Mondo

Siria. Il direttore dei musei di Damasco: “Non abbandonateci”

ROMA  – “Quando Palmira e’ caduta nelle mani dello Stato Islamico non ho vergogna di dire che ho pianto. Non ho dormito per giorni. Per me e’ stato come perdere un figlio”. Maamoun Abdulkarim, direttore delle Antichita’ e dei Musei di Damasco e’ un uomo sulla quarantina ma ha gia’ i capelli grigi. Di origini armene e curde, sembra incarnare quel multiculturalismo di cui la Siria era un tempo orgoglioso esempio in Medio Oriente. Il suo incarico- per il quale e’ stato nominato nel 2012 quando sembrava che gli attacchi della ribellione armata stessero facendo vacillare il governo di Bashar al Assad- gli e’ valso il soprannome di “curatore dei musei piu’ triste del mondo”. La sua prima decisione fu di far chiudere tutti i musei del paese, per salvaguardare opere e visitatori. Alla MISNA, che lo ha incontrato a margine di un’audizione davanti alle Commissioni Esteri e Cultura della Camera, spiega: “Ogni giorno ricevo notizie di reperti trafugati o distrutti. Mentre gli altri curatori pensano a come allestire mostre per esaltare la bellezza delle loro opere d’arte, io mi preoccupo di nasconderle, perche’ nessuno le trovi, o le danneggi”.

Maamoun Abdul Karim

Direttore, quali sono le misure piu’ urgenti da attivare per tutelare il patrimonio artistico siriano e cosa puo’ fare la comunita’ internazionale per aiutarvi? “Innanzitutto e’ bene chiarire che esistono diversi tipi di minacce: abbiamo a che fare con quelle che derivano direttamente dal conflitto e che stanno sfigurando le nostre citta’, come la distruzione del mercato coperto di Aleppo, Patrimonio mondiale dell’Umanita’. Poi c’e’ il traffico di reperti e opere d’arte, destinate al mercato nero e ai collezionisti privati. Infine la distruzione volontaria, per motivi, diciamo, ideologici, come e’ stato il caso a Palmira. Quello che chiediamo alla comunita’ internazionale e’ di non lasciarci soli. Di continuare a collaborare con noi. E di separare la politica dalla tutela del patrimonio artistico”. Cosa intende dire? “Tra il 2012 e il 2013 tutti i paesi occidentali, fatte poche eccezioni, ci hanno chiuso le porte in faccia. Non volevano piu’ dialogare con noi in quanto ente governativo. Ci hanno fatto mancare il loro sostegno in un momento molto difficile. Ma questo non ha senso! Forse la cultura in Italia e’ un affare privato? Certo che siamo un ente del governo ma qui la politica non c’entra. Io ho scelto di rimanere in Siria, con la mia famiglia, nonostante i rischi, per preservare la storia del mio paese e come me centinaia di professionisti e talvolta studenti che lavorano gratis per lo stesso motivo. In questo modo abbiamo repertoriato circa 250.000 opere, trasferito da Palmira, prima che cadesse, 400 tra statue, fregi e reperti, e così pure da Deir Ez Zor. Molti di noi sono stati minacciati, perche’ lavoriamo per il governo, e per chi e’ nelle aree controllate da Is il rischio e’ anche piu’ alto. Il mondo non puo’ voltarsi dall’altra parte e lasciarci soli”.

palmira

Molti di voi hanno pagato con la vita. Conosceva il professor Khaled al Asaad? “Certo che lo conoscevo. Era stato mio maestro. E’ la prima persona a cui ho pensato quando ho saputo che Palmira era caduta nelle mani dello Stato Islamico. Lo avevo chiamato, gli avevo chiesto di venire via, per la sua sicurezza e quella della sua famiglia. Mi ha detto che non aveva mai lasciato Palmira, la citta’ in cui era nato, e non lo avrebbe fatto adesso che doveva essere protetta. E’ stato torturato e i jihadisti hanno appeso il suo cadavere a un pennone perche’ tutti potessero vederlo. Un uomo di 82 anni. Lo hanno fatto per terrorizzare la gente. Perche’ lui li aveva sfidati opponendo la sua cultura, la sua mitezza, all’estremismo di questi nuovi barbari”. Perche’ e’ così importante preoccuparsi dei siti archeologici quando centinaia di persone muoiono ogni giorno? “Vede io non sono un cultore delle cose. Ma quelli di cui vi parlo sono oggetti che portano con se’ i simboli della storia e della cultura del nostro popolo. Il patrimonio artistico siriano va salvato per l’umanita’ intera, per tutte le future generazioni, a partire da quella siriana che cerchera’ di ricostruire il nostro paese quando questa orribile guerra sara’ finita. La cultura, domani, sara’ l’eredita’ che lasceremo ai nostri figli per rialzarci, non possiamo permetterci di perderla. Da quando Palmira e’ nelle mani di Is io mi sento una vittima. Ne’ l’esercito ne’ la coalizione internazionale sono intervenuti per impedirlo. Nel mondo della realpolitik gli allarmi e le richieste di soccorso che abbiamo rivolto a piu’ parti sono rimaste inascoltate. Nei momenti piu’ bui mi dicevo: ‘Io ho perso Palmira. Io ho perso. Ma se dovesse restare nelle loro mani, le future generazioni ce ne chiederanno conto, e allora avremo perso tutti’“. (Dire-Misna)

8 novembre 2015
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»