Lazio

Il vino del Lazio si racconta, viaggio alla scoperta delle eccellenze regionali

ROMA – Quasi 20mila ettari di vigne, 200mila tonnellate di uva da vino prodotte, 1,2 milioni di ettolitri di vino ottenuti. E ancora, un export in crescita del 10%, 240 vinificatori a prendersi cura di 68 vitigni, tre Docg, sei Igt e 27 Doc. Il vino del Lazio svela le sue eccellenze e dimostra una crescita non solo dal punto di vista dei numeri, ma soprattutto della qualità.

Un mondo che merita di essere conosciuto palmo a palmo, in un viaggio alla scoperta dei 65 produttori che quest’anno porteranno al Vinitaly le loro 100 etichette tutte ospitate nei 1.800 metri quadrati del padiglione regionale. E proprio la kermesse di Verona, in programma dal 9 al 12 aprile, segnerà le tappe del tour nelle cantine laziali. Loro, i produttori, ci mettono la faccia e la voce, raccontando successi e difficoltà, ma soprattutto passione e dedizione.


Cantina Bacco

Una cooperativa nata tra Nettuno e Anzio nel 1973 “dall’esperienza di un centinaio di viticoltori dell’epoca” che hanno deciso di unirsi per avere un punto di riferimento commerciale e di trasformazione del loro prodotto tipico che, allora come oggi, e’ il Cacchione. Dopo 45 anni e più di una crisi, la Cantina Bacco conta oggi 12 soci. “Non siamo un’azienda di famiglia- dice sorridendo il presidente Claudio Di Gio’ Pietro- ma possiamo dire che siamo tutti fratelli di vino”. Una decina di anni fa hanno inaugurato il nuovo corso della Cantina, fatto di ristrutturazione e riposizionamento dell’azienda, ma anche di marketing, nuova immagine e comunicazione. “Certo, siamo passati attraverso una rapida trasformazione di tutti i vigneti riscoprendo il Cacchione, un vino dalle radici antiche, che coltiviamo a piede franco, come facevano i nostri nonni”, racconta Claudio. Nel 1998-99 ottengono la denominazione di origine controllata per questo vitigno autoctono che regala alla Cantina Bacco il ‘Pantastico’, la loro bottiglia di punta. “Ma vogliamo posizionarci sul mercato anche come un’azienda moderna e aperta anche ai mercati internazionali”. Con i quali la cantina ha un ottimo rapporto: “Vendiamo in Cina, in inghilterra e in Lituania. In più, ci stiamo affacciando al Canada”. La produzione si aggira intorno ai seimila ettolitri di vino l’anno. “Puntiamo alla commercializzazione diretta- dice il presidente- e per questo abbiamo aperto anche un punto vendita interno allo stabilimento di Nettuno, con un’area degustazione che accoglie chi vuole partecipare agli eventi enogastronomici che organizziamo. E da maggio, un sabato al mese inizieremo anche delle visite guidate nei nostri vigneti. Perchè per conoscere un vino si deve conoscere la sua vigna”. Al Vinitaly da dieci anni con il loro stand nel padiglione Lazio, Claudio e’ ottimista e auspica che le cose vadano sempre meglio. “Anche grazie ai prodotti ‘collaterali’ al Cacchione- dice- come lo spumante brut ed extra dry. Facciamo tutto in casa, produciamo e trasformiamo nei nostri stabilimenti. Le bollicine ci stanno dando grandi soddisfazioni, anche perche’ ci fanno avvicinare alle nuove generazioni”. Proprio per questo Cantina Bacco ha cambiato la sua immagine, puntando tutto sulla sua ‘B’ circondata tre acini e i colori nero e rame.


WAS ROMA

L’incontro con un biochimico, una molecola naturale, polifenoli e antociani: è ‘Was’, la cantina di Roma che ha detto basta ai solfiti. “Siamo nati cinque anni fa – spiega il proprietario Elio Franci – ma i primi test li abbiamo iniziati nel 2009 con un Franciacorta”.

Una nicchia molto particolare che ha il suo fulcro nella vinificazione senza solfiti, grazie alla certificazione di un ente esterno che garantisce al consumatore una solforosa totale inferiore ai 10 mg per litro. Il tutto grazie a una molecola naturale estratta dai vinacciuoli dell’uva. “La produzione tocca diversi angoli d’Italia. La nostra sede è nella Capitale e vinifichiamo in diverse cantine: nel Lazio, ad esempio, diamo vita a un Morgantino doc Castelli Romani con una durata media superiore ai cinque anni”.

Il Vinitaly è l’occasione giusta per presentare una novità assoluta: “Un Muller Thurgau e un Pinot Grigio che produciamo in Friuli, ma anche un Nerospino Terre siciliane con sei anni di invecchiamento e un Prosecco”. Il 95% delle bottiglie prodotte finisce sul mercato estero, dagli Stati Uniti alla Polonia, passando da Inghilterra e Germania. “Ma qust’anno vogliamo provare a spingerci fino in Giappone”. E poi c’è l’Italia: “Ci piacerebbe, abbiamo iniziato a sperimentare la distribuzione in alcuni ristoranti amici”.


CANTINE ‘DONNA CHIARA’

‘Donna Chiara’ nasce nel 1879. Viaggia nel Lazio ma arriva fino in Cina con oltre un milione di bottiglie prodotte, soprattutto di Cesanese. Alessio Ceracchi è l’ultimo rappresentante di una azienda familiare vechissima, che ha stabilito a Gallicano il suo quartier generale ma ha poi acquistato terreni anche a Olevano Romano, Frascati e Albano laziale.

“L’ultimo passo compiuto è stato l’acquisto della cantina sociale di Olevano”, racconta. La filosofia è quella di mixare l’unicità delle uve tipiche del Lazio con le versatilità di altri vitigni nazionali ed esteri, per offrire una completa gamma di vini di pregio a prezzi contenuti”.

Se lunga è la storia dell’azienda, brevissima è l’esperienza al Vinitaly. “Siamo solo al secondo anno di partecipazione: sicuramente ti apre molte porte e ti concede l’opportunità di stringere accordi e contratti. Quest’anno, ad esempio, ci aspettiamo di ampliare la distribuzione, soprattutto all’estero”.


CASALE MARCHESE

Un casale d’altri tempi lungo un’antica strada romana, proprietà della famiglia Carletti già dal 1800. E’ qui che la cantina Casale Marchese, in onore dei Marchesi Cavalieri che hanno abitato la dimora dal 1500 al 1700, coltiva i suoi quaranta ettari di vigneti e dieci di uliveti. “La nostra azienda si trova nel cuore del Frascati Doc– racconta Alessandro Carletti- e la mia é la settima generazione che produce vino e olio. Lo facciamo da tempo immemore”.

Tra i loro prodotti di punta c’é il Frascati superiore Docg, “che vendiamo in parte in Italia e in parte all’estero”. In tutto Casale Marchese produce 150mila bottiglie l’anno, di cui 120mila solo di Frascati. “Gli altri nostri vini- spiega Alessandro- vanno dal Clemens, che é un’altra etichetta importante anche se prodotta in quantità minore”.

E poi Casale Marchese fa anche diversi tipi di rosso, dal Novum al Rosso Eminenza, un Cabernet sauvignon, Merlot, Montepulciano e Cesanese. “Ma c’e’ anche il Marchese dei Cavalieri, barricato 18 mesi in botti di rovere“. A completare la gamma, il Cannellino di Frascati Docg.

Alessandro ha portato tutte le etichette Casale Marchese al Vinitaly. La fiera di Verona per loro “è la conferma delle nuove annate che faremo provare a tutti i clienti che già lo lavorano e lo comprano. Il Vinitaly offre l’occasione di invitare tutti gli importatori in un unico luogo, ed é un’ottima cosa”.


CASALE CENTO CORVI

“Io mi diverto, e in mezzo a tutto questo caos divertirsi non é facile. Faccio il lavoro che amo e sto in una terra che ha circa tremila anni di storia“. Risponde così Costantino Collacciani quando gli chiediamo di raccontarci la sua attività. A capo insieme alla sorella della cantina Casale Cento Corvi, a Cerveteri, la sua e’ la terza generazione che coltiva uva.

“Ci siamo messi a produrre vino dal 2001- dice- La nostra famiglia ha sempre vissuto all’interno delle cantine e dei vigneti”. Circa 80-100mila bottiglie l’anno la produzione, perchè, Costantino ne e’ convinto,”la qualità non sposerà mai la quantità“.

La loro etichetta più rappresentativa è il Giacché, “che è stata la nostra scommessa e ci ha permesso di decollare”. Un successo inaspettato per Casale Cento Corvi. “E’ arrivato per caso con la riscoperta di questo antico vitigno che era stato perso. La famiglia, in virtù di quello che mio nonno ci raccontava di queste uve dai colori bellissimi e il profumo meraviglioso, ha deciso di andare a cercare le piante. Abbiamo fatto la ricerca in modo molto tecnico, ma la sorpresa è stato il risultato”.

