Pd: un partito inadeguato 

Pd è un partito inadeguato, in tempi favorevoli come in tempi avversi. Si tratta di un’affermazione forte, certo. Ma non disfattista. Dettata dalla volontà di cercare le strade per ricompattare le forze per una partito di sinistra che sia di opposizione perché vuole essere di governo; non un partito di testimonianza, dunque (una delle ragioni che hanno frammentato la sinistra). Il presupposto da cui parto è che l’assenza di ragione critica sia uno dei fattori della sua inadeguatezza; un’assenza che diventa enorme quando i suoi dirigenti, anche in questi giorni drammatici, insistono nel ribadire la giustezza della loro posizione, attribuendo agli elettori (del referendum del 4 dicembre e delle elezioni) la responsabilità delle sconfitte. Proporsi come i competenti incompresi dagli ignoranti elettori ingigantisce la loro inadeguatezza. L’ostinazione (questa sì irrazionale) ad attribuire irrazionalità all’esito referendario lascia attoniti: come se il produttore di un bene si incaparbisse a ripresentarlo sul mercato nonostante rimanga sistematicamente invenduto. Liberarsi della zavorra del 4 dicembre è la prima elementare condizione per riattivare la ragione critica, un percorso che non sarà né breve né indolore.

Propongo di orientare la ricerca dei fattori dell’inadeguatezza del Pd verso due grandi costellazioni di problemi, anticipati negli interventi di Salvatore Biasco e di Claudia Mancina: quella relativa ai contenti e quella relativa alla struttura del partito. La questione dei contenuti non può essere rubricata nel capitolo delle “policies” di volta in volta escogitate per attrarre consenso; essa rinvia invece all’orizzonte ideale entro il quale solo le “policies” acquistano un senso, anche per i cittadini che devono giudicarle. Biasco ci ricorda che la sinistra (il Pd in particolare) ha smarrito l’orientamento perché non sa più riconoscere la stella polare. Infatti, l’utopia pragmatica di pensare a una società che voglia combattere le diseguaglianze è molto esigente e non riducibile (come è avvenuto in questi anni di governo Pd) a palliativi monetari; non solo perchè questi sono comunque insufficienti, ma anche perchè suggeriscono di pensare non in termini di giustizia sociale ma di salvagente d’emergenza. Le “policies” devono essere pensate all’interno di una concezione di società giusta, preoccupata di ristabilire le condizioni della dignità delle persone, a edificare o aggiustare le strategie attraverso le quali ciascun uomo e donna acquisti riconoscimento sociale, non si senta né inferiore come “un ultimo” o “un penultimo”, né un destinatario di carità che umilia. Ecco perché le “policies” senza “politics” sono non riconosciute né, alla fine, apprezzate.

Non si tratta di inventare una “narrativa” ad hoc, ma di avere come stella polare una visione di società democratica giusta che deve essere riconoscibile attraverso le “policies”. La Prima parte della nostra Costituzione è stata scritta con il proposito di essere una guida ideale all’azione programmatica dei partiti e dei governi. Tornare alla Costituzione è davvero un progetto strategico di utopia pragmatica. Tanto per fare un esempio: il bonus di 80 euro non rientra nella cornice del secondo comma dell’articolo 3, che promette di “rimuovere” gli ostacoli al godimento dell’eguaglianza legale. Se un liberale conservatore o liberista può senza problema fermarsi al primo comma di quell’articolo (e distribuire bonus ai poveri), un democratico non può farlo. L’argomento addotto dai dirigenti del Pd – “meglio 80 euro di niente” – è il riconoscimento di aver, come partito, rinunciato a ogni strategia di giustizia.

In relazione alla ragione normativa della giustizia, si può spiegare una delle cause della sconfitta radicale del Pd (e delle altre componenti della sinistra): la percezione che i dirigenti (che sono anche gli eletti), nazionali e locali, danno di sé. Si è parlato di sinistra cetuale (Thomas Piketty ha usato l’espressione “sinistra braminica”) – in soldoni, la sinistra ha vinto ai Parioli e ha perso nei “quartieri popolari” (suggerisco di preferire questa espressione a “periferie”, un termine che non rende altrettanto bene l’idea sociologica dei luoghi). I dirigenti del Pd se ne sono accorti solo dopo il 4 marzo, eppure questo fenomeno era già leggibile nelle elezioni regionali in Emilia-Romagna del 2014, un disastro anticipato. Siccome “ciò che conta è vincere” e poco importa quanti votano (questo fu il commento di Matteo Renzi a quelle regionali, che toccarono la più bassa partecipazione di sempre, non arrivando al 38%) non si è visto il problema. La democrazia elettorale non si interessa alle motivazioni dei votanti, ma solo alle preferenze espresse. Invece, è nella natura dei partiti politici interessarsi alle motivazioni (a formare le quali essi del resto servono).

Ora, i “quartieri popolari” sono oggi le zone “fuori” dalle mura (effettive o simboliche) o dei centri storici; ma la sinistra vince “dentro” le mura, nelle zone a traffico limitato. Questa è una rappresentazione visiva efficace dell’identificazione della sinistra con l’establishment, la cui localizzazione rispetto al potere (in centro e al centro) l’ha progressivamente fatta detestare da quelle persone che per appartenenza sociale sono state tradizionalmente la sua spina dorsale, sociologica e ideologica. Alleare i ceti popolari con i ceti medi, ricorda Mancina, è stata un progetto costante della sinistra riformista. È vero. E proprio per questo, i partiti della sinistra avevano un bagaglio ideologico e ideale che premeva insistentemente sull’unità di intenti politici tra ceti popolari o operai e ceti medi, intellettuali ed economici. Ora invece, la separazione riguarda proprio le politiche: da un lato una buona condizione sociale e lavorativa rende gli stessi diritti sociali non pressanti; dall’altro, la condizione sociale vulnerabile rende i servizi sociali veri e propri beni di necessità. Per cui se nel primo caso l’integrazione con le assicurazioni private o l’iscrizione dei figli nelle scuole private non pesano sul tenore di vita; nel secondo caso, questi servizi devono essere pubblici se il tenore di vita deve essere mantenuto. In questo esempio semplice si vede la differenza di interessi tra chi vive “dentro” e chi vive “fuori” del centro.

