quali sono i due capisaldi della sua politica verso i migranti: “La laicità dello Stato e la parità di genere tra uomo e donna sono valori non negoziabili”, a differenza, sottolinea, di quanto prevede “la sharia”. Qui arrivano i primi applausi della platea, dove siedono soprattutto persone di mezza età.

Oggi poi si aggiunge il riconoscimento di Massimo D’Alema che in un’intervista osserva: “Minniti è uomo capace e competente. Ma sotto la spinta di quella che esagerando ha definito una minaccia alla democrazia, Minniti ha preso misure che hanno lasciato i migranti nelle mani delle milizie libiche, in campi di detenzione dove avviene ogni genere di violazione dei diritti umani: stupri, torture, assassini. E’ stato un voltafaccia dell’Italia. E’ stato efficace, ma mi chiedo quale sia il prezzo della sua efficacia”.

Minniti, allora, insiste: “Per l’Italia governare i flussi migratori è un grande interesse nazionale. Chi ha paura non deve essere biasimato, deve essere ascoltato. Noi del Pd stiamo vicini a chi ha paura per liberarlo dalle sue paure, i populisti invece gli stanno vicino per incatenarlo alle sue paure, ecco la differenza”. L’intervistatore è Enrico Mentana, che prova ripetutamente a punzecchiarlo sul perchè il suo predecessore al Viminale, Angelino Alfano, non abbia fatto quasi nulla di quanto a lui sia riuscito in meno di un anno al governo. Minniti però dribbla tutte le domande. Concede un solo paragone: “Alfano? Andiamo dallo stesso parrucchiere. Lui con un po’ più di resistenza di me”. La platea ride.

Quando Mentana gli chiede se il successo che sta riscuotendo lo proietterà verso incarichi ancora più importanti, lui si schernisce: “Uno deve avere pani e pesci da moltiplicare e io non ne ho. Non sono diventato ministro per la spinta di una base parlamentare, ma perchè me lo hanno chiesto Renzi e Gentiloni. Non ho ansia di protagonismo“.

Infine, Minniti tesse le lodi del Pci che negli anni del terrorismo nero e rosso prese le distanze dai “compagni che sbagliano. Se oggi siamo qui lo dobbiamo alla storia e alla forza di quel partito. Ma ora quel partito e’ finito, ora siamo un’altra cosa. Ora dobbiamo curarci del Partito democratico”.

di Antonio Bravetti, giornalista professionista

27 settembre 2017

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