Dal mercato iniziano ad arrivare attestazioni di merito e premi. “E arrivano tuttora- dice Costantino- Dai cinque grappoli Ais al Gambero rosso, fino all’Espresso. Per noi sono grandi stimoli, anche perché in questo momento c’è un cambio generazionale: stiamo passando da padre in figlio, io e mia sorella stiamo prendendo in mano l’azienda e stiamo cambiando molto la filosofia di lavoro”.

La scelta e’ di virare verso il naturale. “Non usiamo agenti chimici, non usiamo diserbanti“. Lui, che di premi ne ha ricevuti e di passione ne ha da vendere, parla della sua regione e dice che “sta cambiando. Anzi, il Lazio e’ già cambiato. Ha delle sue realtà territoriali importanti e affermate, ma il problema e’ che soffre il mercato nazionale perché purtroppo non ha mai fatto una comunicazione adeguata”.

E partecipare al Vinitaly può aiutare? “Certo, e’ una vetrina a cui non si può mancare- risponde Costantino- é la più importante d’Italia e ci permette di raggiungere i nostri clienti più lontano. È un punto di raccolta importante e soprattutto di conferma e nuovi contatti”.


CANTINA COOPERATIVA DI MONTEFIASCONE

Chi non conosce Est est est? Forse però non tutti sanno che da oggi esiste anche la versione bollicine del famoso bianco di Montefiascone. Una novità assoluta firmata da Renzo Cotarella per la cooperativa che raccoglie circa 400 soci del territorio e che dallo scorso 6 febbraio e’ guidata da Pietro Carletti. “La cooperativa esiste dal 1956- racconta- Produciamo non solo Est est est, ma anche la doc Tuscia, con varie tipologie sia di rosso che di bianco”.

I soci conferiscono circa cinquantamila quintali di uva l’anno, per un totale di circa un milione e mezzo di bottiglie. Nonostante sia una delle realtà più grandi del Lazio, la distribuzione va forte in Italia, ma meno all’estero. “Ci manca una rete di vendita e stiamo cercando degli interlocutori dagli Stati Uniti e anche dal Nord Europa. Quello di aprirci al mercato estero è uno degli obiettivi del mio mandato- dice il nuovo presidente- insieme al miglioramento della qualità, inaugurando anche una produzione non di massa ma di nicchia“.

Ecco perche’ la cantina ha deciso di iniziare l’avventura con lo spumante. “Lo presentiamo al Vinitaly- annuncia Pietro- La produzione per adesso è limitata, abbiamo fatto solo 6.500 bottiglie, ma sono per farci conoscere. È un lancio, ma già dai primi giorni abbiamo visto che ha riscosso successo. C’e’ molto interesse intorno allo spumante Est est est”. E c’è anche una bella storia dietro alla nuova etichetta. Una storia che risale al 1700, quando due nobili inglesi decisero di sposarsi proprio a Montefiascone. “In quell’occasione, per ringraziare della’accoglienza regalarono alla città lo stemma della loro famiglia”, racconta Pietro.

E adesso quello stemma e’ sull’etichetta dello spumante Est est est. “Abbiamo pensato che è bello brindare a questo matrimonio con questo nuovo spumante“. E se quest’anno a Verona il protagonista e’ lui, la cantina cooperativa di Montefiascone non si ferma e punta già all’edizione 2018 del Vinitaly: “L’auspicio- dice Pietro- e’ di presentare il prossimo anno altre novità grazie alla presenza di Renzo Cotarella che da due anni collabora con la nostra cantina. Con lui- conclude- abbiamo costituito un pool che si dedica alla qualità”.


VIGNETI IUCCI

Un’azienda storica, ma ancora in grado di offrire al mercato novità di prim’ordine. Lo dimostrerà al Vinitaly, dove Vigneti Iucci presenterà il suo Prospero, un’etichetta a base di Olivella nera e Muntepulciano. “Lo produciamo da due anni”, racconta Giuseppe Iucci, alla guida della società nata nel 1910 e regina del podere La Creta a Sant’Elia Fiumerapido, in provincia di Frosinone, proprio di fronte all’Abbazia di Montecassino.

Abbiamo iniziato a imbottigliare negli anni Novanta– aggiunge- e oggi produciamo dalle 45mila alle 55mila bottiglie l’anno”. I vini di Vigneti Iucci sono quelli della tradizione, spiega Giuseppe, dall’Atina Cabernet al Merlot, fino al Sirah. E poi lui, Prospero, che nasce dal vitigno autoctono Olivella nera. “Con questo vitigno gli antichi romani producevano il famoso Cecubo di cui parla anche Orazio nella quinta satira”, spiega orgoglioso Giuseppe, che però sottolinea i problemi legati alla distribuzione. “Noi abbiamo scelto di non avere nulla a che fare con la grande distribuzione”, dice.

Vigneti Iucci si rivolge a una nicchia di mercato, non senza soddisfazioni: “Siamo presenti su tutte le guide, dal Gambero rosso a Slow wine”, fa notare. E quest’anno i loro prodotti saranno ancora una volta al Vinitaly. “Partecipiamo alla fiera di Verona dagli anni Novanta- ricorda- ma devo dire che il padiglione Lazio subisce ancora il pregiudizio che in questa regione si fanno vini di grosso consumo. E invece non tutti sanno che abbiamo delle nicchie meravigliose. Per questo è necessario mettere in campo una promozione forte. Noi non abbandoniamo la speranza“.


CANTINE VOLPETTI

Riprendere i vitigni “minori”, quelli che rappresentano la tradizione del Lazio ma che negli ultimi anni sono stati abbandonati, e dare loro nuovo vigore. E’ questo l’obiettivo delle ‘Cantine Volpetti’ di Ariccia, un’azienda che negli ultimi 10 anni “si è trasformata molto puntando in particolare sul Cesanese, sulla Malvasia puntinata del Lazio”. A spiegarlo è il proprietario Mauro Volpetti, che ha scelto la qualità piuttosto che la quantità, abbassando la produzione a “250mila bottiglie per annata, per il 90% destinate al settore della ristorazione”.

Ma soprattutto sulla nuova doc ‘Roma’, sia in bianco che in rosso. “Era una sfida. Già venti anni fa dissi che bisognava adottare il brand Roma, uno dei più conosciuti al mondo, anche se dobbiamo lavorarci sopra con una strategia comune guidata dalle istituzioni”, aggiunge Volpetti.

E questo perché il Frascati ormai “ha perso l’appeal del passato: colpa nostra, non siamo riusciti a dargli nuova vita nonostante fosse tra i vini più conosciuti al mondo”. Il futuro adesso è Roma. “Secondo me bisognerebbe fare un altro passo avanti con le Igt, producendo etichette con un nome che richiami Roma e il suo territorio, perché purtroppo il marchio Lazio non trova visibilità


AZIENDA PIETRAPINTA

Da cinque generazioni dediti alla vigna e all’ulivo. Pietrapinta è un’azienda di famiglia in piena regola, nata sotto il segno della viticoltura e proseguita con la creazione di una cantina. Il tutto, con un legame al territorio, quello di Cori, che negli anni ha visto Pietrapinta in prima linea nella valorizzazione dei vitigni autoctoni.

“Alla fine degli anni Ottanta insieme alla Regione Lazio è stato fatto un lavoro importante per dare una prospettiva alle tipologie dei vitigni che potevano essere coltivati con successo nel Lazio“, ricorda Bruno Ferretti. Un percorso che ha visto la famiglia lavorare insieme all’istituto di Conegliano Veneto, che faceva da referente tecnico per l’impianto di molti vitigni internazionali anche nella zona dell’agro di Cori, oltre allo sviluppo degli autoctoni.

“Qui abbiamo la fortuna di avere il Nero buono, che è un vitigno di grandissimo valore e di grande importanza per noi e per il territorio. E poi c’è il bianco, che va dal Bellone e alla Malvasia puntinata”. La punta di diamante di Pietrapinta è il Colle amato, fatto con il Nero buono in purezza, ma poi c’è anche il Costavecchia e la linea Pietrapinta, con i nomi dei diversi vitigni.

Produciamo circa 200mila bottiglie l’anno e il nostro focus commerciale è molto orientato sul territorio, Roma e Latina sono due delle zone di grande interesse per noi”. E se nel resto d’Italia sono presenti “a macchia di leopardo”, all’estero Pietrapinta lavora con gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania e la Svezia. E al Vinitaly quest’anno Bruno Ferretti va con molta speranza: “Abbiamo già un appuntamento importante che ci auguriamo vada bene- racconta- Magari sarà un’edizione da ricordare”.


AZIENDA PILEUM

Immersa nel cuore dell’eccellenza Docg del Cesanese, a Piglio, l’azienda Pileum nasce nel 2003 “un po’ per gioco”. Dal 2013 crea la sua cantina, diventa autonoma e oggi, dopo 14 anni, produce 50mila bottiglie l’anno. “Non avevamo alcuna esperienza- ricorda Alessandra Borgia- ma abbiamo iniziato perché uno dei soci della nostra azienda, mio padre, ha origini in questo territorio. Abbiamo deciso di investire in questa impresa e di fare il Cesanese, che per noi un elemento con cui siamo cresciuti”.

