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RECENSIONE | Rifkin’s Festival, il viaggio di Woody Allen tra nostalgia, vecchiaia e psicanalisi

vittorio storaro_woody allen
Il film debutta in sala il 6 maggio con Vision Distribution
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ROMA – Per celebrare la riapertura delle sale, Woody Allen torna al cinema oggi con ‘Rifkin’s Festival’, distribuito da Vision Distribution.

LA TRAMA

Al centro della nuova pungente commedia – una coproduzione Italia-Spagna realizzata da The Mediapro Studio, Gravier Productions e Wildside – c’è Mort Rifkin (interpretato da Wallace Shawn). È un ex professore, un fanatico di cinema ed è sposato con Sue (interpretata Gina Gershon), addetta stampa nel mondo della settima arte. Il loro viaggio al Festival del cinema di San Sebastian, in Spagna, è turbato dal sospetto che il rapporto di Sue con il giovane regista suo cliente, Philippe (interpretato da Louis Garrel), oltrepassi la sfera professionale. Più i sospetti si fanno insistenti e più Mort accusa dolori al petto. Così, su consiglio del direttore artistico della kermesse spagnola, prende appuntamento con un medico della cittadina. Jo Rojas, questo il nome della dottoressa che pone fine ai suoi malanni immaginari. Da lei si sente compreso e la sua empatia lo affascina al tal punto da provare un timido sentimento per lei. Una di quelle tenere cotte adolescenziali che nel corso della nostra vita ci scuotono anche solo per farci riscoprire noi stessi e darci una visione diversa della nostra quotidianità, spesso offuscata da malumori. Il viaggio è però per Mort anche un’occasione per superare il blocco che gli impedisce di scrivere il suo primo romanzo, quello che certamente deve portarlo in vetta alle classifiche e sfondare il lunario. Ma anche per riflettere. Osservando la propria vita attraverso il prisma dei grandi capolavori cinematografici a cui è legato, Mort scopre una rinnovata speranza per il futuro.


LA RECENSIONE


Surreale umorismo, situazioni assurde, intrecci romantici e a tratti amari. Ma anche quell’immancabile aria da snob intellettuale, la fascinazione per le donne più giovani (che qui sono un po’ più adulte del solito, forse per non alimentare le accuse di molestie contro di Allen), dialoghi brillanti e spesso taglienti, nostalgia per il cinema ‘di una volta’, ritratto dei rapporti coniugali disfunzionali e satira su politica, religione e showbiz. Novantadue minuti in cui questa mescolanza di caratteristiche ricorrenti nella cinematografia di Woody Allen animano questa storia che è come una seduta dallo psicanalista sia per noi sia per il regista stesso.

Nella pellicola si percepisce la stanchezza di un cineasta affannato non solo dai suoi 85 anni ma anche da un’esistenza ormai dilaniata dalle accuse di molestie da parte di sua figlia Dylan Farrow e la conseguente frattura con le produzioni cinematografiche e con molti interpreti. A non abbandonare il regista, al di là dell’uomo, ci hanno pensato l’attore Wallace Shawn – che ha lavorato molte volte con Allen fin dai tempi di ‘Radio Days’ – e lo straordinario tre volte premio Oscar direttore alla fotografia Vittorio Storaro, che ha collaborato con il regista newyorkese anche ne ‘La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel’ e ‘Un giorno di pioggia a New York’.

In questa sua ultima opera Allen è vittima di un cinema che non è più quello di una volta e che non è affine ai suoi gusti e alle sue passioni, nonostante i lavori di oggi continuino a regalare gran bei film. Per celebrare quel passato cinematografico seducente ricorda, in un modo singolare, Federico Fellini, Ingmar Bergman, Jean-Luc Godard e Luis Buñuel. Ricordare quello che c’è stato per elaborare in un certo senso la morte del cinema. Un momento storico per la settima arte in cui, secondo la visione di Allen, è fatto solo di interviste da rilasciare e da bloccare in corso d’opera davanti a domande scomode, di proiezioni imperdibili, di adulazioni di giornalisti nei confronti di un regista o di un interprete. Un momento in cui Mort, come il regista di ‘Io e Annie’, vorrebbe solo starsene seduto ad un tavolo di un locale, magari davanti ad un buon vino, a parlare di François Truffaut, per citarne uno.

‘Rifkin’s Festival’ non è un film che fa dire “wow”, ma non è nemmeno lontanamente vicino ai livelli bassissimi di ‘To Rome with Love’ (una delle pochissime ‘macchie nere’ sul curriculum di Allen). Questa pellicola è da immaginare come una panchina in un parco. Un uomo di oltre 80 anni è seduto lì intento a sfogliare il rullino dei ricordi con occhio critico verso il mondo che lo circonda. Si fanno bilanci e si tirano le somme. Non si perde tempo a pensare a cosa si sarebbe potuto fare meglio nella vita o a difendersi da qualcosa o da qualcuno. Qui Allen si abbandona semplicemente al suo piacere più grande: il cinema.

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