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In Australia ex bambino soldato candidato come miglior cittadino dell’anno

deng_adut_bambino-soldatoROMA – A fine gennaio in Australia viene consegnato come ogni anno il premio al cittadino che si è saputo distinguere per coraggio, generosità e capacità di ispirare gli altri. Come riferisce il portale britannico ‘Bbc’, tra i candidati dell’Australian of the year 2017 per lo stato del Nuovo Galles del Sud ci sono, tra gli altri, uno scienziato che sta conducendo studi promettenti sui danni al midollo spinale, un ex giocatore di rugby e un magnate dell’industria mineraria. Ma a fare ‘più notizia’ è Deng Adut, un ex bambino soldato, giunto in Australia dal Sudan quando aveva 14 anni. Quando approdò sull’isola era analfabeta, oggi invece è un avvocato penalista di successo e si è fatto notare dal concorso grazie all’assistenza legale che gratuitamente fornisce a centinaia di migranti africani.

bambini soldatoLa sua, come scrive l’emittente britannica, è una storia degna di un film hollywoodiano: tolto ai genitori quando aveva sei anni, è stato costretto ad arruolarsi. Dopo tre anni di addestramento ha visto il primo campo di battaglia, imbracciando il suo primo Ak47. Qualche tempo dopo è stato ferito alla schiena da un colpo d’arma da fuoco. Un giorno è riuscito a fuggire perché, nascosto in un sacco di grano, è stato ‘caricato’ su un furgone diretto in Kenya. In Australia è arrivato nel 1998. Analfabeta, ha iniziato a studiare e infine si è laureato alla Western Sydney University, che ha promosso la sua storia in tutto il mondo per incoraggiare ragazzi che hanno vissuto la stessa esperienza a intraprendere a loro volta un cammino di riscatto. “Deng rappresenta il meglio di ciò che questo Paese può fare” hanno commentato i responsabili del concorso.

In Australia la crisi dei migranti è particolarmente grave e sentita dal mondo del volontariato: centinaia di persone arrivano tramite imbarcazioni di fortuna, e le richieste di asilo vengono accettate di rado. La maggior parte dei rifugiati finisce quindi in centri di accoglienza su isole dei Paesi vicini, dove restano – privi di assistenza legale – per un periodo indefinito. Da tempo le ong denunciano che questi luoghi appaiono centri di detenzione a tutti gli effetti.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

8 dicembre 2016
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