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Tutti contro Trump, il mondo dello sport in ginocchio per protesta

ROMA – Tutti in ginocchio contro Trump. Il gesto nato per lanciare un messaggio contro il razzismo e la politica del presidente Usa, Donald Trump, segna un’altra tappa importante della sua storia. Durante la partita di football del 24 settembre tra i Jacksonville Jaguars e i Baltimore Ravens  nello stadio londinese di Wembley  i giocatori delle due squadre, che fanno parte della Lega Nazionale di Football (Nfl), si sono inginocchiati durante l’inno americano replicando il gesto, ormai celebre, compiuto circa un anno fa dal giocatore Colin Kaepernick in segno di protesta contro la violenza della polizia sui neri. Accanto a loro anche lo staff, gli allenatori e i proprietari dei club.

La protesta è seguita ad alcune dichiarazione del Presidente Trump che su Twitter aveva dichiarato,  rivolgendosi ai proprietari delle franchigie: “Se i veri tifosi della NFL rifiuteranno di andare a vedere le partite fino a quando i giocatori non smettono di mancare di rispetto alla nostra bandiera e al nostro Paese, vedrete che le cose cambieranno in fretta. Licenziate o sospendete!”.

Ma non finisce qui, anche il mondo del baseball si è schierato contro Trump: Bruce Maxwell, giocatore afroamericano degli Oakland Athletics, sabato sera è stato il primo appartenente alla Mlb (la lega professionistica del baseball americano) a inginocchiarsi in segno di protesta.

La genesi della protesta

E’ passato un anno da quando la stella del football Colin Kaepernick – star della National Football League – decise di rimanere seduto durante l’inno nazionale americano prima di una partita. “Non voglio alzarmi in piedi e mostrare orgoglio per una bandiera di un paese che opprime le persone di colore. Questo, per me, è più importante del football: ci sono corpi in strada…”. Motivò così Kaepernick, nel corso di un’intervista, il suo gesto. Pochi giorni dopo, prima di un’altra partita e sempre durante l’esecuzione dell’inno nazionale, Kaepernick si inginocchiò. Un gesto clamoroso di protesta costato al giocatore anche il licenziamento dalla sua squadra. Non meno eclatante il solenne rifiuto della star del basket Stephen Curry ad andare con tutta la sua squadra, i Golden State Warriors, alla Casa Bianca.

Anche il mondo dello spettacolo in ginocchio contro Donald Trump

Non solo stelle del basket e del football. Le proteste alle politiche “razziste” di Trump si fanno sentire anche nel mondo dello spettacolo. Stevie Wonder, Eddie Vedder e Pharrell Williams gli ultimi artisti finiti in ginocchio in nome dell’America. Sul palco del Global Citizen festival di New York si è messo in ginocchio Stevie Wonder. “Questa sera, ha detto il cantante, mi metto in ginocchio per l’America: non solo su un ginocchio, ma su tutte e due. Mi inginocchio in preghiera per il nostro pianeta, per il futuro, per i leader del mondo. Amen…”.

Chiamato ad interpretare l’inno nazionale prima del match Atlanta Falcons – Detroit Lions allo stadio di Detroit in ginocchio anche il cantante soul Rico LaBelle. In ginocchio e con il pugno alzato proprio come nei 1968 fecero i velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos nel corso delle premiazioni olimpiche di Città del Messico.

Stesso gesto anche per Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, al Pilgrimage Festival, a Franklin, nello stato del Tennessee. “Ma che cosa sta succedendo?”, si è chiesto Vedder parlando della politica estera del presidente e della crisi con la Corea. “Come è possibile che sia successo? Ci stai prendendo in giro? Puoi farla finita? Falla finita” ha detto rivolgendosi direttamente a Trump. Sul palco del “Concert for Charlottesville”, teatro degli scontri con i supremastisti bianchi, Pharrell Williams inginocchiandosi ha detto “Si mi voglio inginocchiare in questo momento per le persone della mia città, le persone del mio stato… Ecco cosa rappresenta questa bandiera”.

25 settembre 2017

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