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A tu per tu col Sole: a che punto è il Telescopio spaziale europeo?

Intervista al professor Francesco Berrilli, fisico solare dell’Università di Roma Tor Vergata

Pubblicato:16-10-2023 12:48
Ultimo aggiornamento:16-10-2023 12:48
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ROMA – L’ultimo miglio è spesso il più difficile da percorrere. Sembra la storia del Telescopio spaziale europeo, Est, a cui manca solo il tassello finale per la realizzazione, ma il più difficile da ottenere: quello dei fondi. Duecento milioni di euro che la politica deve trovare. “È una cifra molto piccola, è uno svincolo autostradale, molto meno di un aereo da guerra”, ci ha detto Francesco Berrilli, fisico solare dell’Università di Roma Tor Vergata, tra i promotori del progetto che coinvolge moltissimi Paesi europei e in cui l’Italia è in prima fila. 

Pensato una quindicina di anni fa, il Telescopio è uno strumento terrestre di 4 metri per lo studio del Sole, da installare alle Canarie per focalizzarsi su fotosfera e cromosfera della nostra stella.

“Il progetto è ground-based, studiamo lo Spazio da Terra. Se fosse di quella dimensione, messo su un satellite costerebbe 100 volte di più- ragiona Berrilli, a colloquio con la Dire-. Il telescopio costa circa 200 milioni di euro e sarà necessario un tempo di diversi anni per la sua compiuta realizzazione. Ci stiamo lavorando da moltissimi anni, è all’interno della lista di infrastrutture considerate più rilevanti a livello europeo, ora tocca ai governi mettersi d’accordo. La scienza si fa con i ricercatori e con il supporto della politica, che deve aiutarci a trovare i fondi“.

La deadline era attesa per il 2026, poi slittata all’anno successivo. Sarà mantenuta?” Sono i fondi che decidono tutto. Diciamo che il progetto adesso è in larga misura fatto: sappiamo come realizzarlo. Ovviamente il telescopio è estremamente complesso. Il telescopio è piccolo, è un 4 metri, quindi rispetto ai grandi telescopi che ci sono oggi della classe 8-10 o dei futuri 30- 40 metri, è un piccolo telescopio. Guarda il Sole e il Sole è una sorgente di radiazione estremamente robusta. Per dire, i sistemi che si trovano al fuoco primario del telescopio noi lo abbiamo realizzato e progettato con il supporto di ditte che lavorano nel campo della fusione nucleare, perché la densità di calore è la stessa che troviamo in una centrale nucleare. In un telescopio notturno, non abbiamo questi problemi di quantità di energia. Questo ovviamente riscalda le ottiche e  rende il tutto più complicato, però, detto questo, il progetto c’è. Se riusciamo ad avere i finanziamenti, almeno per la metà del dello strumento, potremmo partire già l’anno prossimo e quindi mantenere questa deadline nel 2027″.

È un telescopio fondamentale per lo studio del Sole. Che cosa ha in più rispetto agli strumenti che  vengono utilizzati attualmente?

“Questo telescopio è un 4 metri, come dicevamo. C’è un telescopio della stessa dimensione alle Hawaii, nell’isola di Maui, quella che abbiamo sentito di recente essere stata colpita dagli incendi, e però ha delle caratteristiche, quello americano, un pochino diverse, perché era stato pensato per osservare anche la corona. Questo è un telescopio, invece, che sarà focalizzato soprattutto sulla fotosfera e cromosfera del Sole, quindi è ottimizzato per questo tipo di osservazione. Perché si fanno grandi i telescopi? Per due motivi fondamentalmente: il primo è che aumenta la risoluzione spaziale, è come con un binocolo. Il secondo punto è che se noi aumentiamo la dimensione del telescopio acquisiamo molti più fotoni e quindi il segnale che osserviamo è molto più grande e le sue fluttuazioni che noi chiamiamo rumore, in qualche modo scalano in modo tale che più è grande telescopio e più noi abbiamo quello che si chiama un rapporto segnale-rumore favorevole, cioè il segnale emerge di più rispetto allo stesso segnale ottenuto con telescopi piccoli”

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