Si tratta di una differenza enorme, che si riflette nei programmi politici della sinistra al governo: poiché se nel primo caso il ruolo del pubblico diventa più labile nel secondo resta fondamentale; abbiamo già qui due visioni di società che non sono necessariamente disposte ad allearsi. Gli interessi tra ceti “dentro” e ceti “fuori” le mura sono diversi. Questo spiega la ragione per cui la sinistra ztl può siglare solo alleanze di tipo strettamente elettoralistico (qui sta la logica dei bonus) – il suo problema è diventato, dunque, come conquistare i voti di chi è socialmente più vulnerabile (non a caso, prima degli appuntamenti elettorali, le elezioni europee e poi il referendum, il governo Pd ha elargito bonus). Questa politica elettoralistica non passa inosservata e, quel che è peggio, genera risentimento. E la politica populista, come è noto, arma il risentimento sociale. Poco conta lanciare appelli del tipo, “tornare nelle periferie” – un’espressione vuota proprio perchè solo tattica ed elettoralistica. Andare nelle “periferie” per dire che cosa? Andarci per magnificare la politica degli 80 euro provocherebbe solo sdegno.

L’analisi delle passioni in politica è cruciale, non sostituibile dalle diagnosi psicanalitiche, poiché le passioni non sono un disturbo da curare, ma la materia stessa della politica. Le passioni non sostituiscono la conoscenza delle condizioni sociali, ma guidano la scelta personale e collettiva. La sinistra ha perduto completamente il rapporto “sentimentale” con le classi popolari (per usare un’espressione che Gramsci impiegò per denunciarne il fallimento dei partiti liberali ottocenteschi). E “andare nelle periferie” prima delle elezioni offende e genera risentimento – questo è un segno macroscopico di inadeguatezza.

La debolezza progettuale della sinistra è anche conseguenza dell’asfittica dimensione nazionale nella quale ha in questi anni pensato se stessa. Ed è davvero paradossale, vista la sua professione di fede europeista. La sinistra, non solo in Italia del resto, ha perduto la propria vocazione internazionalista proprio quando più ce n’è bisogno. È urgente dare un’identità politica all’Europa per rispondere con efficacia alla crescita di governi euroscettici e nazionalisti; eppure la nostra sinistra non sembra essere attenta o coinvolta in questo progetto – riannodare rapporti stretti con i partiti i partiti “fratelli” dovrebbe essere un progetto politico vitale. L’Unione europea non è uno status quo da difendere ma un progetto federativo da costruire. A me sembra che questo sia oggi un obiettivo programmatico innovativo oltre che urgente, capace di dare nuovi orizzonti e nuova linfa a un discorso politico asfittico quando non assente.

La seconda costellazione di ragioni dell’inadeguatezza del Pd consiste nella struttura del partito, sulla quale non mi soffermerò diffusamente, rinviando agli scritti di Antonio Floridia, tra i più lucidi e ragionati su questo tema spinosissimo e, purtroppo, caparbiamente ignorato dai dirigenti del partito. Lo Statuto del Pd è una componente strutturale dell’inadeguatezza del partito, che come sappiamo ha risolto con le primarie e una struttura plebiscitaria il problema di conciliare il pluralismo con l’unità della decisione. Ha cioè trasformato la democrazia in elezione e la partecipazione in voto (forme partecipative importanti per uno stato democratico più che per un partito). La democrazia elettorale nel partito ha diversi difetti: prima di tutto innesca divisioni e fazioni, lacera il corpo del partito proprio nel processo che più avrebbe bisogno di unità, quello che deve riconoscere e accettare la leadership dirigente; in secondo luogo trasforma la vita democratica interna in funzione della scelta del leader, che acquista una rilevanza personale superiore al gruppo dirigente; in terzo luogo, e conseguentemente, il gruppo dirigente non svolge più la funzione di collaborazione e di controllo, lasciando il leader in una posizione di domino plebiscitario che sente il partito come un abito sempre troppo stretto, soprattutto quando pretende di criticare o discutere le sue politiche e strategie; in quarto luogo, rende la dimensione del discorso, della discussione, delle idee, secondario, come anche la conoscenza della vita dei quartieri dove il partito dovrebbe avere i suoi radar. Lascio o tralascio ogni commento sulla scelta ancora più dissennata di adottare primarie aperte per l’elezione, si badi bene, non del candidato a una carica istituzionale, ma del segretario di partito; con le elezioni aperte il partito si dilata fino a diventare iper-partito, includendo il voto idealmente di tutti gli elettori e le elettrici del paese. Ma non ci si inganni – un iper-partito per il bacino di elettori che coinvolge, non per i contenuti, rispetto ai quali esso è un ipo-partito, un micro-partito. Molti voti e scarsa o nulla vita politica. Se dovessi dare un consiglio ai leader e agli iscritti del Pd proporrei per prima cosa di cambiare radicalmente lo Statuto, per riportare il partito in una posizione preminente, prima del suo leader, e per ridare collegialità alla leadership.

5 giugno 2018
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