E in effetti la loro produzione è tutta di Cesanese del Piglio da uve di Cesanese di Affile in purezza.”Ma abbiamo anche una buona produzione di Passerina del Frusinate, che è l’altro autoctono bianco del nostro territorio. Il nostro vino più pregiato? Il Bolla di Urbano è la nostra bottiglia ammiraglia. L’azienda si chiama Pileum- spiega- che è il nome latino di Piglio, e Bolla di Urbano si riferisce a una bolla papale che nel 1088 parlava dell’esistenza di Pileum”.

Al Vinitaly Alessandra ci va da sempre, da quando ha iniziato a essere produttore di vino. “Siamo lì dal 2006 e abbiamo partecipato tutti gli anni. I benefici? Inizialmente mi sembrava di perdere tempo- dice- perché l’azienda era giovane e non la conosceva nessuno, e così anche noi. Ci mancava l’esperienza. E invece, nel corso degli anni con la presenza costante al Verona il lavoro è aumentato molto”. Un risultato raggiunto anche “grazie al fatto che il padiglione del Lazio negli ultimi anni ha suscitato più curiosità. E adesso siamo in una fase in cui non potremmo proprio mancare, perché è un appuntamento importante”.


CANTINA VILLA GIANNA

Un territorio incastonato tra i monti Lepini e il mare, proprio all’interno del Parco nazionale del Circeo. E’ qui che i vigneti della ‘Cantina Villa Gianna’ respirano la brezza marina, capace di togliere umidità all’uva e anticipare la vendemmia già al 10 agosto. Gianluca Giannini è il terzo rappresentante di una generazione che nella doc ‘Circeo’ ha trovato la sua ragione di vita.

“E’ stato mio nonno a iniziare l’attività, e oggi produciamo sia bianco che rosso, insieme al frizzante. Inoltre, abbiamo iniziato a vinificare anche il Moscato di Terracina perché siamo andati a cercare nei dintorni partite di prodotto interessanti”. Al punto che la produzione arriva a toccare un milione di bottiglie ad annata, destinate alla zona del Centro Italia.

Da gennaio 2015 un cambio di strategia ha portato ‘Villa Gianna’ a chiudere l’export per concentrarsi sul mercato interno. “Grazie a questa riorganizzazione- conclude Giannini- commerciale abbiamo fortificato l’impresa e ora abbiamo nuove energie per guardare al futuro e coprire sempre più quote nazionali”.


AZIENDA AGRICOLA PAPALINO

È uno dei produttori più giovani del Lazio. Gabriele Papalino ha 22 anni da compiere, ma nell’azienda che porta il suo cognome ci è nato e cresciuto, fino a diventare, a gennaio scorso, il titolare a tutti gli effetti.“Certo- racconta- mio padre è sempre accanto a me, a volte discutiamo, ma l’obiettivo è lo stesso: far crescere la creatura fondata da mio nonno”. E siccome lui è fresco di nomina, questo sarà il suo primo Vinitaly da titolare. “Data la mia giovane età- dice- mi aspetto di incontrare dei validi collaboratori e magari di far crescere questa azienda anche grazie alla mia mentalità aperta alle nuove conoscenze”.

Era il 1960 quando nonno Ercole decise di acquistare la tenuta a Castiglione in Teverina, in provincia di Viterbo. Oggi ha sette ettari di costruzione, uno dedicato alle olive e quattro impiantati a vigna. “Cerchiamo di produrre vino di qualità abbattendo tutti gli ostacoli chimici, come i diserbanti, che ostacolano il ritmo della natura. La certificazione biologica? Io, mio padre e mia madre stiamo valutando”, spiega Gabriel.

I Papalino producono tra le 28 e le 30mila bottiglie l’anno. “Per noi rispettare la qualità è un dovere- dice Gabriele- anche a scapito della quantità”. Tra le etichette più in vista c’è Lazulum, un blend di Grechetto, Trebbiano e Malvasia, spiega il giovane titolare. Poi l’Ametis, un Grechetto in purezza, il Solidago, blend di Montepulciano e Sangiovese, e infine il Senauro, un bariccato con il 75% di Merlot e il 25% di Sangiovese. “E’ un prodotto che conta quasi due anni di lavorazione- specifica- ed era nato per essere il nostro prodotto di punta”.

Ma poi in casa Papalino è arrivato il Grechetto che nel 2014 è stato premiato dalla guida Vini buoni d’Italia come uno dei migliori prodotti nel Lazio. “Quello del 2014 era un vino che stiamo cercando di ripetere- dice Gabriele- perché era davvero eccezionale, dal colore vivo e i profumi intensi”.


MERUMALIA

Ha quasi 33 anni, una laurea in economia e un’esperienza di lavoro negli Stati Uniti. Ma un anno fa Giulia Fusco decide di mollare tutto e iniziare una nuova vita. Destinazione: Merumalia, l’azienda di famiglia immersa nelle campagne di Frascati. “Sono la seconda generazione che porta avanti questa avventura– racconta Giulia- Tutto è nato da un’idea di mio padre, che 25 anni fa ha comprato il vigneto. Non proveniamo da famiglie di viticoltori, abbiamo intrapreso questa scelta per passione. Abbiamo rinnovato il vigneto in un’ottica di sostenibilità ambientale e biologica”.

Un nome antico per una realtà giovane. “Merumalia deriva dal latino- spiega Giulia- e accosta il vino buono, ‘merum’, alle altre cose, ‘alia’”. Sì, perché loro a Frascati si dedicano anche all’olio e soprattutto al casale che sorge all’interno dell’azienda. Offrono ospitalità, organizzano eventi e, nel cuore dei vigneti, anche matrimoni. La vista non manca, tra la valle del lago Regillo, le viti e, sullo sfondo, la grandezza di Roma.

Un’idea, quella di intraprendere anche la strada dell’accoglienza, che nasce dall’esperienza di Giulia. “Come organizzatrice di eventi ho lavorato per una società di gioielleria di lusso negli Stati Uniti, poi sono tornata in Italia e ho lavorato per lo chef stellato Antonello Colonna. Mi occupavo di eventi e di gestione del suo albergo. Ma nel frattempo l’azienda di famiglia stava crescendo- racconta ancora- E così un anno fa ho deciso di mollare la mia vecchia vita per cominciare questa”.

Il casale è una sua creatura, e Giulia è orgogliosa di aver messo in piedi un servizio di wine tour e degustazione, ma anche dei matrimoni che si celebrano nel cuore della vigna. “Sono meravigliosi”, dice. E traccia un bilancio di questo suo primo anno. “Sicuramente siamo piccolini, ma stiamo crescendo e abbiamo aumentato sia la produzione che la vendita. Quest’anno imbottigliamo 20mila bottiglie. Essendo a Frascati, produciamo principalmente bianco: due in purezza, il Fiano e l’8nese, una qualità di rosso e l’olio”.

Porteranno i loro prodotti al Vinitaly, il secondo per Giulia: “E’ una vetrina importantissima. Arrivo adesso dagli Stati Uniti dove ho incontrato alcuni importatori e al Vinitaly ho appuntamento con alcuni distributori di San Francisco. Mi sto preparando- dice- perché è un momento importante”.


CASALE DELLA IORIA

Poco meno di 40 ettari di vigneto, circa 80mila bottiglie l’anno e quasi il 50% della produzione sui mercati internazionali. Benvenuti a Casale della Ioria, la cantina di Anagni che dal 1921 si dedica al Cesanese, una tra le Docg più importanti del Lazio.

‘Lo produciamo in tutte le versioni’, racconta Paolo Perinelli, che oggi guida l’azienda di famiglia. ‘La nostra è un’attività a conversione biologica, cerchiamo di utilizzare al meglio il territorio. Abbiamo 38 ettari di vigneto e trasformiamo tutte le uve nella nostre cantine, non ne acquistiamo da fuori’. Paolo è un ingegnere, ma ha deciso di abbandonare la professione per amore dei vigneti. ‘Ho preferito dedicarmi al vino’, dice.

Adesso produciamo circa 80mila bottiglie l’anno, siamo attenti alla tradizione del Cesanese e al territorio. E abbiamo anche recuperato un vitigno che era in via di estinzione, l’Olivella, e da tre anni produciamo questo vino autoctono della provincia di Frosinone che ha un bel successo’. La prima volta al Vinitaly di Casale della Ioria risale al 1989.

‘Il primo anno che sono andato a Verona volevo scoprire che cosa succedeva lì- ricorda Paolo-. Adesso è un incontro con i nostri clienti, soprattutto importatori che abbiamo in giro per il mondo, perché esportiamo una cifra piuttosto consistente del nostro prodotto, quasi il 50%‘. Ecco che cosa dà il Vinitaly a Casale della Ioria: ‘Incontrare in un’unica manifestazione molte persone che altrimenti sarebbe complicato incontrare’.


