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Ousmane Sylla, il mediatore Diawara: “È sbagliata la legge”

L'attivista: "Nei Cpr tanti migranti chiedono il rimpatrio, perché lo stato non si rivolge all'Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite?"

Pubblicato:05-02-2024 15:57
Ultimo aggiornamento:07-02-2024 13:59

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ROMA – “È disumano quello che è accaduto a Ousmane Sylla, un ragazzino di 21 anni che non ha commesso alcun reato ed è stato portato alla disperazione fino al suicidio. È arrivato in un Paese dove sperava di trovare una via d’uscita e invece ha conosciuto solo dolore. Leggendo quello che ha scritto si capisce che non soffriva di un disturbo mentale, la sua era disperazione e il responsabile è uno solo: il governo e le sue leggi propagandistiche che mettono tanti migranti in difficoltà nel momento in cui la permanenza nei Centri per i rimpatrio va dai tre ai 18 mesi. Il suicidio è l’evidenza che la legge che ha portato la permanenza a 18 mesi è sbagliata”. Parla con l’agenzia Dire Soumaila Diawara, scrittore e attivista politico maliano rifugiato in Italia.

Diawara in questo momento si trova al Centro per il rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria, dove ieri mattina il 21enne della Guinea (nato il 3 marzo 2002) si è tolto la vita impiccandosi alle sbarre della sua cella. Era arrivato nel Cpr romano lo scorso 27 gennaio dopo otto mesi di reclusione in quello di Trapani: si chiama detenzione amministrativa e riguarda i giovani irregolari come lui in attesa di rimpatrio.
Per Ousmane, però, il ritorno a casa non è stato possibile. “Non ci sono accordi tra l’Italia e la Guinea e il rimpatrio in questo caso è impossibile, soprattuto quando il Paese viene considerato sicuro” spiega Diawara. “Prima in Italia c’era almeno la protezione umanitaria per le persone tra i 18 e i 22 anni, un’età considerata fragile, ma è stata tolta dal governo giallo-verde”.

IL TESTAMENTO DI OUSMANE

Ousmane aveva lasciato scritto un testamento su una parete della sua cella: “Mia madre non fa altro che piangere per me. Mi manca molto, come mi manca l’Africa. Se dovessi morire riportate il mio corpo in Africa, mia madre ne sarà lieta. Possa la mia anima riposare in pace”. Parole che rimbombano nel cuore di Diawara con diverse domande: “Perché lo Stato italiano non si è rivolto all’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite (Oim) che si occupa anche di rimpatrio volontario assistito? Questa organizzazione può aiutare facilmente e in sicurezza i ragazzi fragili a tornare a casa, perchè lo Stato decide di mantenerli nei Cpr? Oltre alla disumanità mi sembra una speculazione sulla pelle di persone che non hanno fatto nulla e vengono abbandonate”. Se il giovane Ousmane avesse avuto “a Trapani la possibilità di un’accoglienza degna di questo nome, non sarebbe arrivato a togliersi la vita. Siamo responsabili di questa situazione e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità- sottolinea l’attivista politico- per cambiare le cose e tutelare le persone invece di abbandonarle”.

Secondo Diawara, sono numerosi i casi di ragazzi stranieri – marocchini, ivoriani, gambiani – finiti nei Cpr che chiedono di essere rimpatriati. “Un ritorno a casa che non viene concesso quando lo Stato italiano non ha accordi con lo Stato di origine” dice l’attivista. “Sono davvero tanti i giovani che personalmente mi hanno chiesto aiuto e tanti li ho orientati sull’Oim e sono tornati a casa con una piccola somma creando lì dei progetti. Questo potrebbe essere un aiuto per chi sperava di trovare un Eldorado in Europa ma poi si è trovato davanti una dura realtà. Questo potrebbe essere un modo per proteggere le persone in un momento di fragilità”.

In Italia Diawara è anche un mediatore e conosce bene le storie dei giovani che aiuta: “Conosco la disperazione che spinge le persone a partire. Nel momento in cui ho avuto la fortuna di realizzarmi, perchè devo rimanere omertoso davanti a una tragedia del genere? È disumano e irresponsabile, dobbiamo dare voce a queste persone”. Sul viaggio che conduce tanti giovani dall’Africa all’Europa l’attivista ha scritto un libro: ‘Le cicatrici del porto sicuro’. Secondo Diawara, il film ‘Io capitano’, “tranne la parte femminile che non viene rappresentata, riflette fedelmente la realtà di un viaggio tremendo dall’Africa fino all’Europa”. L’attivista, che è anche autore per la testata Black Post, ricorda: “Io sono passato dal Mali in Burkina Faso, in Algeria, Libia, poi la detenzione, il lager, il mar Mediterraneo e il naufragio. Il mio è un libro documentario con le foto del lager e interviste fatte di nascosto ad alcuni ragazzi in carcere. Ho cercato di dare una voce a questa realtà”.

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