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DIRE - LE OPINIONI

Per battere la corruzione bisogna accentrare tutto nelle mani dello Stato?

di Barbara Varchetta (Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali):

La corruzione è un cancro, l’illegalità un veleno. Così Papa Francesco si è recentemente espresso parlando di corruzione, fenomeno difficile da arginare e che costa all’Italia il primo posto tra i Paesi europei ed una collocazione intermedia nella classifica mondiale degli Stati più corrotti.

Molti gli interventi normativi che si sono susseguiti di legislatura in legislatura, alcuni assolutamente inefficaci, altri ad alto potenziale di incisività. Ed in un’epoca storica in cui si inneggia, più di qualunque altro periodo, ad una fantomatica autonomia regionale, che a tratti si tinge di grottesco quando sconfina nell’ipotesi di secessione, emerge con prepotenza la necessità, da più parti esplicitamente dichiarata, di riportare tutta la gestione amministrativa ad un sistema centrale e centralizzato che di fatto depotenzi l’indipendenza regionale. Questo orientamento appare come un tentativo disperato di combattere (non proprio ad armi pari) il fenomeno corruttivo.

Recentemente il ministro della salute Lorenzin e lo stesso presidente Cantone, nel delineare le aree di rischio specifico in materia di Sanità, e proprio al fine di ridurre sensibilmente le infiltrazioni illecite e la cattiva gestione nella pubblica amministrazione, hanno concordato sull’ipotesi di uniformare le modalità di elaborazione dei contratti pubblici, di assegnazione di incarichi e nomine, di gestione del patrimonio aziendale nonché dei relativi controlli. Tutto ciò porterà senz’altro benefici inestimabili.

Attualmente inestimabili, o per meglio dire quantificabili in molti miliardi di euro, sono invece i danni causati dal fenomeno corruttivo: esso incide negativamente sulla libera concorrenza, frena la realizzazione delle opere pubbliche, abbassa il gettito delle entrate statali, comprime il sistema economico poiché scoraggia gli investimenti, specialmente quelli esteri. Esiste infatti una stretta correlazione tra il livello di corruzione percepita oltre confine e gli investimenti stranieri sul nostro territorio, palesandosi il rapporto tra i due elementi come inversamente proporzionale.

Negli altri Paesi europei il fenomeno appare meno forte pur restando esso talmente pervasivo da costituire un affaire che pesa sui conti dei singoli Stati centinaia di miliardi di euro.

Emblematico è il caso della Germania che, pur essendo stata travolta nell’ultimo decennio da innumerevoli scandali di portata internazionale, non è ancora riuscita ad apportare i necessari correttivi per limitare le dimensioni del problema nè ha inteso recepire la convenzione anticorruzione proposta dall’Unione Europea e dall’ONU.

E proprio le organizzazioni internazionali come l’ONU, l’OCSE, il FMI (solo per citarne alcune) hanno dato un grande impulso in tema di lotta alla corruzione creando un sistema atto a vincolare ed indirizzare la condotta degli Stati attraverso l’istituzione di standard di trasparenza e codici di comportamento largamente condivisi. La regolamentazione di molti processi economici è andata di pari passo con un accentuato sistema di controllo e sorveglianza dei Paesi aderenti nonché con l’introduzione di norme specifiche contro la corruzione. Anche in questo caso, pionieri sono stati gli USA che già nel lontano 1977 proposero un’azione multilaterale contro il fenomeno corruttivo colpendo le multinazionali americane, al tempo avvezze a queste pratiche, specie in territorio straniero. Soltanto un ventennio più tardi si sono unite alla battaglia le organizzazioni internazionali sottoscrivendo numerose convenzioni contro la corruzione e stimolando i Governi a legiferare in tal senso.

13 novembre 2015

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