TENUTA DI FIORANO

Dal cuore dell’Appia Antica alle metropoli internazionali, con una lunga tradizione biologica. La Tenuta di Fiorano conta 200 ettari nel territorio di Roma dedicati a pascolo, grano e uliveti. “Ma 12 ettari sono esclusivamente per i vigneti”, racconta Alessandro Jacopo Boncompagni Ludovisi che gestisce la tenuta di famiglia “da tantissime generazioni”.

La sua azienda ha iniziato a produrre vino già dagli anni Quaranta. “Abbiamo scelto il biologico da subito– dice- e continua a sceglierlo ancora oggi”. Le loro etichette più importanti sono il Fiorano bianco e rosso e, insieme al Fioranello, arriviamo a circa 40mila bottiglie l’anno. “Volutamente, perché si potrebbe produrre molto di più, ma la filosofia della nostra azienda è produrre meno cercando di stare sempre più attenti alla qualità”.

Sarà per questo che Tenuta Fiorano ha fatto strada: “I nostri vini si trovano in Italia, in Europa, in America, sia dalla parte di New York che dalla parte della California. E poi andiamo molto bene anche in Asia”. Al Vinitaly sono presenti da diverse edizioni, convinti che sia “un appuntamento importante sia per presentare le nuove annate che per incontrare tante persone del settore, italiane ed estere. È un punto di ritrovo annuale importante”, dice Boncompagni Ludovisi.

Del suo amore per la terra e il vino parla il suo sorriso, e quando chiediamo se gli mai venuto in mente di abbandonare la tenuta e fare altro, lui risponde così: “No, sin da quando ero ragazzo seguo in prima persona tutta l’attività. Sono lì con gioia, è una passione che non passa e che spero di tramandare a chi verrà dopo di me”.


AZIENDA SERGIO MOTTURA

Le loro etichette si riconoscono dall’istrice, un’immagine in grado di raccontare la storia dell’azienda Sergio Mottura. Un’eccellenza immersa nella provincia di Viterbo, a Civitella d’Agliano, che nasce nel 1933 e che dagli anni Sessanta produce la propria uva, imbottiglia ed etichetta.

Dal 1991 abbiamo deciso di convertirci al biologico e nel 1996 abbiamo ottenuto la certificazione”, ricorda Giuseppe Mottura. È in quel momento che l’istrice ricomincia ad abitare i vigneti e vivere la terra dei Mottura. “Ecco perché è il nostro simbolo. La nostra non è soltanto una scelta di sostenibilità, ma di vita all’interno di un territorio incontaminato. Siamo rimasti fedeli a due cose: al biologico e a uno stile preciso: elegante e raffinato“. Così, Mottura conta centomila bottiglie l’anno da 37 ettari di vigneto, conservando “un rapporto produzione/ettaro molto basso e uva raccolta a mano”.

Da 40 anni il Grechetto è la loro produzione cardine. “Facciamo tre versioni in purezza, il Poggio della Costa, che è il vino che identifica l’azienda, il Latour a Civitella affinato in barrique e la versione muffata, che si chiama Muffo” racconta Giuseppe. Al Vinitaly Mottura ci va con uno spirito preciso: “Non è un punto di partenza, ma quello che si raccoglie della semina fatta in un anno. È importante per noi essere nel Lazio, perché abbiamo sempre ritenuto fondamentale l’identità territoriale dell’azienda. Ci dà l’opportunità di ricordare ogni volta ai nostri clienti che siamo un’azienda del Lazio e che qui produciamo”.


AZIENDA CASTEL DE PAOLIS

Sperimentazioni, test, modernità, rigorosa attenzione alla tecnica e continua ricerca della particolarità. L’obiettivo è sempre lo stesso dal 1985 a oggi: “Dimostrare che il territorio dei Castelli Romani può produrre grandi vini“. Oggi è Fabrizio Santarelli ad aver raccolto il testimone dell’azienda Castel de Paolis di Grottaferrata, attiva da decenni ma che solo dagli anni Ottanta ha intrapreso l’ambiziosa strada dell’innovazione.

“Abbiamo espiantato e reimpiantato totalmente circa 15 ettari– racconta- utilizzando le uve che meglio si erano adattate al clima e alle caratteristiche del terreno”. Un’opera rigorosa durata molti anni, che però “ci ha fatto partire con il piede giusto”. Il debutto arriva nel ’93 con la prima annata: “Siamo molto contenti, l’inizio è stato difficile perché con i nostri vini importanti, aromatici e strutturati forse eravamo troppo ‘all’avanguardia’ rispetto ai classici Frascati doc”, ammette Santarelli.

Il risultato? Etichette che uniscono l’originalità alla tradizione. Come il Frascati doc ‘Campovecchio’ e il ‘Superiore’ doc, oppure il ‘Donna Adriana’, un vino da uve Viognier con un pizzico di Malvasia del Lazio, mentre il rosso di punta della casa si chiama ‘I Quattro Mori’, e si ottiene dall’incontro tra le quattro uve nere che lo compongono: syrah, merlot, cabernet-sauvignon e petit verdot. L’ultima sfida di Castel de Paolis sono i vini da dessert. “Ci stiamo impegnando con ‘Rosathea’ da moscato rosa e il ‘Muffa Nobile‘, un muffato composto da uve semillon, sauvignon e moscato giallo.

Insomma, “una gamma abbastanza completa, tra le 110 e le 120mila bottiglie prodotte a seconda dell’annata”. Il mercato è diviso a metà tra Italia ed export, con la Cina che sta per diventare il primo cliente. Ma negli ultimi anni ci stiamo accorgendo con orgoglio che è aumentata la nostra presenza su Roma: il territorio ci sta premiando e sono molto ottimista per il futuro”.


CANTINA SANT’ANDREA

Una storia che parte dalla Sicilia, passa per la Tunisia e arriva fino alle coste del Lazio. Con un fil rouge d’eccezione: il moscato. La Cantina Sant’Andrea trova spazio tra le due doc di Terracina e del Circeo, dove produce tra le 600 e le 700mila bottiglie l’anno divise tra diverse linee, prima tra tutte Acquarelli. “Ma di strada ce n’è voluta per arrivare fin qui”, racconta Andrea Pandolfo. Dalle vigne in Sicilia, il suo bisnonno decise di emigrare in Tunisia e di piantare lì lo Zibibbo.

“Vendeva il vino ai mercanti francesi e andò tutto benissimo, fino a quando nel 1964 l’allora presidente della Tunisia sequestrò tutte le proprietà degli stranieri”, spiega Andrea. E da grossi proprietari terrieri “mio nonno e mio padre si ritrovarono al centro profughi di Latina“. La vita ricomincia qui, acquistando un piccolo podere in via Renibbio, dove la Cantina Sant’Andrea ha sede tutt’oggi, e piantando di nuovo i vigneti.

“Abbiamo iniziato a mettere insieme tutti i piccoli produttori di Terracina e abbiamo creato una cooperativa, riuscendo a ottenere la doc. Oggi è un patrimonio del territorio che ci viene riconosciuto e sta dando le sue soddisfazioni”. E la famiglia è tornata alle origini ripiantando il moscato di Terracina che si stava perdendo a causa del boom edilizio. “E’ il nostro fil rouge- dice Andrea- ci ha seguito in tutta la nostra storia”.

E li seguirà anche al Vinitaly, dove la famiglia Pandolfo spera che il Lazio riesca a migliorare sempre. “Anche se il gap con le altre regioni è notevole ed evidente- dice ancora Andrea-. Questa regione non ha la storia vinicola di altri territori, e per questo noi produttori siamo costretti a mantenere prezzi molto competitivi nonostante i nostri vini siano di medio-alto livello, e anche altissimo”.


CORTE DEI PAPI SOCIETÀ AGRICOLA

Il loro Cesanese lo bevono negli Stati Uniti, in Germania e perfino in Giappone e in Australia. Il segreto del successo? ‘Vendere un vigneto autoctono’. Del resto, la società agricola Corte dei Papi può vantare venti ettari di superficie vitata di Docg e cinque di Passerina del Frosinone.

“E ora siamo pronti ad ‘aggredire’ anche l’Inghilterra e il Nord Europa“, annuncia Antonio Cosimo, il titolare dell’azienda di Anagni. “Abbiamo iniziato a impiantare i vigneti tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila”. Al 2002-2003 risale la costruzione della cantina e tra il 2005 e il 2006 Corte dei Papi festeggia il suo primo imbottigliamento. “Siamo vinicoli di famiglia, avevamo delle industrie e poi abbiamo pensato di investire e di spostare l’asse sulla doc”, ricorda Antonio.

