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Psicoterapia, la Consulta delle Scuole: “Fondamentale la formazione, servono regole stringenti”

Intervista al Prof. Francesco Mancini, Direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Cognitiva SPC – APC. Il 23 ottobre convegno a Roma all’Istituto di Psicologia della Università Pontificia Salesiana

Pubblicato:09-10-2023 12:45
Ultimo aggiornamento:09-10-2023 12:45
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ROMA – Il 23 ottobre prossimo a Roma, presso l’Istituto di Psicologia della Università Pontificia Salesiana, si terrà il Convegno “La valutazione tra pari nelle scuole di psicoterapia cognitivo-comportamentale a garanzia della qualità della formazione e degli interventi in ambito di salute mentale”, promosso dalla Consulta delle Scuole di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale.

Oggi, 10 ottobre, nella Giornata Mondiale della salute mentale – il cui tema è “La salute mentale è un diritto umano universale” – proponiamo un’intervista al Prof. Francesco Mancini, Direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Cognitiva SPC – APC.

convegno psicoterapia

Professore, il convegno è promosso dalla Consulta delle Scuole di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale. Qual è il Suo ruolo nella Consulta e perché è importante riavviare una riflessione sulla formazione dello psicoterapeuta proprio oggi?
La consulta delle Scuole di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale è stata costituita circa 10 anni fa e riunisce 31 Scuole con diverse sedi in Italia. Le Scuole sono riconosciute dallo Stato al fine di erogare corsi di specializzazione che abilitano all’esercizio della psicoterapia. I corsi sono riservati a laureati in psicologia o in medicina, della durata di quattro anni, con 500 ore di attività didattiche ogni anno. Gli specializzati vengono iscritti in appositi Elenchi degli Psicoterapeuti che sono consultabili presso gli Ordini dei Medici e quelli degli Psicologi. Lo scopo principale della Consulta è garantire la qualità della didattica delle sue Scuole e, quindi, la qualità degli specializzati e, in definitiva, la qualità delle cure per i pazienti. Il mio ruolo è di Presidente eletto per il triennio in corso. Per rispondere alla domanda perché è importante ri-avviare una riflessione sulla formazione dello psicoterapeuta proprio oggi, è opportuna una premessa storica. Negli anni ’80 ci si è resi conto che l’esercizio della psicoterapia e la formazione in psicoterapia non erano più un fenomeno di nicchia ma erano sempre più diffusi e che erano entrambi compromessi da una pressoché totale de- regulation. Chiunque poteva definirsi psicoterapeuta e curare pazienti e chiunque poteva formare psicoterapeuti. È chiaro che si trattava di una situazione inaccettabile, se considerata dal punto di vista della garanzia delle cure per i cittadini. Nel 1989 fu promulgata la legge 56/89 che costituì la professione di psicologo e che disciplinò l’esercizio della psicoterapia e della sua formazione. Da allora per essere abilitati alla psicoterapia è necessario essere laureati in medicina o in psicologia, frequentare delle scuole di specializzazione pubbliche o private riconosciute dallo Stato Italiano ed essere iscritti negli appositi elenchi degli psicoterapeuti presenti in tutti gli ordini regionali degli psicologi e in quelli provinciali dei medici. Le prime scuole di specializzazione furono riconosciute il 31 dicembre del 1993 e iniziarono a lavorare pochi mesi dopo. Questa politica, pur tra molte difficoltà, ha dato risultati indubbiamente positivi. Non a caso la fiducia delle persone nei confronti della psicoterapia è chiaramente aumentata in questi 30 anni. Che cosa invece accade oggi? Di fatto si sta riproducendo una sostanziale deregulation. Ciò accade in due modi principali. In primo
luogo, è sempre più frequente che laureati in psicologia eroghino “terapia psicologica”, ritenendola, senza alcun fondamento logico, diversa da una psicoterapia senza avere la specializzazione e senza alcun intervento da parte di chi avrebbe l’onere di difendere la qualità della professione e, in definitiva, il bene dei pazienti. È chiaro che la maggior parte dei pazienti non è ragionevolmente in grado di orientarsi in un campo che spesso appare confuso. Di sovente non si ha nemmeno idea delle differenze fra psicologo e psicoterapeuta. In molti casi neanche tra psichiatra e psicoterapeuta. Come, quindi, un paziente può orientarsi nella scelta del professionista da cui farsi curare, se le specifiche competenze dello psicoterapeuta non sono rispettate e rese ben chiare al grande pubblico da chi ha per legge la responsabilità di farlo? In secondo luogo, la formazione in tecniche di intervento psicoterapeutico è ormai spesso erogata senza autorizzazioni e controlli statali, con la conseguenza che le tecniche sono insegnate anche a semplici laureati che non hanno quella formazione specialistica necessaria per usarle in modo oculato. La psicoterapia, infatti, non è un insieme di tecniche ma richiede una formazione articolata che tenga conto di come funziona la mente in generale, in particolare quella dei pazienti, e della relazione terapeutica. Credo che sarebbe inaccettabile un medico che conosce i farmaci ma non le patologie per le quali prescrive i farmaci. Se questo principio vale per la medicina, dovrebbe valere molto di più per la psicoterapia. Per questo è fondamentale tornare a sottolineare l’importanza della formazione alla psicoterapia secondo criteri rigidi e stringenti che solo le scuole di specializzazione possono garantire.

