Islam, indagine sulle moschee in Emilia-Romagna, "la maggior parte non ci va" - DIRE.it

Emilia Romagna

Islam, indagine sulle moschee in Emilia-Romagna, “la maggior parte non ci va”

BOLOGNA – Come accade per i cristiani, anche tra i musulmani la maggioranza vive la fede a modo suo e non frequenta moschee o luoghi di culto. E’ quanto emerge dalla prima indagine sull’islam in Emilia-Romagna, realizzata dall’Osservatorio sul pluralismo religioso. Dalle interviste risulta che i partecipanti alla preghiera del venerdì sono “alcune decine o al massimo qualche centinaio“. Quindi, si stima che la maggioranza dei circa 183.000 musulmani in Emilia-Romagna “esprime un’appartenenza all’islam innanzitutto culturale- si legge nella ricerca- vivendo la fede in maniera individuale, con rapporti saltuari o nulli con le moschee“. La classica maggioranza silenziosa, dunque, affiancata da una minoranza invece molto attiva nell’organizzare attività e luoghi di culto. La ricerca fotografa però anche una sorta di mutamento dell’islam, per adattarsi meglio alla società emiliano-romagnola e italiana.

islam_moschea_musulmaniUn cambiamento che porta ad esempio le moschee ad assumere una forma più simile a quella delle parrocchie. “Le istituzioni italiane- si legge nella ricerca- danno per scontato o esigono che vi sia in ciascuna moschea un responsabile o un rappresentante con cui trattare. L’imam viene quindi spesso rivestito di funzioni che non sono proprie del suo ruolo e che invece lo avvicinano alla figura del parroco“. La trasformazione si rileva anche in alcuni riti, come quello del sacrificio, che prevede l’uccisione del montone sgozzandolo e distribuendone la carne. In Italia questo non si può fare legalmente, se non rispettando alcune normative. E così spesso, “si delega il lavoro a una macelleria autorizzata, che alla fine vende la carne sotto vuoto”. Il rito islamico del sacrificio dunque cambia forma e in questo modo diventa simbolo anche di un “adeguamento alla società” in cui il musulmano vive. Un “segno di integrazione”, dunque, pur “mantenendo il suo significato religioso”.

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Yassine Lafram, presidente della Comunità islamica di Bologna

Questo processo di adeguamento alla società (“isomorfismo”) accade però “nella misura in cui i luoghi di culto raggiungono una certa stabilità- si legge ancora nella ricerca- per questo la presenza di una moschea riconosciuta dovrebbe tranquillizzare piuttosto che allarmare”. Al contrario “dovrebbe preoccupare il rimanere nella condizione di semi-clandestinità o invisibilità“, dove invece può insinuarsi “l’estremismo violento”, ma soprattutto perchè l’invisibilità “ostacola l’integrazione”. In genere, la nascita dei luoghi di culto islamici avviene “per lo più dal basso. All’inizio sono case private, negozi, luoghi di lavoro. Poi sono locali affittati: capannoni, garage, magazzini. La moschea è un punto di arrivo, un ideale”, a cui alcune realtà “si avvicinano”, come la moschea Pendimi a Bologna o quella di Imola, che hanno elementi caratteristici come la nicchia che indica La Mecca o il pulpito per l’imam. Queste sale di preghiera un po’ fai-da-te, però, “hanno problemi sia per l’incogruenza con gli statuti delle associazioni che le gestiscono sia per il non rispetto delle norme igieniche, di sicurezza e di destinazione d’uso”. E questo “rende ricattabili” i centri culturali islamici e “crea una condizione di precarietà che ostacola, tra l’altro, le relazioni con il resto della città”.

di Andrea Sangermano, giornalista professionista

15 dicembre 2016
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