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Borsellino, l’ultima lettera ai giovani di quella mattina: “Voi saprete reagire meglio di noi”

ROMA – Paolo Borsellino “ha combattuto la mafia con la determinazione di chi sa che la mafia non è un male ineluttabile, ma un fenomeno criminale che può essere sconfitto”, ricorda il presidente della repubblica Sergio Mattarella, aprendo la seduta del Csm dedicata al magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio esattamente 25 anni fa. “Sapeva bene- aggiunge il capo dello Stato- che per raggiungere questo obiettivo non è sufficiente la repressione penale ma è indispensabile diffondere, particolarmente tra i giovani, la cultura della legalità. Appunto per questo era impegnato molto anche nel dialogo coi giovani, convinto che la testimonianza di valori positivi, promuove una società sana e virtuosa in grado di emarginare la criminalità”. Mattarella ricorda: “Il 19 luglio di 25 anni fa, alle 5 del mattino, stava proprio scrivendo la risposta a una lettera inviatagli dalla preside di un liceo di Padova. La missiva è rimasta incompiuta ma costituisce una testimonianza di grande forza dell’importanza della formazione delle nuove generazioni”.

Tra le altre cose, ecco cosa Borsellino scriveva in quella lettera alla professoressa di Padova: “Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati. Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande”. Borsellino ricorda gli inizi in magistratura e la scelta di dedicarsi alla mafia. “Sono diventato giudice- scriveva la mattina del giorno in cui fu ucciso- perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l’idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribile per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso”.

Fino al 1980 Borsellino si occupò soprattutto di cause civili, anche quando passò a Palermo dove si dedicò per lo più di “problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc…” L’evento che cambiò la vita di Borsellino, raccontava lui stesso, avvenne il 4 maggio 1980, quando “uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall’ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro. Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi”. Borsellino aggiungeva: “Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressochè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta“.

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19 luglio 2017

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