Lazio

‘Uno de nojantri’, storia di Ettore e Trastevere

uno_de_nojantri_copertinaROMA  – “Questo libro parla di mio nonno, Ettore Aristei, figlio di Ines la mobiliera di vicolo del Cinque, una donna che tutti conoscevano al tempo della guerra e della borsa nera”. Si chiama ‘Uno de nojantri’ l’opera prima di Fabio D’Andrea: duecento pagine in cui è raccolta la vita di Ettore, figlio della Trastevere a cavallo delle due guerre mondiali: “Lui- racconta l’autore- viveva nella Trastevere degli anni Trenta, dove la fame nera era di casa in tutto il rione“.

Qui Ettore nasce e cresce: “Passa dai giochi col carrettino alle marachelle, dalle sassaiole su ponte Sisto ai bagni al fontanone del Gianicolo. Fa il contrabbandiere di sigarette, il disertore, fugge ai rastrellamenti“, scappa da Roma e infine torna al suo rione sul finire degli anni 40.

Il libro, edito da Alpes, sarà presentato lunedì 11 luglio alle 20 allo stand Norden del Tiber fest sull’isola Tiberina. “L’ho scritto- spiega l’autore- per raccontare la storia della mia famiglia, di mio nonno e di sua madre in particolare, dei trasteverini di una volta, di quelli che ‘hanno superato il mare con gli zoccoli’, hanno vissuto la guerra, la borsa nera, i bombardamenti, i rastrellamenti. E’ una Trastevere che è sparita”.

Nato nel 1923, Ettore cresce tra vicolo del Cinque e i mercati rionali dove la famiglia ha un banco: piazza Montanara, che non esiste più, Porta Portese, via Sannio. Le partite a pallone per via Garibaldi e i bagni nel fontanone del Gianicolo spariscono presto, però: orfano di padre, Ettore deve lavorare sin da piccolo, per portare “quarche sordarello a casa”. Farà il pesciarolo, il tornitore, il postino, il fattorino, entrerà a lavorare alle Poste: “Una vita ricca di avventure, disgrazie, colpi di scena, qualche miracolo”.


Il libro è scritto in romanesco: “E’ stato uno sforzo notevole. E’ una lingua che parliamo ma non la scriviamo più. E’ una lingua che ancora emoziona”. L’autore, di professione infermiere, abituato a incontrare e parlare con decine e decine di persone, ha impiegato tre anni a registrare su nastro i racconti del nonno. Altri 7 anni per scrivere e aggiustare il libro. “Quattordici ore vocali- rivela- ci sono ancora tante storie che aspettano di essere raccontate e scritte”.

Scampato in maniera rocambolesca ai bombardamenti alleati a Caserta e Roma, Ettore vive da contadino e partigiano nel Polesine, dove mette su famiglia. Ma il richiamo del rione, del “sanpietrino sotto i piedi” è troppo forte: tornerà a Roma dove realizzerà un grande desiderio: aprire un’officina per biciclette e moto. “Il suo grande sogno sono le corse in moto- racconta ancora D’Andrea- apre un’officina, partecipa a qualche competizione molto importante ma non vince mai niente perché per lui il bello dura sempre poco, tuttavia la sua vita è la parafrasi del rione di Trastevere: gente che si è sempre adattata, che ha sempre lottato, gente svelta sia di lingua che di coltello”.

I racconti di Ettore sono delle micro sceneggiature, racconti di una Trastevere antica, piena di vita e umanità. Dove si viveva in venti dentro una stanza: “Ce magnavamo, ce cucinavamo, ce facevamo de tutto”. Ci sono gli amici del rione che lo sostengono, lo rimproverano, lo aiutano a rialzarsi ogni volta che cade. Perché, come ripeteva spesso, “er bello, a me, me dura sempre poco…”.

7 luglio 2016
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