In Italia il ruolo della Consulta è importante anche per i criteri di accreditamento degli enti privati abilitati ad erogare un titolo pubblico con valore legale. Quali sono le criticità del sistema che si vogliono sanare, se ce ne sono?
La qualità della formazione in psicoterapia in Italia è comunque già molto alta rispetto a quella di altri paesi del mondo, proprio grazie alla regolamentazione che a partire dal 1993 è stata costantemente perfezionata dal Ministero della Università coadiuvato da una apposita Commissione Tecnico-Consultiva. Certamente sarebbe opportuno e possibile fare di più. La Consulta fa la sua parte nell’ambito di sua competenza. Tuttavia, in questo momento è anche importante evitare fare passi indietro e tornare verso una pericolosa deriva in cui chiunque può fare psicoterapia senza adeguata formazione e supervisione.

Che cosa va a regolare il manuale che presenterete nel convegno e che è giunto alla sua 3a edizione e a chi è destinato?
Il Manuale per il controllo della qualità si divide in cinque capitoli. Il primo riguarda la trasparenza e la completezza delle informazioni per chi è interessato a iscriversi alla scuola. Ad esempio, il razionale teorico, scientifico e clinico della scuola, le regole di ammissione, i costi, gli esami. Il secondo capitolo è dedicato ai criteri che devono essere soddisfatti dai docenti. I docenti sono divisi tra clinici e tematici. I clinici sono deputati alla formazione pratica, per loro si richiede esperienza clinica. I secondi sono incaricati dell’insegnamento delle materie previste dal regolamento ministeriale. Entrambi devono avere esperienza di insegnamento e, requisito irrinunciabile, devono aver svolto e continuare a svolgere attività di ricerca documentata da pubblicazioni di articoli scientifici. La ricerca, e il coinvolgimento volontario degli specializzandi, ha un particolare rilievo come criterio di qualità. La produzione scientifica di molte scuole della consulta è documentata da numerose ricerche pubblicate su riviste internazionali specializzate. Il terzo capitolo è dedicato alla supervisione che consiste nella discussione di casi clinici secondo un format condiviso, capace di assicurare la razionalità nella selezione e nell’attuazione di protocolli la cui efficacia sia stata dimostrata. Il quarto capitolo raccomanda il controllo della soddisfazione della esperienza formativa con questionari da somministrare al termine di ogni lezione agli specializzandi. Il quinto capitolo riguarda le facilitazioni offerte agli specializzandi, ad esempio partecipazione gratuita a Convegni. L’ultimo controllo della qualità delle Scuole, che abbiamo terminato poche settimane fa, ha dato risultati certamente soddisfacenti.

