Il caso Mastrogiovanni: "87 ore" per morire - DIRE.it

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Il caso Mastrogiovanni: “87 ore” per morire

ROMA – Come morire, invisibili, sotto gli occhi di tutti. E’ il caso di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di 58 anni, morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania, le cui ultime ore di vita vengono raccontate da Costanza Quartiglio nel suo film documentario “87 Ore”.

Proiettato in anteprima il 7 novembre al teratro Palladium di Roma, uscirà nelle sale a Roma e Milano dal 23 novembre e sarà in onda su Rai3 il 28 dicembre. Un film doloroso e penetrante nella cruda rappresentazione della realtà, descritta con poche parole – quasi ad indicare l’ineffabilità di fronte al (mal)trattamento subito da Mastrogiovanni – e con molti silenzi. Perche è quasi inutile raccontare quando i video del circuito di sorveglianza sono alla portata di tutti: il documentario, infatti, non suggerisce soluzioni o interpretazioni, ma lascia all’osservatore la libertà di giudicare e l’obbligo di fare i conti con se stesso, con la propria umanità. Nel documentario il maestro viene spogliato della sua storia, della sua vita, della sua personalità. L’obiettivo è che vesta i panni di un uomo qualsiasi, che rappresenti la condizione che tanti, ancora oggi, vivono all’interno dei reparti di psichiatria, senza che amici e parenti ne siano a conoscenza. “Mi sono fidata dei medici. Di quel giorno in ospedale, oggi, ricordo meglio delle altre una cosa: una porta gialla con il vetro coperto da una vernice bianca per non farci vedere cosa accadeva nel reparto”. Così la nipote della vittima, Grazia Serra, alla quale all’eopoca dei fatti fu negato l’ingresso nel reparto per non “turbare il riposo dello zio”. Oggi l’intento di Grazia, come quello di tutti coloro che lottano con lei, è quello di spalancare quella porta e portare “luce laddove ancora oggi vige l’oscurità”. Il film è stato prodotto da DocLab, in collaborazione con Rai3, il Mibact ed ha ottenuto il patrocinio di Amnesty international Italia in collaborazione con l’associazione ‘A Buon Diritto’.

LA STORIA  – Ecco la ricostruzione degli ultimi eventi di cui è stato protagonista Mastrogiovanni raccontati nel lavoro di Costanza Quartiglio. Il “maestro più alto del mondo” (come lo chiamavano i suoi alunni, ndr) il 30 luglio 2009 è stato visto sfrecciare in un’auto all’interno di un’area pedonale di Acciaroli, comune campano nel Cilento, con “lo sguardo perso nel vuoto”. Da qui, sostengono i familiari, è partita la richiesta del TSO (trattamento sanitario obbligatorio) da parte di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica (comune limitrofo ad Acciaroli. Vassallo è il ‘sindaco pescatore’ ucciso nel 2010 in agguato di sospetta matrice camorristica che è tuttora oggetto di indagini da parte della magistratura). Il TSO di Mastrogiovanni diventa esecutivo il giorno dopo, il 31 luglio, quando viene prelevato da un dispiegamento di forze dell’ordine presso una spiaggia del Cilento dove campeggiava. “Non portatemi all’ospedale di Vallo, lì mi ammazzano“: sarebbero queste le ultime ‘lungimiranti’ parole del maestro prima del ricovero. Ad ascoltarle una testimone poi sentita dai giudici. In ospedale Mastrogiovanni morirà il 4 luglio 2009 sotto lo sguardo delle telecamere. L’uomo era rimasto del tutto nudo per la maggior parte del tempo, precedentemente sedato (contenzione chimica) e poi legato al letto con fasce e bende per 87 ore consecutive (contenzione meccanica). Completamente inerme, ed incapace di muoversi autonomamente il maestro non sarebbe stato nutrito né dissetato.

Con la morte la famiglia ha denunciato i sanitari del nosocomio. Sono diciotto le persone coinvolte nel “crimine contro Mastrogiovanni”. Ad ora è in corso il processo d’appello contro i dodici infermieri, mentre i sei medici responsabili sono stati condannati tre anni fa, in primo grado con tre capi d’accusa: sequestro di persona, falso ideologico (in quanto la contenzione non era segnalata all’interno della cartella clinica), e morte come conseguenza di altro delitto. Oggi i medici sono di nuovo in esercizio.

LA NIPOTE: RITROVARE UMANITÀ PERDUTA – “Il mio più grande rimorso è quello di essermi fidata di un medico e di non aver insistito per vedere mio zio. Far vedere a tutti queste immagini è per me un modo per permettere alle persone di entrare all’interno di questi reparti chiusi. E’ stata una decisione sofferta rendere pubblico questo video, per quello che rappresenta e perchè mio zio era una persona molto riservata”. Lo dichiara all’Agenzia Dire, Grazia Serra, la nipote di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare morto il 4 luglio 2009 all’interno delle mura dell’ospedale di Vallo della Lucania dopo essere stato sottoposto ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio.  Per Grazia, “è talmente grave quello che è successo e talmente poco noto tutto ciò che avviene in molti di questi reparti che era fondamentale mostrarlo a tutti. La gente deve vedere per capire”. La famiglia di Mastrogiovanni ha deciso di rendere pubbliche immagini così delicate perchè dalla conoscenza derivi la consapevolezza. “Appena morto mio zio non sapevo cosa volesse dire contenzione, non sapevo cosa fosse un TSO, quali erano i diritti di una persona ricoverata e dei suoi familiari. Ho scoperto pian piano un mondo che non conoscevo e voglio che la gente prenda coscienza di quello che può fare. La storia di mio zio non si deve ripetere più”. “Forse mi sentirei un pò sollevata se la sua sofferenza e la lotta che noi parenti stiamo portando avanti, portasse – dice Grazia – all’apertura dei reparti di psichiatria e all’abolizione della contenzione. Bisogna ritrovare la relazione con il paziente e soprattutto – conclude – quell’umanità che da troppo tempo è andata perduta”.

21 novembre 2015
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