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DIRE - LE OPINIONI

Ius soli, al più presto

di Bruno Simili per www.rivistailmulino.it

Sono trascorsi circa 20 mesi da quando la Camera dei deputati trasmise al Senato il disegno di legge per modificare la legge n. 91 del 5 febbraio 1992 in materia di cittadinanza. L’approvazione alla Camera sembrò un passo avanti significativo verso la concessione della cittadinanza ai figli nati in Italia da cittadini stranieri, «chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno [diritto di soggiorno permanente per i comunitari, carta di soggiorno di lungo residente per i non comunitari]». In realtà da allora – era il 15 ottobre 2015 – quel testo è fermo in Senato.
Se sono trascorsi quasi due anni dall’approvazione del disegno di legge alla Camera, ne sono trascorsi venticinque da quando, nel 1992, venne approvata la legge tuttora in vigore, che concede la cittadinanza al compimento della maggiore età. Da allora fino al 2004 sono stati circa 120.000 gli stranieri residenti divenuti italiani, circa 10.000 all’anno, inclusi quanti hanno ottenuto la cittadinanza per matrimonio. Come ricorda Neodemos, «a partire dal biennio 2005-2006 il numero di nuovi cittadini è nettamente cresciuto, assestandosi su una media di 40-50.000 all’anno per l’effetto dell’aumento dell’anzianità migratoria e dell’informatizzazione delle procedure». Da quel momento le concessioni della cittadinanza per durata della residenza hanno superato quelle per matrimonio. Qualche anno dopo, sono poi cresciute via via le concessioni di cittadinanza ai figli di stranieri residenti in Italia che chiedono di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno di età. Nel 2014 la cifra era salita a circa 130.000 nuovi italiani, compresi i nuovi cittadini di origine comunitaria.

La concezione della cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia rimane una questione irrisolta, dunque. Come detto, già la legge del 1992 riconosceva il cosiddetto ius soli, ma solo al compimento della maggiore età. Appelli e petizioni a poco sono serviti, se è vero che il percorso parlamentare della nuova legge continua a incontrare ostacoli. L’ultimo consiste nella discussione in corso al Senato da giovedì scorso, dove il Movimento 5 Stelle ha deciso di astenersi (e al Senato un’astensione vale come voto contrario). Come se non bastassero gli oltre ottomila emendamenti della Lega per rendere accidentata la via alla riforma della cittadinanza. Beppe Grillo, che viene dal pessimo risultato al primo turno delle amministrative di domenica 11 giugno, ha esposto la posizione del Movimento senza entrare nel merito della legge, ma ricorrendo al noto, e ormai frusto, argomento della purezza dei 5 Stelle, che non intendono stare al gioco dei politicanti: «quello che ci propinano è un pastrocchio all’italiana che vuol dare un contentino politico a chi ancora si nutre di ideologie».

Certo, il tema della cittadinanza agli stranieri, come tutti quelli ancorati al diverso che arriva – non a caso, nelle stesse ore, il Movimento ha anche mutato radicalmente il proprio atteggiamento sull’accoglienza – è politicamente delicatissimo: ed evidentemente, almeno nella testa di chi continua a fare leva sulla paura come risorsa elettorale, redditizio. Ma il capo di una fazione politica che aspira al governo del Paese dovrebbe sapere quanto sia disastrosa la situazione demografica italiana. Nuovi dati allarmanti arrivano continuamente dall’Istat quanto agli scenari prefigurati per i prossimi decenni. La popolazione italiana, nonostante il saldo migratorio, cresce e crescerà sempre meno ed è e sarà sempre più vecchia. Vecchia, significativamente, in larga parte tanto quanto i senatori che tengono bloccato l’iter della legge.

Eppure la centralità delle nuove generazione per il futuro dell’Italia, oggi più che mai, dovrebbe essere chiara. In Italia i ragazzi figli di immigrati sono più di un milione, e tre su quattro sono nati qui. Nell’anno scolastico 2014/15, le nostre scuole ospitavano più di 814 mila alunni stranieri (dati Ismu-Miur), il 20% in più rispetto a cinque anni prima (un alunno su dieci è figlio di immigrati e in un caso su due è nato in Italia). A quale scopo ritardare con ogni mezzo la concessione della cittadinanza a questi ragazzi? Ci piaccia o meno, per buona parte il futuro del nostro Paese è nelle loro mani. Chi si è illuso di potersi limitare a importare manovalanza senza cittadinanza, badanti e operai senza altre aspirazioni se non quella di un lavoro malpagato e un letto su cui dormire, ha fatto male i propri conti.

16 giugno 2017

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