A Roma la conferenza sulla Libia. “L’Italia dimostri idee chiare, no a interventi militari”: ne parla alla DIRE il prof. Morone

Bandiera della LibiaROMA – Si apre oggi a Roma la conferenza per la creazione di un governo di unita’ nazionale in Libia che ponga fine all’instabilita’ politica iniziata con la caduta del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, e alimentato da scontri tra fazioni ribelli afferenti ai due governi di Tripoli e Tobruk. Un incontro fortemente voluto dall’Italia. Antonio Maria Morone, docente all’universita’ di Pavia ed esperto di Nord Africa e Medio oriente, spiega alla DIRE la complessita’ del contesto libico, e il peso dell’Italia in questo teatro.

“L’Italia ha una lunga storia di relazioni intense col paese: ha senso che Roma cerchi di ritagliarsi un suo ruolo nella crisi. La questione pero’ – spiega il docente- e’ se ha le capacita’ e la forza per prendere e far valere le sue scelte: nel 2011 non avrebbe dovuto permettere che la soluzione militare prevalesse su quella politica. Oggi ha piu’ capacità di allora? Difficile dirlo, probabilmente no”. Per Morone quindi, e’ molto probabile che l’Italia “si accodera’ a decisioni prese altrove. Anche se a giudicare dalle ultime dichiarazioni del premier Renzi, c’e’ la volonta’ molto piu’ netta di astenersi da un intervento militare, che senza l’Italia sarebbe piu’ difficile da realizzare”.

In passato, dallo scoppio della crisi del 2011 a oggi, la politica estera della Farnesina non e’ stata particolarmente chiara: Morone ricorda l’incidente diplomatico del febbraio del 2015, quando le dichiarazioni del ministro Paolo Gentiloni dopo la conquista di Sirte da parte dell’Isis lo spinsero a dire che l’Italia era pronta alla guerra: “Anche se immediatamente dopo giunse la smentita di Renzi, il danno ormai era fatto. La conseguenza allora fu la decisione di chiudere l’ambasciata italiana a Tripoli per ragioni di sicurezza, che aveva un ruolo importante di raccordo tra i due paesi. Cio’ dimostra che una linea definita e condivisa non c’era. Speriamo che oggi il governo abbia le idee piu’ chiare e soprattutto una politica strutturale”.

L’aver eliminato un dittatore senza aver previsto una valida alternativa politica che scongiurasse il rischio della guerra civile e’ stato un errore, ecco perche’ l’incontro di oggi e’ tanto importante: “Io non credo nell’idea sempre più ricorrente da agosto e oggi, dell’utilita’ di un intervento internazionale militare, perche’ si trasformerebbe il paese in cio’ che e’ oggi la Siria. D’altronde i contesti sono abbastanza simili. Ma mentre in Siria e’ in atto una vera e propria guerra, con milioni di morti e rifugiati, in Libia- anche se la situazione nell’ultimo anno e mezzo e’ peggiorata- non c’e’ ancora un conflitto diffuso bensi’ a bassa intensita’, secondo i momenti e le zone. Un ulteriore intervento creerebbe solo un’escalation militare”.

A proposito di Isis- che in questi ultimi giorni ha conquistato Sabrata, la ‘Palmira libica’, e che pare intenzionato a trasferire le sue forze qui, dato che i suoi feudi in Siria ed Iraq stanno cedendo sotto il peso delle bombe francesi, russe e statunitensi, Morone chiarisce: “A mio parere l’Isis non e’ qualcosa di estraneo alla Libia: i membri dello stato islamico qui sono anche libici, ecco perche’ si sta radicando con facilita’. E hanno interesse naturalmente a controllare le risorse petrolifere. Molte testimonianze- aggiunge l’esperto- rivelano con evidenza che ci sono infiltrazioni dalla costa e non solo a Sirte. E tutto questo e’ legato all’instabilita’”.

Instabilita’ che pero’ il docente di Pavia legge in modo particolare: “Voglio sfatare la retorica secondo cui la Libia sia uno stato fallito e fragile, simile alla Somalia: in realta’ la guerra di adesso dimostra che lo stato c’e’. Si combatte per lo stato. Infatti l’epicentro degli scontri e’ Tripoli e Bengasi”, le citta’ in cui si concentra il potere dei due governi autoproclamati. In questa sitazione quindi non giova il fatto che “l’Occidente continui a vendere armi a gruppi che hanno larga disponibilita’ economica grazie al petrolio”.

Non bisogna infatti dimenticare che “gli attori locali sono supportati da propri gruppi armati. Quindi lo scontro militare non e’ svincolato dalla competizione politica”. E’ per questo che le grandi potenze sperano nel superamento di questa situazione, che alimenta continui scontri. Ma le responsabilita’ dell’Occidente sono per Morone, evidenti: “Se oggi in Libia si combatte e’ perche’ nel 2011 prevalse la soluzione militare. Nelle fasi iniziali del conflitto- da subito la protesta civile contro Gheddafi si trasformo’ in lotta aperta, a differenza di Egitto e Tunisia, ndr- ci fu la proposta di mediazione da parte del presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che volo’ a Tripoli per cercare un compromesso politico tra Gheddafi e i suoi oppositori. Ma l’Europa, invece che appoggiarlo, opto’ per le armi. Se e’ vero che dal punto di vista delle risoluzioni internazionali dell’Onu l’intervento puntava alla protezione dei civili dalla repressione del regime- puntualizza il docente- di fatto fu un’azione che servi’ a eliminare il Colonnello Gheddafi”.

13 Dic 2015
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