La pandemia e soprattutto il post-pandemia, hanno portato alla luce un disagio poco conosciuto nei più giovani, ma non solo, e la sua ampia diffusione. Emerge una volta di più la delicatezza di un ruolo e di una professione, quella dello psicoterapeuta, il cui esercizio non può presentare opacità. Cosa si sta facendo nella direzione di una sempre maggiore qualità della formazione quale premessa della qualità dell’intervento in psicoterapia?
Ovviamente posso parlare solo delle Scuole che afferiscono alla Consulta. Gli insegnamenti nelle nostre Scuole sono fondati sui risultati di tre tipi di ricerca scientifica. La ricerca sugli esiti della psicoterapia, con cui si cerca una risposta affidabile alla domanda: quale trattamento psicoterapico funziona meglio per quello specifico disturbo? Ad esempio, quali interventi psicoterapeutici hanno i risultati migliori per i disturbi d’ansia? Grande importanza ha la ricerca sui fattori psicologici che generano e mantengono i disturbi. Ad esempio, quali caratteristiche ha la mente di chi soffre di un disturbo ossessivo? Quali processi rendono difficile un cambiamento che spesso lo stesso paziente riconosce possibile e opportuno? Infine, la ricerca sulla relazione terapeutica. Ad esempio, quali fattori favoriscono l’alleanza terapeutica? Quali invece la mettono in crisi? Come la si può restaurare? Nelle nostre Scuole particolare attenzione è data all’addestramento all’uso di specifiche tecniche di intervento ma soprattutto, grazie alle supervisioni, allo sviluppo della capacità di ragionamento clinico e alla gestione della relazione terapeutica. Infine, cerchiamo di sviluppare nei nostri specializzandi la cultura scientifica, quella che gli consentirà di aggiornarsi in modo serio. Cerchiamo di ottenere questo risultato con insegnamenti specifici ma anche coinvolgendo gli specializzandi che lo desiderano, nelle ricerche della Scuola. Diverse nostre Scuole, infatti, hanno un’importante produzione pubblicata su riviste scientifiche internazionali.

Più in generale, di salute mentale si è sempre parlato poco. Qualcosa sta cambiando sia nella percezione e nell’atteggiamento di chi è affetto da problemi di salute mentale e delle loro famiglie, sia nelle Istituzioni sanitarie e negli operatori del settore. Conviene su questo e cosa si può fare di più? Soprattutto in tema di sanità pubblica?

È molto probabile che i forti disagi psicologici procurati dalla pandemia e dalle sue implicazioni abbiano contribuito a creare una maggiore sensibilità alla sofferenza mentale e soprattutto a ridurre lo stigma sociale e questo porta a una maggior richiesta di interventi psicologici. In Italia al momento ci sono circa 70.000 specialisti in psicoterapia molti dei quali erogano interventi di efficacia dimostrata. È fondamentale che chi soffre di disagi psicologici si rivolga a psicoterapeuti iscritti negli appositi elenchi consultabili nei siti di tutti gli Ordini degli Psicologi e in quelli dei Medici. È anche importante che il paziente controlli che gli interventi terapeutici che gli sono proposti siano quelli indicati dalle linee guida nazionali e internazionali e che siano di efficacia dimostrata per il disturbo di cui soffre.

Un convegno è un’occasione di visibilità. Quanto è importante per Lei una corretta comunicazione in tema di prevenzione e cura della salute mentale e di formazione degli operatori e come altro si potrebbe veicolarla in modo efficace, secondo Lei?
Più che importante direi fondamentale, soprattutto in questi tempi in cui l’aumentata richiesta di aiuto rischia di ricevere risposte inadeguate. È importante che il paziente conosca la distinzione tra specialisti in psicoterapia e non specialisti. È importante che sia informato sulla diagnosi, sui trattamenti di efficacia dimostrata per il suo disturbo, sulle ragionevoli aspettative di successo, sui tempi, sui costi, sulle effettive competenze specialistiche del professionista cui si affida. La psicoterapia rientra tra le professioni sanitarie, quindi deve seguirne le regole. Siamo ancora lontani da quanto avviene in medicina, ma certamente, con le conoscenze di oggi, è possibile dare almeno risposte parziali.

Il convegno è ospitato dalla Pontificia Università Salesiana di Roma e molti accademici fanno parte del qualificato panel della giornata. Ritiene che si stia finalmente mettendo in atto un proficuo lavoro di squadra tra Istituzioni, Ministeri, Associazioni, Scuole e Università verso il fine comune di una sempre maggiore e qualità della formazione, e trasparenza della sua certificazione, degli operatori in ambito di salute mentale?
Approfitto per ringraziare il Pontificio Ateneo Salesiano e in particolare l’Istituto di Psicologia per ospitarci nella sua sede. Certamente il fine del Convegno, in ultima analisi, è proprio facilitare la cooperazione fra le diverse realtà coinvolte nella formazione. Già adesso ci sono importanti miglioramenti, ma sono necessari molti altri passi. In fondo, la ragion d’essere delle Istituzioni coinvolte è uguale per tutte, la maggior garanzia delle cure per i cittadini.

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