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DIRE - LE OPINIONI

Crisi della politica e panacea “tecnica”

di Luca Tentoni per www.mentepolitica.it

Puntualmente, gli ultimi sondaggi (fra i quali quello di Demos&Pi per “Repubblica” del 16 ottobre) delineano un panorama partitico frammentato, nel quale nessun soggetto, da solo, è neppure in grado di arrivare a conquistare il 30% dei voti validi (per di più, in un contesto nel quale l’affluenza stimata alle politiche della primavera 2018 appare molto inferiore al 75% del 2013). Il “consenso sociale” dei singoli partiti è dunque molto più basso del proprio peso numerico: ciascuno dei due più forti (Pd e M5S) non arriva a rappresentare neppure il 20% degli aventi diritto al voto. Persino le possibili aggregazioni nei collegi uninominali della riforma elettorale “in fieri” sono accreditate di una quota di consensi che al massimo è pari o di poco superiore a un terzo dei consensi espressi dagli intervistati. Salvo le roccaforti storiche di partiti e coalizioni (alcune delle quali, peraltro, appaiono indebolite dalla smobilitazione e della fluidità elettorale dell’ultimo decennio) stiamo probabilmente per assistere, in molti collegi uninominali, a battaglie che si giocheranno e si vinceranno con margini di poche centinaia o migliaia di voti, con esiti talvolta prossimi al limite della casualità. L’indice di bipartitismo, alle prossime politiche, potrebbe attestarsi intorno a quota 53-54, contro il 51% del 2013, il 46% del 2001, il 41,6% del 1996, il 41,3% del 1994, il 45,8% dell’anno di transizione 1992. E’ una regolarità della Seconda Repubblica: le uniche volte che la percentuale di voto ottenuta dai due partiti maggiori si è avvicinata a quella media della Prima Repubblica (1948-1992: 65%) è stato quando, nel 2006 (55%) Ds e Margherita si sono presentati come Ulivo e, ancor più (2008) quando oltre al Pd (già Ulivo) abbiamo avuto un soggetto frutto della fusione di FI e AN, il Pdl (indice di bipolarismo: 70,5%, inferiore solo al 73,2% del 1976 – Dc-Pci – e al 79,5% del 1948, quando però l’antagonista della Dc era il Fronte formato da Pci e Psi). In altre parole, nella Seconda Repubblica l’unico modo per avere partiti grandi e forti è quello di unirli (cosa che nella Prima era rara e portava sempre a cocenti disfatte elettorali). L’indice di quadripolarismo ci restituisce una fotografia un pochino più precisa della concentrazione dei consensi: nel 1979 era pari all’83,9%; nel 1983, all’81%; nel 1987, all’80,1%; nel 1992, al 67,1%; nel 1994, al 65,8%; nel 1996, 68,3%; nel 2001, al 72,5%; nel 2006, al 74,1%; nel 2008, all’82,1%; nel 2013, all’84,7%. L’ultima rilevazione Demos attribuisce a Pd, M5S, FI e Lega Nord l’82,7% dei consensi (lo stesso giorno, EMG li valuta all’82%). In altre parole, oggi i voti ai partiti dal quinto classificato in poi non sono – in percentuale – più di quanto fossero alla fine degli anni Settanta, ma risultano distribuiti equamente fra i primi quattro soggetti politici. Durante tutta la Seconda Repubblica solo tre volte (il Pdl nel 2008: 37,3%; l’Ulivo nel 2006: 31,3%; il Pd nel 2008: 33,2%) un partito ha superato il 30% dei voti (e sempre essendo formato da due partiti preesistenti). Durante la Prima Repubblica (1948-1992), invece, abbiamo avuto per undici volte (8 Dc, 2 Pci, 1 Fpop.) un partito almeno al 30% e per tre (Dc 1948, 1953, 1958) uno oltre il 40%. Alla frammentazione elettorale – che ha toccato il punto massimo negli anni Novanta – si è cercato di far fronte con soglie d’accesso e altri strumenti tecnici che avrebbero dovuto – nelle intenzioni di alcuni – disincentivare il voto ai “piccoli”. Fatto sta che la necessità di creare coalizioni sovradimensionate per vincere le elezioni (una condizione dovuta anche allo scarso seguito dei gruppi più forti, che hanno avuto spesso una vocazione “maggioritaria” ma un seguito di consensi non all’altezza delle ambizioni) ha reso necessario