A oggi producono circa 70mila bottiglie l’anno e sono un’azienda ad alto tasso di internazionalizzazione. Esportano in 23 Paesi esteri, dagli Stati Uniti al Giappone, l’Australia e la Germania. E in Italia? “Purtroppo siamo distribuiti solo nel Lazio- dice Antonio-. Nel mondo c’è curiosità per un vino autoctono come il Cesanese che si trova soltanto qui, a differenza di vitigni internazionali come Cabernet o Merlot che si trovano in tutto il mondo”.

Ecco perché per Corte dei Papi il Vinitaly rappresenta un’opportunità per farsi conoscere e far conoscere il loro prodotto. “Il Vinitaly è la vetrina più importante che abbiamo in Italia, ci aspettiamo che molti operatori vengano a visitarci e ad assaggiare il nostro vino”.


TENUTA TRE CANCELLI

Una storia familiare iniziata negli anni Cinquanta e arrivata alla nuova generazione con l’idea di esaltare un prodotto di nicchia, per veri intenditori. Ecco la ‘Tenuta Tre Cancelli’, azienda di Cerveteri che fino al 2000 trasferiva le proprie uve alla cantina sociale del territorio. Poi il sogno di un marchio tutto loro.

Oggi produciamo 8 etichette– racconta Liborio De Rinaldis- che trovano i prodotti di eccellenza in un Sangiovese in purezza e in uno Chardonnay, entrambi fermentati in botte di legno”. La particolarità di queste produzioni è il numero ristretto di bottiglie: “Al massimo 3mila ogni anno con un costo che si aggira sui 18 euro per il consumatore finale. E se il vino di un’annata non ci piace, non va sul mercato”.

Qualità per pochi, dunque, e l’idea di De Rinaldis è quella di affacciarsi sulla vetrina estera. “Noi distribuiamo in particolare nel Lazio e solo in una piccola percentuale nel resto d’Italia, ma ora vorremmo provare la commercializzazione in Nord Europa“. Intanto al Vinitaly è tempo di una nuova etichetta: “Porteremo un ‘Roma’ doc rosso da uve Sangiovese-Cabernet, che abbiamo chiamato ‘753’ proprio come l’anno di fondazione di Roma”.


AZIENDA BIOLOGICA DE SANCTIS

Vignaioli dal 1816‘. Proprio così, l’azienda biologica De Sanctis ha duecento anni di storia. Tutti legati alla famiglia, generazione dopo generazione. Fino a Luigi De Sanctis, attuale titolare della cantina che grazie a lui e’ risorta dalle sue ceneri.

“Attraverso varie fasi siamo diventati produttori, vinificatori, imbottigliatori, facendo un percorso completo, a 360 gradi”. Ma i periodi bui non sono mancati, e per trent’anni l’azienda si e’ dovuta accontentare di produrre uva venduta da altri. “Nel 2009 ho deciso di farla rinascere con l’idea di mettere al centro il vignaiolo”, racconta Luigi. A oggi la De Sanctis tra proprietà e conduzione conta circa 16 ettari.

Ma soprattutto “facciamo vino solo dalle nostre uve. Ci sono riuscito con l’ausilio fortissimo della mia famiglia, di mio figlio che é l’enologo e con un’idea assolutamente blindata di fare vino solo dalle nostre uve e, ovviamente, in agricoltura biologica”.

Cinque le etichette prodotte, ognuna delle quali vuole raccontare le radici profonde del territorio di Frascati. “Ognuna ci racconta un pezzo di storia“, dice orgoglioso Luigi. E il messaggio è chiaro: “C’è un produttore, che è De Sanctis, che ci mette la faccia e che ti dice che il vino si fa in vigna e si fa in modo assolutamente biologico”.

E siccome fanno vino solo dalle loro uve, la produzione dipende dall’annata. “E questo é il bello- aggiunge- la sfida e la parte più interessante del lavoro. Nel 2016 stiamo producendo circa 70mila bottiglie, un numero per vivere degnamente una vita appassionante”. E la passione é proprio la spinta grazie a cui Luigi ha risollevato l’azienda. “E anche la voglia di rimettere in campo un’etichetta con il nome De Sanctis che era conosciuta ed è stata una delle prime etichette a varcare l’oceano e arrivare a New York“.

Il Vinitaly? “Ci siamo tutti gli anni, perché per noi è una grande festa. Non deve essere intesa come un motivo troppo commerciale- avverte- altrimenti talvolta si rischia di rimanere delusi. Ma bisogna starci anche per combattere una battaglia per il Lazio, che è una regione assolutamente meritevole e dotata di grandi qualità, ma anche di bellezze a volte sconosciute”.


TENUTA SANTA LUCIA

Si potrebbe definire ‘la sociologa del rosé‘. Perché Gabriella Fiorelli nel vino ci vede riflesse le dinamiche sociali e culturali. E ci azzecca sempre. “Oggi il ruolo dell’uomo e della donna sono diventati intercambiabili”, dice. Proprio come il rosé, diventato per lei di moda non a caso negli ultimi tempi.

E’ un rosso travestito da bianco, ma potremmo dire anche il contrario”. Ma il suo, quello che produce nella Tenuta Santa Lucia a Poggio Mirteto, “e’ di un colore inconfondibile, perché viene dal Sangiovese. Ecco, il rosé deve essere color buccia di cipolla rossa”. La sua storia inizia nel 1979. Gabriella sceglie Poggio Mirteto perché è una zona rinomata per i grandi oli. “E si sa che accanto all’olio buono, nasce il vino buono“.

La storia le dà ragione. “Quando impiantai la vigna ero abbastanza libera da ogni disciplinare. Non c’era Doc, e se si è arrivati a un riconoscimento è stato anche in virtù della mia testardaggine e della volontà di far conoscere questo territorio non solo come produttore di olio, ma anche di grandi vini”, racconta.

All’inizio l’azienda era di 20 ettari con una parte coltivata con vitigni tipici del Lazio e del Centro Italia, come il Sangiovese, il Montepulciano e la Malvasia. “Ma da studi effettuati erano vitigni che miravano più alla quantità che alla qualità”. Da master sommelier è riuscita a far tornare in auge il vino della Sabina. Si definisce curiosa e innovativa e tra le sue etichette vanta un Carignano in purezza, una Falanghina che ha ricevuto l’Oscar del bere bene dal Gambero rosso e un Pecorino riconosciuto da Slow wine Miglior vino qualità prezzo.

Ogni vino è come una persona che ha un padre, che è il vitigno, e una madre, che è la terra. Quindi- tiene a spiegare- il Pecorino avrà in Sabina delle caratteristiche che eredita certo dalla varietà, ma che vengono anche da madre terra”. Il suo miglior vino? “Un Syrah che é stato riconosciuto come uno dei migliori vini del Lazio dalla Guida La Repubblica. Si chiama Morrone, dal nome della località e ha ricevuto cinque grappoli”.


TENUTA COLFIORITO

Una vecchia storia di famiglia che “risale a tanti anni fa” quella di Colfiorito, la tenuta che sorge a Castel Madama, poco dopo Tivoli. “I vecchi di casa se ne sono andati– racconta Paola Usai- e siamo rimasti noi. E giocoforza ci siamo rimboccati le maniche per mantenere l’azienda”.

Oggi però quella fatica ha dato i suoi frutti, e Tenuta Colfiorito vanta un’azienda biologica che produce vino e olio. “Abbiamo nove etichette, quattro bianchi, due rosé e tre rossi”, dice Paola. Tra tutti, i rossi Assolo e Villa Cocceia, il rosé Donna Margherita e i bianchi Sorgente, Trovatore e La Loggia. “Il vino lo produciamo noi in azienda, viene conservato in acciaio e soltanto un rosso, il Montepulciano, viene passato in barrique”.

Una versione pregiata che per verrà imbottigliata la prossima estate. Intanto la cantina è pronta per il Vinitaly. “Sono ormai anni che siamo presenti e devo dire che ogni anno facciamo incontri importanti“, sorride Paola. “Il vino é buono e innegabilmente questa é la prima qualità richiesta. Però- aggiunge- c’è interesse verso i vitigni autoctoni del Lazio e questo ci lascia sperare che nonostante gli anni passati non siano stati facili, si possa piano piano andare avanti”.


VIGNE DEL PATRIMONIO

Due amici d’infanzia e lei, Rosa Capece, “moglie dell’uno e sorella dell’altro”. Un legame rinforzato ancora di più dalla passione per il vino che dieci anni fa li ha convinti ad aprire Vigne del Patrimonio, la cantina immersa nel viterbese. “Abbiamo iniziato a produrre in questa zona una tipologia che non é comune, che è lo spumante con i vitigni classici Chardonnay e Pinot nero“, dice Rosa.

In più, Vigne del Patrimonio produce anche un rosso che Rosa definisce importante e che viene dal Cabernet franc in purezza. “Siamo un’azienda di piccolissime dimensioni– racconta- per ora abbiamo due ettari e mezzo in produzione, ma ne stiamo piantando altri due, poi pensiamo di fermarci. Dunque, la produzione finale potrà aggirarsi intorno alle 40mila bottiglie l’anno. Il nostro rosso si chiama Vepre, intitolato proprio alla località dove vede la luce che è il nome latino di un arbusto che cresce spontaneo e che regala una bacca blu molto bella che somiglia vagamente a un acino d’uva”. Rosa ripercorre la storia dell’azienda, prima della quale “non avevamo mai fatto produzione”.

