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VIDEO | Aosta, un viaggio nel tempo alla scoperta dell’area megalitica

L'assessore Guichardaz: "Qui c’è la vera storia della comunità valdostana"

Pubblicato:26-11-2023 13:23
Ultimo aggiornamento:26-11-2023 13:31
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AOSTA – La colonna sonora del viaggio nel tempo alla scoperta della nuova area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta, è stata appositamente composta dal violoncellista Giovanni Sollima. Il museo ha riaperto al pubblico dopo quasi due anni di lavori con un nuovo allestimento e un nuovo percorso di visita. Prima si scende nel Neolitico, fino a sei metri sottoterra. Si attraversano le età del Rame, del Bronzo e del Ferro e poi si risale con un tuffo prima nell’epoca romana e poi nel Medioevo. In questo ettaro di terra è custodita gran parte della storia dell’umanità, dal 4.200 avanti Cristo fino ai giorni nostri. Si tratta dunque di un gioiello archeologico tra i più prestigiosi in Europa che, nella sua nuova veste, svela al visitatore le sue tante anime.

Il viaggio a ritroso nel tempo parte lento e graduale. Dopo aver varcato il nuovo ingresso all’incrocio tra corso Saint-Martin-de-Corléans e via Italo Mus, si attraversa un tunnel con feritoie che lasciano intravedere la parte più suggestiva del sito. Solo dopo si inizia a scendere in profondità grazie alla “rampa del tempo” che abbina a una sequenza di date le principali scoperte dell’uomo. Arrivati in fondo, la vista si spalanca sul cuore dell’area megalitica: un dolmen e un mosaico di solchi e segni illuminati da sofisticati led simulano l’alba, lo zenit, il tramonto del sole. Le arature sacre -che hanno a che fare con la fertilità e l’origine della vita- si possono vedere da vicino e sono una delle novità più preziose del nuovo allestimento. “È stata messa in luce un parte di aratura per cui le persone che prima vedevano una sorta di terra battuta, ora possono vedere che cosa c’è sotto e le forme delle arature”, spiega Gianfranco Zidda, archeologo della sovrintendenza, responsabile scientifico dell’area megalitica.

Le arature rappresentano un momento importantissimo e qui testimoniano un avanzamento tecnologico: attorno al 4.300-4.200 avanti Cristo non si conoscevano in altri siti. Quindi questo è uno dei dati più importanti che ci testimonia anche una tecnologia particolare perché si tratta di aratri a chiodo trainati da animali. Noi abbiamo trovato le impronte di questi animali e questo è un altro dato di rarità”, aggiunge.

Il viaggio prosegue nella parte nuova del museo. Si approda nella stanza delle stele, un luogo unico al mondo che contiene 46 stele antropomorfe disposte secondo il loro allineamento originale. L’arte si mescola al culto di eroi, guerrieri e divinità. Le più arcaiche presentano tratti essenziali, le più evolute una rappresentazione dettagliata di parti del corpo, abiti, ornamenti e armi. Nell’area megalitica sono state anche scoperte le impronte umane più antiche della regione: risalgono al 2.200 avanti Cristo, a cavallo tra l’età del Rame e del Bronzo. “Si tratta di quattro individui diversi che camminano tutti insieme a lato del praticello arato- spiega l’archeologa Alessandra Armirotti-. Camminano molto lentamente e fanno passi molto corti. Il più alto è circa 1,75 metri, il più basso 1,50 metri. Indossano delle calzature perché nell’orma non si vede l’arco plantare quindi dobbiamo immaginarci delle babbucce“. La particolarità, fa poi notare l’archeologa, è che da come sono disposte le impronte si riesce persino a ricostruire che uno degli uomini è caduto: “Tre di queste impronte sono finite nel fango di una canaletta, quindi abbiamo ricostruito il fatto che uno di questi quattro individui è volato nel fango di una canaletta”.

Dall’età del Ferro si passa a quella romana. Simulando una passeggiata lungo la Via delle Gallie, si raggiunge Augusta Praetoria. Nelle tante vetrinette del museo -che conta in totale 736 reperti tutti rinvenuti a Saint-Martin-de Corléans- si possono ammirare oggetti di uso quotidiano, gioielli, cocci di anfore e corredi funerari come quello dello scriba, che è arricchito da strumenti per la scrittura e per il calcolo. Tra questi c’è un abaco tra i meglio conservati al mondo.

In un attimo si volta pagina e ci si ritrova nel Medioevo. A quell’epoca, l’area cambiò in parte la sua destinazione d’uso, diventando terreno agricolo e in parte cimitero. E dunque anche il racconto del sito cambia registro e parla della lavorazione della pietra ollare. Il nuovo allestimento si completa con una sala civica da 160 posti a sedere, una zona relax in legno, una sala immersiva, una sala per la didattica e uno spazio di 700 metri quadrati pensato per ospitare mostre temporanee.

Un museo a tutto tondo che si contraddistingue anche per il suo valore identitario. “Qui c’è la vera storia della comunità valdostana– dice l’assessore regionale ai Beni e alle Attività culturali, Jean-Pierre Guichardaz-. Da 6.000 anni in questo luogo la storia della nostra comunità trova la sua origine, quanto meno quella testimoniata. Questo credo sia uno dei posti più significativi e più importanti che abbiamo come comunità valdostana e dobbiamo valorizzarlo e preservarlo anche per questo”.

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