trovare il modo (con candidature ad hoc nei collegi, soglie ridotte per gli “apparentati” e così via) di recuperare i soggetti politici poco più che “pulviscolari”. Nei 23 anni della Seconda Repubblica, così, abbiamo assistito allo strano fenomeno di un proliferare di sistemi elettorali nazionali (Mattarellum, Porcellum, Consultellum, Italicum, Rosatellum) tendenzialmente bifronti: da un lato, preoccupati di incentivare l’aggregazione, di premiare con meccanismi di vario tipo i poli e i partiti maggiori; dall’altro (tranne l’Italicum) di lasciare alle coalizioni lo spazio per ospitare il più ampio numero possibile di alleati. Gli effetti “maggioritari” (diciamo così, anche se l’espressione non è tecnicamente molto corretta) sono stati “annacquati” prima dall’utilizzo di espedienti leciti per garantire rappresentanza a partiti minori, quindi sono del tutto scomparsi con la proporzionale, dal 2005 in poi (col paradosso, tuttavia, delle elezioni del 2013, nelle quali il centrosinistra ha ottenuto il 54% dei seggi col 29% dei voti, anche a causa dell’aumento di frammentazione dovuto alla comparsa di due nuovi poli – M5S e Monti – e alla fine del “bipolarismo plurale” degli anni 1996-2008). Il numero complessivo dei gruppi parlamentari e delle componenti del Misto non è diminuito sensibilmente rispetto alla Prima Repubblica (basata su sistemi elettorali quasi puramente proporzionali). Intendiamoci, i piccoli partiti (se non numerosissimi e decisi a bloccare i processi decisionali) non sono il vero problema (durante la Prima Repubblica alcuni erano una risorsa), che invece è altrove, nella scarsa efficienza del sistema. Dal 1994 in poi, da un lato, i partiti maggiori – pur desiderando leggi premianti – hanno cercato e ottenuto il sostegno di quelli più piccoli (talvolta determinanti per vincere); dall’altro lato, una politica che non riusciva e non riesce a creare consenso (come si accennava, non c’è neanche un partito al 30%) ha chiesto sempre più strumenti tecnici agli studiosi. Quelli che una volta (quando chi scrive intitolò, nel 1991, un suo manuale di sistemi elettorali “Gli strumenti per cambiare”) erano meccanismi da calibrare bene e maneggiare con cura, sono assurti al rango di agenti salvifici del sistema. Chiamati a rendere più moderno il meccanismo di trasformazione di voti in seggi e gli istituti costituzionali, come tassello di un’ampia e generale riforma della politica, dell’economia e della società, gli studiosi si sono trovati ad offrire ben quattro diverse combinazioni (dal Mattarellum del 1993 al Rosatellum del 2017) che hanno finito per essere il motore unico del cambiamento. Un motore insufficiente per imprimere un mutamento al Paese: spesso si è riusciti a “fabbricare” una maggioranza (dal ’94 in poi, nessuno ha mai raggiunto il 55% dei voti del pentapartito, per esempio, fermandosi quasi sempre molto al di sotto del 50%) ma la politica non ne ha approfittato per accrescere il consenso. In altre parole, l’”aiuto” fornito dai meccanismi elettorali non è stato accompagnato da un complesso di politiche atte a conseguire, nel contempo, la crescita del Paese e l’aumento del favore popolare per l’azione dei governi. Lo dimostra il fatto che, dal 1996 in poi, nessuna coalizione ha mai vinto le elezioni per due volte di seguito. Ciò è avvenuto più per demerito degli uscenti che per il gradimento verso l’offerta elettorale degli avversari. Invece di cercare di rimuovere le cause della disaffezione e della scarsa attrattività dei partiti (persino i nuovi sono votati spesso più “per contrasto” verso quelli scelti in passato che per adesione ideale) si è fatto ricorso a strumenti della scienza della politica e dell'”ingegneria costituzionale”, i quali possono avere molti meriti e svolgere una funzione positiva, ma non possono diventare panacee per mali che non sono in grado di curare da soli.

23 ottobre 2017

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