Intercettare va bene, pubblicare tutto no - DIRE.it

Opinioni

Intercettare va bene, pubblicare tutto no

di Barbara Varchetta Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali

Di legislatura in legislatura, di coalizione in coalizione, non v’è stato, negli ultimi decenni, un solo governo che non abbia ritenuto di dover affrontare la questione delle intercettazioni telefoniche utilizzate nelle indagini giudiziarie, orientandosi verso un giro di vite a discapito di uno dei mezzi di ricerca della prova più incisivi e produttivi che il nostro ordinamento preveda.

L’osservatore esterno comprende difficilmente la necessità bipartisan, palesata negli anni da numerose figure istituzionali, di dover ricorrere ad un ridimensionamento di tale strumento investigativo, posti gli egregi risultati che esso ha consentito nella lotta alla criminalità organizzata, al narcotraffico e, più recentemente, al fenomeno terroristico.

Da molto tempo ormai, liberi pensatori, giuristi, singoli cittadini concordano sull’assunto che sancisce la necessità di rinuncia ad una parte, anche consistente, della libertà individuale e del diritto alla riservatezza in nome di un bene più prezioso e meritevole di tutela quale la sicurezza collettiva, intesa nella sua accezione più ampia a ricomprendere anche l’affermazione della Legalità.

Le garanzie previste dal codice di procedura penale, che impone per ogni attività di captazione e monitoraggio delle conversazioni la preventiva autorizzazione del magistrato, un tempo circoscritto per acquisirle nonché la successiva trascrizione pedissequa delle risultanze, da mettere a disposizione delle parti e dei difensori, appaiono piuttosto adeguate a tutelare i diritti degli indagati ed al contempo l’interesse generale.

Ma perché, dunque, il dibattito sul tema non conosce tregua e continua a presentarsi come urgente e necessario un intervento normativo che riformi la materia?

Probabilmente la causa è da ricercarsi altrove, ovvero nell’uso improprio che sinora si è fatto di uno strumento endoprocedurale che, nelle intenzioni del Legislatore, assolve al ruolo di mezzo di indagine da utilizzarsi nelle sedi proprie e non di brogliaccio sul quale tessere una sceneggiatura che possa appassionare gli amanti della soap opera, nel mentre ci si allontana dal diritto/dovere di cronaca.

Ebbene, il nodo della questione è proprio questo: non sembra plausibile lasciare alla discrezionalità di chi si occupa di informazione la scelta su cosa sia realmente di interesse pubblico, e dunque meritevole di esser reso noto attraverso la pubblicazione, e ciò che invece è fondatamente superfluo ed irrilevante. Occorre che vengano delineati gli argini dello sconfinato territorio della discrezionalità che, in qualunque ambito professionale, può trasformarsi in un vulnus se chi la esercita non possiede gli strumenti logico-deduttivi necessari per procedere ad analisi asettiche e razionali… Se a ciò si aggiunge la tipica emotività dell’essere umano medio e l’approccio preconcetto che spesso lo contraddistingue, ecco che il filtro giornalistico può presentare delle falle, tanto grandi da produrre danni incommensurabili nella sfera privata dei citati, molto spesso persino estranei alle indagini a cui le intercettazioni afferiscono ma che finiranno per subire un pregiudizio irreparabile in termini di immagine e credibilità pubblica.

Sacrificare delle persone, siano esse innocenti o palesemente colpevoli, sull’altare del voyeurismo popolare o del sentire rancoroso di questo o quel giornalista, non risponde ai canoni della Giustizia, almeno non di quella che riconosciamo come tale, amministrata e decisa unicamente dagli organi preposti, i soli autorizzati a farlo!

Il “giornalismo di trascrizione”, quello che non conosce senso critico e non sa distinguere l’opportuno dall’inopportuno, l’utile dall’irrilevante, il diritto dei cittadini di conoscere i fatti dal becero pettegolezzo da rotocalco rosa, ha contribuito a svuotare di significato l’attività giornalistica, finendo per impedire il dovuto distinguo tra giornalisti inadeguati (certamente pochi) e professionisti dell’Informazione (la maggioranza), svilendo di fatto il ruolo cardine che la categoria riveste nel nostro contesto sociale.

Le norme in materia di intercettazioni sono, dunque, da ritenersi integralmente valide e da tutelare. Se si riterrà opportuno un intervento legislativo, esso dovrà andare nella direzione della regolamentazione del sistema di pubblicazione, con confini netti tra ciò che la legge consente e ciò che espressamente vieta.

13 maggio 2016
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