Loro tre per una vita hanno coltivato la grande passione per il vino. “E alla fine ci siamo riuniti in questa impresa e abbiamo deciso di provare a metterci le mani e la faccia“, dice. E da appassionati, al Vinitaly ci sono sempre andati da visitatori. Ma quest’anno per la prima volta hanno deciso di entrare nella carica dei 65 produttori del Lazio presenti a Verona.

“Speriamo di avere una certa visibilità e di riuscire a farci conoscere perché siamo una piccolissima azienda- auspica Rosa-. Abbiamo deciso di partecipare perché crediamo che sia uno strumento importantissimo, l’Arsial ci ha molto motivati perché partecipa molto al nostro sforzo. E così ci siamo decisi ad andare”. Speranze? Aspettative? “Noi produciamo delle tipologie che non sono comuni nel Lazio– risponde- quindi per noi è abbastanza difficile. Ma contiamo molto sull’effetto sorpresa”.


ALESSANDRO SERAFINI, VITICOLTORI DEI COLLI CIMINI

Il loro Greco di Vignanello in purezza è sbarcato da poco sul mercato romano. Una battaglia vinta dai Viticoltori dei Colli Cimini, la cantina del viterbese nata nel 2003 dalla fusione di due cooperative della zona. “La più longeva conta la prima vendemmia nel 1972- ricorda Alessandro Serafini- L’altra era una struttura federconsortile degli anni Cinquanta”.

Oggi hanno anche un frantoio e producono olio e vino. Il prodotto più importante é lui, il Greco di Vignanello. “E’ un vitigno autoctono che vinifichiamo in purezza e che abbiamo recuperato alla fine degli anni Ottanta. E poi abbiamo anche una riserva di Vignanello rosso e il Rulliano, oltre a una gamma di prodotti bianchi e rossi di varie tipologie”, aggiunge Alessandro.

Con una produzione che si aggira intorno ai ventimila quintali di uva l’anno, Viticoltori dei Colli Cimini sono presenti nel Lazio, ma anche nel sud della Toscana e nel Centro Italia. “Ma soprattutto adesso i nostri vini sono presenti anche nella Capitale, un mercato ambito che per noi era precluso. Siamo riusciti a entrare e stiamo nella ristorazione qualificata a Roma“.

Il Vinitaly? “Sono presente dal 1989 e sul versante dell’internazionalizzazione c’é la possibilità di avere tanti contatti. Chiaramente per poi andare sul mercato estero non servono soltanto i contatti, ma anche le condizioni operative ed economiche che possano portare all’estero, perché è un impegno importante”, osserva Alessandro, che ha sempre visto la fiera come “una vetrina imprescindibile. Un’azienda che produce vino in Italia non può non stare al Vinitaly“.

Ne e’ convinto Alessandro: “Al di là delle occasioni, l’importante è esserci, perché tutti sanno che se un’azienda é alla fiera di Verona, vuol dire che è salute”.


MASSERIA BARONE

Un’azienda ArtAgricola portata avanti con la passione per il vino e per l’arte da Enrico Rossi e da suo fratello, rispettivamente 22 e 23 anni che insieme al loro papà guidano la La Masseria Barone. Enrico frequenta l’Accademia di Belle arti, è un fiume in piena, un vulcano di idee e spirito creativo. Lo raccontano le etichette dei loro vini. “Ho iniziato a dipingerle a mano una per una“, racconta.

Creata nel 2007, l’azienda è nel cuore della Atina Cabernet doc. “La stiamo facendo crescere con passione, dedizione e tanto amore- dice Enrico- che è quello che ci spinge ad andare avanti. Adesso abbiamo circa tre ettari di vigna. L’obiettivo è arrivare al doppio, magari sette ettari. Ma facendo sempre un prodotto di qualità e di nicchia”. E tra Cabernet Atina doc, Merlot Igt Frusinate e anche una riserva Atina doc, la famiglia Rossi punta ora ai vini bianchi e, perché no, “magari un giorno spumantizzare anche qualcosa”.

Enrico intanto prosegue gli studi. Il suo sogno è mettere insieme arte e vino. Fare un’azienda ArtAgricola. “Nella cantina vorrei allestire una mostra permanente sul vino che metta in relazione queste due realtà che io considero entrambe artistiche, perché anche fare vino è arte”, dice. Non hanno operai, fatto tutto loro, dalla vigna alla cantina. “E’ tutto a conduzione familiare. E in mezzo ci sono i miei pennelli”.

Le etichette coloratissime arriveranno anche al Vinitaly, dove per la prima volta quest’anno sbarcherà anche la Masseria Barone. “Siamo contentissimi. Da visitatori è molto bello, ma fare il primo Vinitaly come espositore a 22 anni è bellissimo, spero che porti un bel risultato non solo all’azienda, ma a tutto il territorio. Perché quello a cui puntiamo io e mio fratello- dice sicuro Enrico- è far crescere il territorio, in modo che Atina diventi un luogo del vino. Se cresce il territorio, cresciamo tutti”.


FONTANA DI PAPA

Famosissima, votata da sempre all’internazionalizzazione e con un futuro che guarda alla qualità. E’ Fontana di Papa, una delle cantine storiche dei Castelli Romani da tre anni guidata da Francesca Cappelli, presidente della cooperativa nata nel 1959. “Dall’inizio della sua fondazione Fontana di Papa ha esportato una parte importante della sua produzione– ricorda- Inizialmente con il Canada, con cui ancora siamo al 40% delle nostre esportazioni, e poi via via anche su altri mercati, fino all’Asia, la new entry degli ultimi anni”.

Ma la cooperativa non si ferma e punta su un marketing davvero ineguagliabile: “Puntiamo all’ex Europa dell’est- dice Francesca- perché sono convinta che in alcuni Paesi molto cattolici, come la Polonia, un vino che si chiama Fontana di Papa avrebbe un appeal non indifferente”. E se il mercato si allarga, la cooperativa punta anche a migliorare la qualità. “Siamo sempre stati considerati un vino molto popolare, un ottimo prodotto dal punto di vista del rapporto qualità-prezzo. Ma vorremmo offrire anche un prodotto di livello medio”.

La soluzione? La doc Roma, nelle due versioni bianco e rosso. “Stiamo investendo molto- spiega ancora la presidente- e abbiamo ottenuto un prodotto buono che però vorremmo riservare all’estero e alla ristorazione romana che accoglie i turisti”. Nelle intenzioni di Francesca, il successo dell’operazione potrebbe portare i soci di Fontana di Papa a impiantare il doc Roma. “Così ripartirebbe la viticoltura del Lazio, che sta soffrendo una crisi. Ecco, sono convinta che la scommessa sul doc Roma è il futuro, una possibilità che non dobbiamo farci scappare”.

E non c’è vetrina migliore del Vinitaly per rilanciare e dare forza a questa nuova doc. “Darebbe un senso di rinnovamento a tutta la regione”, aggiunge. E intanto Fontana di Papa va a Verona con una piccola sorpresa: “Riproporremo in versione vintage la bottiglia originale del 1980 del Colli Albani superiore doc”. L’obiettivo? “Stimolare un’attenzione nuova al vino delle nostre zone”.


CINCINNATO

Un piccolo gruppo, probabilmente formato da ex partigiani, che nel 1947 decide di tornare alla terra e di fondare Cincinnato, dal nome del console romano. L’obiettivo è lo sviluppo di Cori e del suo territorio, dove ancora oggi la cantina ha sede. “Ma adesso siamo 130 soci, 130 famiglie che vivono di questa struttura”. A parlare per tutti è Nazareno Milita, che con gli altri porta avanti le attività della cantina, dell’agriturismo e del ristorante. “Tra vigneti e oliveti coltiviamo circa 550 ettari di terreno“, dice.

Circa 900mila bottiglie destinate principalmente alla ristorazione, due i vitigni principali: Nero buono e Bellone. Ma sono i nomi dei vini a catturare l’attenzione di chi beve Cincinnato. “Alcuni sono legati ai monumenti di Cori, altri alle località”. Eccolo allora il rosso top, Ercole, in onore del tempio di Ercole che sta sulla sommità di Cori. “E’ il tempio greco più a nord d’Italia”, spiega Nazareno. Poi ci sono il bianco Castore e il rosso Polluce, dedicati a un altro tempio del paese, quello dei Dioscuri.

“E ancora, il Pozzodorico, che è una cisterna romana, Raverosse, che è una zona di rocce calcaree dove facciamo il vino doc Cori composto da Nero buono, Cesanese e Montepulciano, e il bianco Illirio, che prende il nome da un’altra collina”. La qualità a Cincinnato non manca, ma la distribuzione resta principalmente regionale. “E’ difficile vendere vino laziale in un altro territorio viticolo”, dice Nazareno che vede il Vinitaly come “opportunità di chiudere affari, ma soprattutto di fare nuove conoscenze da alimentare una volta tornati a casa”.

