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DIRE - LE OPINIONI

Perché Gotor e Speranza hanno strapazzato Orlando

di Guido Moltedo per ytali.com

 opo la manifestazione di sabato scorso ai Santi Apostoli, emergono chiaramente due linee nell’aggregazione che si va formando intorno a Giuliano Pisapia. Due linee che già faticano vistosamente a trovare un punto di sintonia.

L’ex sindaco di Milano – era molto chiaro sia nei toni sia in alcuni passaggi chiave del suo discorso – si muove nella prospettiva di un’intesa futura con il Partito democratico. Come potrà essere realizzata, è un altro conto, e si vedrà, ma intanto il suo registro è stato quello di un leader che cerca di mettere insieme, come dice la sua parola d’ordine, le parti del centrosinistra.
Sul versante dei fuorusciti dal Pd, la linea politica è marcatamente orientata in altra direzione, nella direzione di un confronto diretto e senza remore con il partito di Renzi. L’ipotesi di un futuro accordo non è neppure presa in considerazione.

La conferma più evidente viene dal modo quasi brutale con cui Roberto Speranza e Miguel Gotor hanno commentato la presenza di Andrea Orlando alla manifestazione di sabato e le sue dichiarazioni sull’esistenza di un terreno comune Pd/Pisapia sui cui lavorare insieme (“Credo che i contenuti espressi da Pisapia siano compatibili con una costruzione di un ampio schieramento progressista”).

Orlando ha fatto un congresso nel Pd, lo ha perso, è minoranza di quel partito e non è in grado di rappresentare il Pd, che è un partito che guarda alla destra,
ha commentato Gotor.

Non credo si possa più stare con un piede in due staffe. Qui vogliamo costruire un progetto alternativo alle politiche di questi anni. Chi oggi è nel Pd e vuole farne parte deve scegliere: o con noi o con Matteo.

ha detto Roberto Speranza.

Il permanere di una componente “di sinistra” nel Pd, che intende fare da pontiere con l’operazione avviata da Pisapia, complica i calcoli di Articolo1-Mdp, per il semplice fatto che la sua esistenza stessa intacca il teorema di un partito tutto renziano. Per di più mette a nudo l’incongruenza di una scissione “da sinistra”.

Colpire Orlando significa dunque ri-legittimare l’iniziativa scissionistica e porsi in aperto antagonismo con il Pd, in quanto partito di centro, ormai più assimilabile al centrodestra che al centrosinistra.

La strategia della radicalizzazione anti-renziana – è il succo di quanto va dicendo da tempo D’Alema – punta a far tornare a votare gli elettori che hanno abbandonato definitivamente il Pd, considerandolo ormai, appunto, un partito estraneo alla tradizione di sinistra. Più realisticamente, essa è funzionale alla conquista di quegli elettori di centrosinistra “di sinistra” che ancora votano, elettori che, turandosi il naso, hanno votato per il Pd ma che, avendo un’offerta alternativa, più in linea con la “tradizione”, potrebbero lasciare il Pd e scegliere la lista dei bersanian-dalemiani. Il successo di una simile scommessa consisterebbe in un vistoso dimagrimento elettorale del Pd (che andrebbe sotto il 25 per cento fino ad avvicinarsi al venti) con un risultato vicino alle due cifre per Articolo 1-Mdp.

Se fosse questo l’esito del voto, Renzi andrebbe a casa, questa volta per sempre, mentre i suoi avversari potrebbero riprendersi il partito da cui sono usciti.

Non è pertanto per motivi personali che una simile estremizzazione è in atto. Ci saranno pure, anzi ci sono, rancori e voglia di rivincita, ma è soprattutto la forza delle cose che spinge fatalmente D’Alema e Bersani nella direzione di uno scontro elettorale in cui il nemico numero uno sarà il Pd, non Berlusconi, non Salvini.
Diversamente, dovrebbero accodarsi a Pisapia, in posizione subalterna, a cominciare dai posti nelle liste elettorali, per le quali infatti è già iniziato un duro braccio di ferro, tra pisapiani e bersanian-dalemiani. Subalterni a Pisapia, lo potrebbero tornare a essere perfino nei confronti di Renzi, in un’ipotetica alleanza tra Pisapia e Renzi, nella quale per motivi di rapporti di forza, dovesse essere alla fine Matteo a dare le carte.

Imperativo per Bersani e D’Alema è mettere definitivamente fuori gioco Renzi, e su questa linea si stanno già muovendo. Bersani, alla manifestazione di sabato, ha fatto un discorso quasi interamente dedicato a critiche senza appello a Matteo Renzi. Il nemico principale.

Il primo risultato di questa opzione – dopo i Santi Apostoli – è quello di aver ricompattato il Pd e di aver chiuso tutte le uscite di sicurezza in caso di impraticabilità della linea dell’intransigenza antirenziana. Non ci sono più subordinate allo scontro frontale.

Dice Andrea Orlando, dopo il trattamento subito da parte di Speranza e Gotor:

Si devono decidere loro. Se uno ascolta i discorsi di Bersani e Pisapia coglie una certa differenza. Si devono decidere: se vogliono davvero fare un campo progressista e la coalizione plurale allora devono togliere le pregiudiziali nei confronti del Pd e incominciare a discutere nel merito.
Se invece vogliono fare altro, allora possono seguire un’altra strada. La ridotta che mette insieme tutti quelli che ce l’hanno, per un motivo o un altro, con Renzi. L’intervento di Bersani e quello di Pisapia sono emblematici da questo punto di vista.

Il problema adesso è soprattutto di Giuliano Pisapia, sempre più stretto tra le spinte della sinistra radicale e l’antirenzismo dei suoi compagni di strada; ma lo è anche per Romano Prodi, che si è prodigato per mettere in dialogo le parti frammentate del centrosinistra. Sforzo evidentemente inutile, che rischia di porre ancora una volta il Professore nell’angolo, in una situazione umiliante, a opera dei soliti noti.

Di questo passo, si finirebbe per assistere allo sfarinamento precoce del tentativo di Pisapia e quindi, a maggior ragione, a una campagna elettorale fratricida che replicherebbe tal quale quella referendaria, con la differenza che, questa volta, c’è in ballo esplicitamente quel che resta della sinistra, perfino del centrosinistra, per molti anni a venire.

06 luglio 2017

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