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Il figlio di Escobar si racconta: “La vita dopo mio padre”

ROMA –  “Amo mio padre incondizionatamente e lo sceglierei come padre mille volte”. Aspetta la fine Juan Pablo Escobar per mostrare il suo lato piu’ umano, quello di chi e’ cresciuto solo per anni e sente ancora un vuoto dentro.

Il figlio maggiore del narcotrafficante colombiano Pablo Emilio Escobar oggi si e’ raccontato attraverso le domande di Giancarlo De Cataldo in uno degli eventi piu’ attesi della rassegna ‘Libri come’ all’Auditorium di Roma. E, nel giorno della Festa del papa’, lascia la sala (gremita) di stucco, quasi commossa: “Come salverei mio padre? Cercherei di ingannarlo e lo legherei per farlo comportare meglio”.

Attorno al rapporto padre-figlio si e’ sviluppata piu’ di un’ora intensa in cui Juan Pablo Escobar ha voluto dare un’immagine veritiera del piu’ noto narcotrafficante del pianeta, come lui stesso ha scritto nel libro ‘Pablo Escobar – Il Padrone del male‘ (Newton Compton), recentemente raccontato sotto una luce positiva dalla serie ‘Narcos‘, una delle piu’ viste su Netflix.

Senza rinunciare a criticare le politiche proibizioniste o a parlare della mancata ratifica referendaria all’accordo di pace tra il governo colombiano e i guerriglieri delle Farc, un fatto che lo ha “intristito molto”.

“E’ stato molto buono con me, ma ha commesso grandi atti criminali. La sua vita e’ stata una contraddizione permanente“, ha esordito. Solo per un attimo “ho pensato di vendicarlo. Per dieci minuti ho pensato di poter diventare un Escobar 2.0. Poi ho avuto paura perche’ mi sono ricordato tutte le volte che ho chiesto a mio padre di mettere fine alla violenza”. E il vero Pablo Escobar e’ “un contadino che con i suoi genitori e’ costretto ad abbandonare la sua terra per andare a Medellin. A 23 anni ha detto a suoi amici che se a 30 non aveva un milione di dollari si sarebbe suicidato. Ha sprecato la sua intelligenza e l’ha usata per il crimine, ha provato ad entrare all’universita’ ma non ha potuto sostenerlo economicamente. Mi ha sempre detto che dovevo studiare, perche’ non voleva che seguissi le sue orme”.

Con la madre, un amore nato quando erano giovanissimi: “Quando si sono sposati non era nemmeno un narcotrafficante. Tutto e’ venuto dopo. Il loro amore nasce in una poverta’ assoluta. Mia madre si e’ sposata con il figlio del vigilante del quartiere”, ha detto Juan Pablo, che non subito ha capito cosa significasse essere il figlio di un narcotrafficante: “Avevo 7 anni, era fuori dalla mia comprensione. Sono diventato piu’ consapevole quando la violenza di mio padre si e’ riverberata nella vita dei suoi cari. Quando i suoi nemici lo capirono trasformarono me nel suo tallone di Achille. Hanno cercato di sequestrarmi una dozzina di volte, mi hanno tirato una granata che ho fatto appena in tempo a ritirare. Sono vivo per miracolo”. Poi arriva la serie tv ‘Narcos’, che ha fatto conoscere ai giovani “un’immagine glorificata di mio padre. I ragazzi mi mandano foto vestiti come lui, girano video in cui parlano come lui. Ma io nei miei libri offro oltre 700 pagine di ragioni per cui la storia non deve ripetersi. Mio padre mi ha mostrato la strada che non dovevo percorrere”.

Dopo la morte del padre, nel 1993, il difficile cambio di identita’ in Sebastian Marroquin e la fuga, prima in Mozambico e poi in Argentina. Dove per una truffa “il cognome di mio padre ci ha raggiunto. Siamo stati consegnati alla polizia, che ci ha arrestato. Da li’ le televisioni ci raccontano pubblicamente come parte di un’organizzazione che riciclava denaro, che pero’ non avevamo. Dopo sette anni siamo stati dichiarati assolti, ma ci hanno dipinto come delinquenti quasi peggio di nostro padre”.

In tutti questi anni Juan Pablo ha cercato di riappacificarsi con i figli delle vittime del padre, a partire da quello del ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla: “Quando devi incontrare le persone che hanno perso i genitori per colpa di tuo padre non sai nemmeno come salutarli. Ma poi inizia un percorso importante”. Quindi negli anni ha maturato una posizione anti-proibizionista. Che oggi ha spiegato cosi’: “Se decidiamo che la pizza e’ illegale, iniziera’ una guerra per la pizza. Il suo prezzo aumentera’ e la sua qualita’ scendera’. Anni di proibizionismo non hanno risolto il problema: il narcotraffico e’ diventato uno stato parallelo, ma con armi piu’ moderne. Ora hanno anche i sottomarini, li abbiamo resi piu’ potenti con la proibizione. Il narcotraffico non ha frontiere, possono costruire muri sempre piu’ alti, ma come la mettiamo con i sottomarini? È il muro della corruzione che non riusciranno a buttare giu’… Mio padre mandava da Medellin e Miami 800 kg a settimana per tre anni dopo aver corrotto le autorita’ antidroga americane e colombiane. Questo e’ stato possibile grazie al contesto del proibizionismo”.

di Emanuele Nuccitelli, giornalista professionista

19 marzo 2017

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