Ma che cosa manca al sistema Lazio? “Sicuramente non la qualità- risponde- ma la comunicazione, la capacità di farsi conoscere e di fare squadra. Abbiamo tantissime denominazioni, ma siamo frastagliati. Dovremmo invece investire su alcuni vitigni autoctoni, e poi quelli che hanno più forza emergeranno da soli, riuscendo a trainare anche gli altri”.


CANTINA MUSCARI TOMAJOLI

Un’attenzione “maniacale” alla vigna, una cura minuziosa per la terra e per i prodotti, nessun dettaglio lasciato alla chimica. La Cantina Muscari Tomajoli nasce nel 2007 dalla passione per il vino di un ammiraglio della Marina in pensione. “Avevamo un fazzoletto di terra a Tarquinia- racconta il figlio e titolare dell’azienda, Marco Muscari Tomajoli- e mio padre appena ne ha avuto la possibilità ha impiantato i terreni”.

I primi anni sono passati a lavorare la terra. “Non abbiamo comprato uve da altri, abbiamo aspettato e dopo diverse prove siamo usciti con la prima annata ufficiale nel 2014”. Marco ha 30 anni e un passato da studente di Economia. “Vivevo a Perugia e la mia vita la immaginavo in tutt’altro modo. Mio padre è andato avanti con la sua idea e io mi sono lasciato coinvolgere- ricorda- L’ho seguito da subito anche se non ne sapevo molto”.

Poi ha iniziato a informarsi e ad appassionarmi sempre di più. Fino alla svolta. “Ho fatto un corso da sommelier che mi ha cambiato molto, perché mi ha dato la chiave di lettura per questo mondo. Da un anno mio padre non c’è più e porto avanti l’azienda da solo”. Certo, le difficoltà non mancano, soprattutto se si hanno idee precise e irremovibili come quelle di Marco. “Sto passando a un’attenzione all’ambiente molto più marcata. Vinifico solo con uve di nostra proprietà, ho messo al bando i diserbanti chimici e taglio manualmente l’erba nel vigneto. Curo i vigneti in modo maniacale e le lavorazioni sono ridotte al minimo”.

In due ettari vitati la cantina Muscari Tomajoli ha cinque varietà e produce circa novemila bottiglie l’anno. Nel 2014 e nel 2015 sono nate due etichette, di cui una è il Nethun, un Vermentino in purezza. “Stiamo crescendo- dice Marco- abbiamo preso riconoscimenti anche da Ais e siamo su Vini da scoprire. Il Vinitaly? Questa è la nostra seconda edizione. Lo scorso anno è andata molto bene, ci siamo fatti conoscere e mi è piaciuta molto l’organizzazione. Quest’anno mi aspetto ancora più contatti”.


COOPERATIVA SOCIALE CAPODARCO

Non una azienda vinicola come le altre. La cooperativa sociale Capodarco di Grottaferrata viaggia sui binari della produzione biologica e soprattutto dell’agricoltura sociale. Una realtà che nasce circa 30 anni fa a opera del gruppo di soci della comunità di Capodarco Roma e che ancora oggi in tutte le sue attività prevede l’inserimento di persone con disagio mentale o sociale.

“I nostri obiettivi su cui lavoriamo tutti i giorni sono la centralità della persona e il rispetto dell’ambiente”, spiega Luis Felipe Buonadonna, che da due anni lavora a pieno regime a Capodarco. “Ho 35 anni e ho scelto questa strada in modo un po’ strano: lavoravo in tutt’altro settore, in una holding industriale soggetta a logiche economiche di altro tipo”, racconta.

Il colpo di fulmine arriva veicolato dal ristorante della cooperativa, dove Luis era cliente. “Mi ha appassionato la progettualità in continuo divenire e soprattutto il laboratorio sociale che si chiama Viva-io, completamente gestito da ragazzi con disabilità mentali”. La passione per il vino ha fatto il resto e dopo due anni “il bilancio è decisamente positivo”. Dal 2000 la Capodarco ha sposato il bio al 100% e “lo portiamo avanti a spada tratta- dice Luis- perché siamo convinti che coltivare e avere cura dell’ambiente dà un prodotto con qualcosa in più”.

In questo senso, anche la loro partecipazione al Vinitaly, dove sono presenti sempre anche se “con moltissimi sforzi”, diventa uno strumento per promuovere quello che fanno, agricoltura sociale in primis. “I nostri non sono semplicemente prodotti, ma c’è qualcosa in più. Lo scorso anno a Verona siamo stati premiati con la medaglia di Cangrande, un risultato che ci ha reso molto contenti- ricorda- perché ci ha permesso di portare il nostro messaggio su una piazza internazionale come quella del Vinitaly”.


CANTINA VILLAFRANCA

Il Vinitaly è la festa dell’Italia“. Perché per Lorenzo Gasperini la fortuna del Belpaese sta nel clima e nel territorio che permette di produrre vini di qualità che nulla hanno da invidiare a nessuno. Lui, 22 anni, è la quarta generazione della Cantina Villafranca, una realtà nata nel 1909 ad Albano. “Ho finito l’Istituto agrario e ho iniziato subito a lavorare nell’azienda di famiglia- racconta- abbiamo terreni sparsi anche nella zona del Frascati e in quella del Marino”.

Un milione di bottiglie l’anno la produzione della cantina, “tra i più grandi se si considera il Lazio, nella media a livello nazionale”, dice Lorenzo. “Produciamo il Marino doc, il Colli Albani e il Frascati Superiore, delle Igt classiche come lo Chardonnay, il Syrah e i vitigni classici. E poi anche il Cabernet sauvignon e il Merlot. Più, ovviamente, il Roma doc bianco e rosso”.

I loro vini arrivano in Germania, in Inghilterra, in Olanda, in Belgio e anche in Giappone, negli Stati Uniti e in Brasile. E se a Lorenzo chiediamo che cosa serve al sistema Lazio per fare un salto di qualità, lui non ha dubbi: “Abbiamo bisogno di un’unione, una sorta di accordo tra tutte le varie realtà del Lazio per riuscire a presentarsi uniti e più forti, perché adesso non lo siamo. Dobbiamo presentarci uniti ai mercati e puntare sui prodotti di qualità”.

Intanto Cantina Villafranca prepara la sua partecipazione al Vinitaly, un appuntamento che non perde da 30 anni. “E’ un’esperienza bellissima- racconta Lorenzo, alla sua terza fiera- perché è un punto di raccolta delle eccellenze italiane. Il vino è qualcosa che l’Italia può avere in più rispetto a tanti altri Paesi che provano a inserirsi in questo mercato. Ma le nostre caratteristiche climatiche dell’Italia ci permettono di avere qualcosa che altri non hanno. Ecco- aggiunge- il Vinitaly è come se fosse una festa dell’Italia”.


VILLA SIMONE

Una nuova equipe si è messa alla prova con la prima vendemmia che ha inaugurato il nuovo corso della cantina Villa Simone. E il risultato “è di grande soddisfazione” per Fulvia Stebellini che al fianco di suo marito Lorenzo Costantini è arrivata da pochissimo alla guida dell’azienda di Monteporzio Catone. “Io e lui siamo la seconda generazione di questa avventura nata all’inizio degli anni Ottanta grazie alla grande passione dello zio di mio marito che, insieme a suo fratello, ha acquistato il terreno e iniziato l’attività”.

Lorenzo all’epoca aveva 12 anni, racconta ancora Fulvia, e già allora ha iniziato a vedere che cos’era una vigna e a salire su un trattore. “Da lì è nato il desiderio di imparare di più ed è partito per Conegliano, perché a Roma ancora non c’erano scuole specializzate in enologia“. Lì si è diplomato e dopo l’università è tornato nell’azienda di famiglia. Oggi Villa Simone produce circa 200mila bottiglie l’anno che si dividono per le varie denominazioni, dal Frascati doc al Superiore docg fino al Cannellino.

“Negli ultimi dieci anni abbiamo inserito anche qualche rosso- spiega Fulvia- ma la particolarità resta la produzione di uno degli unici due Cru della nostra denominazione, che è il vigneto Filonardi”. Si beve Villa Simone negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio e anche in Giappone. “Ma negli anni passati il mercato estero per noi era molto più esteso. Stiamo cercando di riportare l’azienda ai suoi anni d’oro, i Novanta, in cui oltre a essere un marchio affermato era anche una realtà che aveva un grande appeal fuori dall’Italia”.

Ma adesso il mercato è cambiato, osserva Fulvia, e non è per forza un male. “Per fortuna siamo circondati da aziende che fanno qualità– dice- anche se questo naturalmente comporta un maggiore impegno per stare sul mercato e mantenere alto il nome dell’azienda. Di certo, noi andiamo avanti con la cura dei nostri prodotti in tutte le fasi della lavorazione”.


