Micheli (Roma tre): “Sempre di più ai corsi, insegniamo facendo sviluppo”

Il docente: "Con i giovani futuro 'win-win'"
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ROMA – “Seguo vari progetti di cooperazione nel mondo e mi capita di collaborare con tanti cooperanti italiani. La maggior parte sono giovani tra i 30-35 anni, di grande valore e con ottimi curriculum alle spalle. L’Italia non solo sa formare ma in questo settore vanta metodologie ed esperimenti di grandissima qualita’. Il problema e’ che sono troppo poco raccontati dai media italiani”. A parlare con l’agenzia ‘Dire’ e’ Mario Micheli, docente in Storia e tecnica del restauro all’Universita’ Roma Tre, e delegato del rettore per la Cooperazione allo Sviluppo.

Giovedi’ Micheli interverra’ al panel ‘Formazione, Innovazione e sviluppo. Esperienze sul campo tra America Centrale e Africa’, organizzato nell’ambito di Exco, la prima edizione della fiera dedicata alla Cooperazione allo sviluppo. L’incontro sara’ occasione per fare il punto sui molteplici programmi che l’ateneo romano porta avanti in collaborazione con l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). “Roma tre – dice il docente – e’ un’universita’ relativamente giovane, ma sin dall’inizio ha deciso di impegnarsi nella cooperazione, sul territorio come all’estero. I progetti che portiamo avanti nel carcere romano di Rebibbia seguono la stessa strategia generale di quelli che realizziamo in El Salvador, in Eritrea o in Costa d’Avorio”. Perche’ “per insegnare bene cooperazione, bisogna fare cooperazione, lavorando sul terreno” assicura Micheli.

Il successo di questo approccio, dice il professore, “e’ dimostrato dal numero crescente di iscrizioni al corso di Cooperazione internazionale presso il dipartimento di Studi umanistici, tenuto dal mio collega Massimo Ghirelli: parliamo di 120 studenti in media ogni anno, con circa 50 tesi di laurea richieste”. Il corso “non affronta solo gli aspetti teorici ma prevede che gli studenti formulino un progetto, suscitando grande interesse”.

Piu’ in generale l’esperienza di Mario Micheli, che per oltre 20 anni in Cina si e’ occupato della conservazione del patrimonio culturale nel quadro di un progetto di cooperazione, rivela quanto proficua possa essere la partecipazione di universita’ e centri di ricerca in questo settore: “E’ interessante per gli atenei, che portano avanti ricerche e studi. Ma anche per i Paesi beneficiari, dal momento che facciamo squadra non solo con il ministero degli Esteri e l’Aics, ma anche con ong e istituzioni locali”.

E i progetti seguiti dall’universita’ e finanziati dall’Aics – oltre quindici – toccano ogni campo: dal sostegno all’Universita’ di Mogadiscio, in Somalia, ad ‘Agrinovia’, programma di alta formazione e capacity building coordinato dall’Universita’ di Ouagadougou, in Burkina Faso. Ad El Salvador poi, dice Micheli, “ci occupiamo di risolvere violenza giovanile formando ragazzi e ragazze come muratori o falegnami”. Ma chi studia cooperazione trova lavoro? “All’estero la presenza di italiani e’ notevole” risponde Micheli. “Parliamo di ragazzi laureati in questo ambito, o che provengono da altri percorsi – come Storia o Architettura ad esempio. Le ong, ma anche le universita’, la Farnesina o le organizzazioni internazionali offrono tante opportunita’ di impiego o stage all’estero”. Secondo il professore, pero’, questo patrimonio di esperienze e professionalita’ “non trova spazio sui media italiani” e invece “la cooperazione andrebbe raccontata molto di piu'”. 

 

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15 Maggio 2019
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