Cultura

Colori e tecniche, svelati i segreti dell’arte Gandhara – FOTO

ROMA  – La scelta dei colori, la presenza dell’oro, le superfici decorate e i materiali usati. Oriente e occidente si mescolano nel Gandhara, l’arte nata tra il I secolo avanti Cristo e il VI dopo Cristo nell’area compresa tra l’attuale Pakistan settentrionale e l’Afghanistan. Figure che riconducono alla religione buddista e che svelano influenze indiane, iraniche e greco-romane. Finora una tecnica, quella del Gandhara, non approfondita nella sua specificità, ma che da oggi rivela i suoi segreti grazie all’intervento di diagnosi e restauro eseguito dall’Istituto superiore per la Conservazione e il restauro (Iscr) su sculture in pietra e in stucco di arte del Gandhara conservate presso il Museo nazionale d’Arte orientale Giuseppe Tucci di Roma (Mnao).

Il lavoro è stato eseguito negli ultimi due anni, grazie a una “costante e stretta collaborazione” con il Museo romano e la Missione archeologica italiana che opera nell’area gandharica dello Swat (Pakistan). E visto che per la prima volta sono stati affrontati in maniera complessiva e multidisciplinare tutti gli aspetti di questa antica arte, l’Iscr ha racchiuso i risultati dell’intervento nel volume ‘Gandhara. Tecnologia, produzione e conservazione. Indagini preliminari su sculture in pietra e in stucco del Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’.

Pubblicato dall’Istituto superiore con Gangemi editore, il libro è stato presentato venerdì a Roma dal direttore Iscr Gisella Capponi, il direttore del Polo museale Edith Gabrielli e due tra i maggiori esperti di arte del Gandhara, Anna Filigenzi e Claudio Faccenna. Intervenuta nella sede della Gangemi, in via Giulia, anche l’ambasciatrice del Pakistan Tehmina Janjua. I restauratori e i tecnici dell’Istituto hanno esaminato la composizione dei materiali usati per le sculture e le loro modalità di lavorazione e di trattamento delle superfici decorate anche con policromie e dorature.

GLI INTERVENTI SUL COLORE – In particolare, l’Iscr ha concentrato l’attenzione sul colore e sulla doratura della scultura del Gandhara “finora non adeguatamente focalizzato e soprattutto non analizzato con il supporto di adeguate indagini diagnostiche”. Sono state eseguite indagini diagnostiche non distruttive o con il prelievo di microcampioni per individuare sia l’esatta composizione della pietra, sia per verificare la presenza e la tipologia di pigmenti, dorature e del loro eventuale strato preparatorio, “spesso non facilmente individuabili a occhio nudo”. E proprio sui rivestimenti policromi l’Istituto ha condotto uno studio specifico per valutare le metodologie di intervento e i prodotti più adeguati per la conservazione. “Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento- ha spiegato Simona Pannuzi, curatrice del volume e archeologa dell’Iscr- quando opere di questo tipo venivano ritrovate, non c’era la comprensione del valore di queste policromie antiche, anche perché ne rimanevano poche, e spesso i frammenti venivano rimossi per dare un’immagine più compatta delle sculture”.

STORIA, CULTURA E GUSTO ESTETICO – Ma è proprio la presenza del colore e delle decorazioni che “ci restituisce qualcosa di diverso dalla visione che, da Winckelmann in poi, ci ha condizionato. E invece il loro gusto era diverso- ha detto ancora Pannuzi- e lo dimostrano alcuni particolari, come i vestiti scolpiti sulle opere, che erano dipinti. Molto di quello che loro vedevano non lo potremo mai più vedere, ma la tecnologia ci aiuta”. Sì, perché alcuni frammenti analizzati dall’Iscr “li abbiamo ritrovati solo grazie a diagnosi particolari. Per questo le apparecchiature per le analisi diagnostiche sono fondamentali- ha aggiunto- e auspichiamo che sulla tecnologia si possa investire”. Del resto, e’ solo con indagini complesse che gli esperti possono “individuare precisamente le policromie, capire la loro tipologia strutturale e intervenire con le tecniche di restauro più adeguate”.

GLI INTERVENTI FUTURI – Realizzato in collaborazione con le Università di Roma e Pisa, il lavoro sull’arte del Gandhara potrà proseguire grazie a “un altro finanziamento del ministero dei Beni culturali che ci consentirà di approfondire queste prime indagini, a partire da quello che oggi abbiamo capito”. Una ricerca che vedrà “estendere la campionatura anche a materiali di altri musei- ha detto infine Pannuzi- sia italiani che stranieri. Tra questi, il museo di arte orientale Guimet di Parigi e anche il Museo civico archeologico di Milano, con cui abbiamo già stretto contatti per avviare un lavoro sulla loro collezione gandharica”.

LA VITA NELLE ANTICHE BOTTEGHE – Per conoscere più a fondo i problemi tecnologici legati ai modi di lavorazione dei manufatti gandharici, nel progetto di ricerca dell’Iscr è stato inserito anche un dettagliato studio degli strumenti di lavorazione di un nucleo di reperti scolpiti in pietra, che potrà rappresentare un primo step per comprendere il livello di organizzazione delle botteghe di lapicidi e dei cantieri edilizi, le consuetudini di lavoro, le modalità di scelta del materiale a seconda delle epoche e dei siti, anche con una possibile comparazione con il contemporaneo mondo occidentale. Infine, una speciale attenzione è stata anche rivolta anche agli aspetti della documentazione e della divulgazione degli interventi conservativi e diagnostici, a sostegno di una maggiore valorizzazione delle opere e di una loro più ampia fruizione, anche con la realizzazione del video ‘L’arte del Gandhara. Un ponte tra Oriente e Occidente’ che ripercorre le varie tappe dell’intervento.

di Nicoletta Di Placido

13 giugno 2015
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