 CASALE MATTIA

Senza dubbio un’eccellenza laziale. Lo dimostra il suo Frascati superiore, che Casale Mattia firma con orgoglio da tre generazioni di viticoltori. A guidare oggi l’azienda agricola biologica e’ Roberto Rotelli. “Siamo nella zona del Doc Frascati, ma il Comune e’ quello di Montecompatri, nella zona di Colle Mattia, da cui deriva il nostro nome”. Un unico corpo aziendale di dodici ettari che imbottiglia dal 1995. “L’obiettivo é stato quello di mettere le nostre uve nella bottiglia- spiega Roberto- Dunque, l’idea e’ stata non di fare concorrenza alle grandi aziende del territorio con il Frascati, bensì di lavorare con le nostre uve e chiudere il cerchio”. E con la vendemmia del 2016 Casale Mattia compie 20 anni di imbottigliamento. Oggi la produzione si aggira intorno alle 120mila bottiglie l’anno. “Siamo partiti con il Frascati- ricorda- poi abbiamo ampliato la nostra gamma e adesso abbiamo diversi prodotti: tre tipologie di Frascati, quello Doc, poi il Docg Superiore, il Cannellino e anche la versione spumante, che é una cosa innovativa”. Il mercato? “Siamo un’azienda biologica, un aspetto che in Italia si sta sviluppando soltanto nell’ultimo periodo. All’estero invece il biologico ci ha premiato di più. Siamo stati anche fornitori del monopolio svedese per diversi anni”. Ma l’obiettivo resta sempre quello di riuscire a vendere il prodotto su Roma, “perché basterebbe quello di mercato”, osserva Roberto. “Ma il problema sono i prezzi- aggiunge- perché ci sono alcune aziende che lavorano sulla quantità a prezzi bassi e purtroppo la ristorazione di massa non guarda la qualità, ma il prezzo e il fatto che ci sia scritto Frascati. Così, gran parte delle aziende vitivinicole come la mia restano fuori da questo giro perché il range é diverso”. Ma c’e’ anche un altro aspetto che andrebbe affrontato: la ristorazione. “I ristoratori romani propongono molto poco i prodotti del territorio- specifica il titolare di Casale Mattia- Anche se ultimamente si sta andando in controtendenza sia a Roma che a Frascati”. E qui, per esempio, c’è lo sconto sulla tassa di occupazione di suolo pubblico per il ristorante che promuove i vini del luogo. E allora perche’ non fare un appello, rivolto magari proprio al Campidoglio? “Fate come a Frascati- dice Roberto- mettete in palio un piccolo sconto sull’occupazione di suolo pubblico per i ristoranti che nella loro carta promuovono i vini del territorio capitolino”. La proposta e’ lanciata, vedremo se avrà seguito. Intanto c’e’ il Vinitaly. “Certo, può aiutare, ma è una fiera talmente grande che molti operatori fanno fatica ad arrivarci e spesso la ristorazione romana fa prima a venire in azienda”. E scatta la seconda richiesta: “Stiamo insistendo per riproporre la presenza della regione alle fiere internazionali, come Londra. E’ lì- dice Roberto- che i vini del Lazio guardano in faccia l’internazionalizzazione”.


ANTICA CANTINA LEONARDI

Il viaggio comincia ai primi del Novecento con il bisnonno Domenico. Lunghe tappe percorrono tutte le fasi della produzione enologica, dalla prima produzione di vino sfuso a livello locale alla produzione industriale degli anni ’70-’80, fino ad arrivare ai prodotti ricercati e di altissima qualità dell’ultimo decennio. In mezzo una sola parola, anzi tre: Est! Est!! Est!!! A Montefiascone una delle lingue più parlate è quella dell’Antica Cantina Leonardi, oggi affidata alla quarta generazione guidata da Riccardo Aputini. E’ lui a controllare i 26 ettari di vigneti a circa 4 km dalla cittadina dell’Alta Tuscia che domina il lago di Bolsena. “Oltre alla doc tipica produciamo anche altri bianchi tipici come ‘Pensiero’, un Grechetto Igt, ‘Vivi’, un Vermentino con innesto di Viognier, e rossi di stampo internazionale da uve Merlot, Cabernet e Syrah. Completano la gamma spumanti e muffati, per una produzione di circa 150mila bottiglie destinate alla ristorazione e alla grande distribuzione”. La fedeltà dell’Antica Cantina Leonardi non è solo al territorio, ma anche a Vinitaly: Riccardo, solo per fare un esempio, non perde un’edizione da venti anni. “Negli ultimi anni la rassegna è molto cambiata ed e diventata più raffinata. I nostri risultati sono buoni, riusciamo a chiudere accordi anche con nuovi clienti”. E il futuro? “Bisogna lavorare duro per rimanere competitivi su un mercato dove c’è tanta concorrenza”. La ricetta è semplice e tradizionale: “L’importante è mantenere una propria identità legata al territorio e cercare di distinguersi dalla massa”.


CANTINA SOCIALE DEL PIGLIO

E’ la realtà storica più antica del territorio. La Cantina sociale del Piglio nasce nel 1960 e “con alti e bassi siamo arrivati al 2017 mantenendo alto il buon nome del Cesanese”. Per tutti parla Pietro Rossi, al suo primo mandato da presidente della Cantina. “Negli anni eravamo arrivati anche a 300 soci- ricorda- poi il passaggio generazionale non ha funzionato perfettamente e c’è stato un lento declino. Attualmente siamo oltre i 110 soci che rappresentano che rappresentano il territorio del Piglio”. Nonostante le difficoltà, la Cantina sociale del Piglio e’ sempre rimasta un punto di riferimento per il territorio e per i produttori del Cesanese. “Molte delle realtà nate negli ultimi anni hanno usato la cantina come incubatore di impresa- racconta il presidente- hanno fatto esperienza, si sono professionalmente organizzate e poi hanno spiccato il volo. E noi abbiamo aiutato moltissime di queste aziende a diventare quello che sono: un marchio del Cesanese molto conosciuto”. E ultimamente anche i giovani stanno tornando alla terra. “Forse più per necessità che per passione- osserva Pietro- e questo è preoccupante. Il consiglio che darei a un ragazzo o a una ragazza che voglia intraprendere questa strada? Avere passione, crederci e amare il territorio. Il prodotto c’è, il Cesanese del Piglio è un vino fantastico che non ha nessuna paura di confrontarsi con i blasonati vini del nord”. La Cantina oggi produce circa 450mila bottiglie l’anno, tra bianchi e rossi. E quest’anno e’ tornata anche a Verona. “E’ il mio primo mandato- dice Pietro- e come presidente mi sono trovato in una situazione di difficoltà e lo scorso anno abbiamo saltato il Vinitaly. E invece quest’anno con molto sacrificio siamo di nuovo presenti con il nostro stand e vogliamo dare una nuova immagine della cantina, perchè siamo più che sicuri della bontà dei nostri prodotti e della nostra volontà di risollevarci”.


SOCIETA’ AGRICOLA TERENZI

Dal nonno al papà, da Giovanni ai suoi tre figli. “Nel 1956 avevo 11 anni e andavo a Roma a portare il vino con mio padre alle botteghe di vini e oli, nelle osteria e porta a porta”, ricorda Giovanni Terenzi, guida salda e imprescindibile della Società agricola Terenzi, nel cuore del Cesanese. Lui ha preso la gestione dell’azienda negli anni Settanta. “Ma la svolta è arrivata nel 1982, quando abbiamo iniziato a imbottigliare il vino. Le prime bottiglie erano circa duemila, poi abbiamo comprato altri vigneti e ora siamo intorno agli otto ettari per 200mila bottiglie l’anno”, racconta Giovanni. La sua passione ce l’ha negli occhi e nella mani, con le quali ha portato lontano la sua azienda. “Questa settimana per la prima volta arriveremo in Cina- dice orgoglioso- non era mai successo. Siamo già presenti in Polonia, in Germania, in America, in Australia e in Giappone, adesso anche in Cina. Ma a questo pensano i miei figli, perché io mi occupo dei vigneti e della cantina”. Il segreto? Giovanni non ha dubbi: “Sono quasi 23 anni che andiamo al Vinitaly- dice- e lì abbiamo conosciuto questi assaggiatori, abbiamo promosso il nostro Cesanese. Il Vinitaly per l’estero è stato fondamentale”. Tanto che quest’anno la famiglia Terenzi ha deciso di raddoppiare lo spazio espositivo da nove a 18 metri. “È un investimento che penso valga la pena fare. Io sono fiducioso e voglio andare avanti. Il prodotto ogni anno mi sembra migliore e i risultati arrivano anche in termini di gran menzioni”. Giovanni non si e’ mai fermato, e ha deciso da due anni di aprire anche una sala degustazione nella sua bella cantina. “Abbiamo investito anche facendo mutui, tra due anni finisco di pagare le rate e poi andrò in pensione”. E’ davvero pronto a smettere, Giovanni? “…Vediamo”.

7 aprile 2017
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