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Centrafrica, Garofalo (Sant’Egidio): “A Roma un dialogo franco”

Mauro_garofalo
Il responsabile alla Dire: "Bene incontri in vista dell'assise nazionale"
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ROMA –  “L’obiettivo di questi lavori non era arrivare a un accordo di pace, che in Repubblica centrafricana già è stato raggiunto, ma delineare insieme un’idea di Paese in vista del ‘dialogo repubblicano’ annunciato dal presidente. Si sono seduti allo stesso tavolo, in un clima franco ma fraterno, esponenti di tutta la politica, la società civile e le comunità religiose: è qualcosa che a Bangui non succede, e per questo siamo soddisfatti”. A parlare con l’agenzia Dire è Mauro Garofalo, responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio. L’organizzazione ha supervisionato tre giorni di lavori che si sono tenuti a Roma e che hanno visto la partecipazione di tutto l’arco politico centrafricano, dal partito di governo, il Mouvement Coeurs unis (Mcu), alle formazioni di opposizione, ma anche delle principali comunità religiose musulmane e cristiane e della società civile. “Proprio quest’ultima – mette in evidenza Garofalo – soffre di più a causa delle tensioni nel Paese”. Gli incontri, sottolinea il responsabile, sono stati organizzati “per avanzare suggerimenti, facilitare un clima di concordia e provare a delineare un’idea di Paese condivisa in vista del ‘dialogo repubblicano'”, annunciato a marzo dal presidente Faustin-Archange Touadéra e già preceduto da una settimana di consultazioni con la società civile e dall’istituzione di un comitato di organizzazione ad hoc, all’inizio di questo mese.

I lavori a Roma hanno portato alla stesura di una dichiarazione, dove si mette l’accento sulla necessità di lavorare per la sicurezza, la stabilità e lo sviluppo economico, aspetti “strettamente connessi”, e poi sulla promozione della fraternità e il rispetto, contro l’odio e le divisioni. Gli estensori del documento invocano poi “un cessate il fuoco definitivo”. Lo scorso dicembre gruppi fuoriusciti o che non avevano accettato gli accordi di pace raggiunti nel febbraio 2019, che avevano messo nominalmente fine a sei anni di guerra civile, si sono raccolti nella Coalition des patriotes pour le changement (Cpc) e si sono mossi in armi verso Bangui, alla vigilia delle elezioni che avrebbero portato alla riconferma di Touaderà. Le ostilità sono per lo più terminate, anche se continuano scontri sporadici, dopo settimane di controffensiva. Secondo alcune analisi apparse su media francesi, come Radio France Internationale (Rfi), gli incontri di Roma non sono riusciti a sciogliere il nodo della partecipazione di questi gruppi al dialogo nazionale. “Un’offensiva armata non è certo il miglior biglietto da visita per partecipare a una fase di dialogo”, premette Garofalo, convinto però che il punto su cui ci si dovrebbe focalizzare è tutt’altro. “Le riunioni che abbiamo organizzato a Roma sono state orientate sulla politica e la società civile” dice: “La questione della partecipazione del Cpc non era di pertinenza nostra né dei partecipanti”. Il responsabile di Sant’Egidio fa comunque presente che all’incontro ha partecipato anche Christian Olivier Guenebem-Dedizoum, il segretario generale del Kwa Na Kwa, il partito dell’ex presidente François Bozizé. All’ex capo di Stato, tra i responsabili della guerra civile che ha colpito il Paese tra il 2012 e il 2019, è attribuita la guida del Cpc, e anche la responsabilità dell’offensiva di dicembre. L’ipotesi di una sua partecipazione al dialogo repubblicano è stata sempre respinta da Touaderà.

Tra gli argomenti toccati dalle riunione romane, anche se in modo “più marginale”, riferisce Garofalo, c’è stato anche quello della presenza di combattenti privati russi, partner delle forze armate locali nella controffensvia partita a dicembre e spesso argomento di controversia. “Ne è semplicemente emersa – sottolinea Garofalo – la consapevolezza che se i leader centrafricani non si confrontano il Paese rischia sempre di cadere preda di logiche esterne”. Dalla tre giorni di dibattiti è fuoriuscita anche un’altra convinzione, direttamente connessa agli anni della guerra civile e alla presunta divisione religiosa tra le milizie che si sono combattute, i Seleka ed ex-seleka musulmani e gli Anti-balaka, descritti a volte come milizie cristiane. “Nella dichiarazione si fa esplicito riferimento alla strumentalizzazione del fattore confessionale”, sottolinea Garofalo. “La carta dell’estremismo religioso, usato come moltiplicatore del conflitto, nella Repubblica Centrafricana non ha funzionato: è chiaro che la questione è relativa alla lotta per la condivisione di potere e risorse, e non alla religione”. 

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