Governo, Conte incassa la fiducia anche alla Camera: 350 sì e 236 no

ROMA – Con 350 sì e 236 no il governo Conte incassa la fiducia anche alla Camera. Un applauso saluta la proclamazione del risultato letta dal presidente Roberto Fico.

CONTE A MONTECITORIO, CONTRATTO ‘DOCET’ MA L’AULA NON PERDONA

Il contratto, gli applausi, caldi e numerosi, con un paio di standing ovation, tono, postura e lessico accademico. La replica alla Camera segue lo stesso copione di palazzo Madama, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte risponde a tutti, punto punto, rimandando al ‘Contratto’, il motore principale, il testo sacro che muove governo e maggioranza. A ogni passaggio lo cita o vi fa riferimento: “Le mie dichiarazioni vanno integrate col Contratto, rileggete bene il Contratto…”, raccomanda, per dire che “il reddito di cittadinanza non è una misura assistenziale”.

Sul lato sinistro dell’emiciclo per l’opposizione parlano le facce, sconcertate nel primo passaggio quando il presidente del Consiglio rende omaggio al presidente della Repubblica dicendosi “addolorato per l’attacco – sui social, mi pare – alla memoria di un suo congiunto”. In quel momento si leva solo qualche brusio imbarazzato, forse per rispetto al Capo dello Stato. Ci penserà poi l’ex ministro Graziano Delrio in dichiarazione di voto, a ricordare accorato a Conte che quel ‘congiunto’ era il fratello ucciso dalla mafia, “Piersanti, Piersanti”.

Poi si procede, ma Roberto Giachetti, rispolverando il piglio del vecchio radicale, si agita, “adesso non esageriamo” protesta e viene richiamato all’ordine due volte dal presidente Fico. Muti e disciplinatissimi gli ex ministri, Marco Minniti in prima fila, poi Delrio, Franceschini e, su tutti, l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, aplomb e postura inappuntabile.

Ma è il conflitto di interessi a riscaldare davvero gli animi: “Ciascuno ha il suo conflitto”, dice Conte facendo esplodere la miccia e stavolta sono anche Fiano e Borghi a scaldarsi e a sollecitare un richiamo della presidenza della Camera. Da destra rispondono i leghisti, più cauti i grillini che si limitano ad elevare l’intensità degli applausi rivolti ai due amici presidenti.

La navigazione di Conte procede poi come da copione. Il passaggio sul codice degli appalti è quello che raccoglie i maggiori entusiasmi con gli applausi più forti e prolungati.

Il capitolo giustizia sembra il cavallo di battaglia: Conte rassicura tutti ricordando di essere “giurista, operatore della giustizia, avvocato e studioso” e da par suo invita ad abbandonare “impostazioni manichee” fra giustizialismo e garantismo. Da par suo abbandona anche per un momento il contratto e chiama a raccolta tutte le Carte fondamentali ricordando che opererà sotto “l’architettura della Costituzione, della Carta europea dei diritti fondamentali, la Corte europea, dove siamo collocati comodamente”. Ma un forte e chiaro “Dillo a Salvini!” dall’opposizione leva sollennità al momento e rianima l’opposizione.

Il professore e lo studioso regalano anche un lessico forbito, la “giustizia censitaria”, qualche “vexata quaestio”, un tono ecumenico quando assicura che il Contratto non ha “propositi bellicisti o imperialisti” per rispondere a chi aveva lamentato l’assenza dei capitoli pace e cooperazione nel contratto.

I “sistemi integrati” sono altra espressione cara a Conte, che la cita spesso, soprattutto nel passaggio sulle banche. Ma sull’economia verso il finale raccoglie altre proteste e ironie dall’opposizione. Il premier si attribuisce “l’ardire di promuovere nuove politiche economiche per la crescita e la discesa del debito”, ma gli sfugge un “bisogna vedere come arrivarci” di troppo, facile assist per gli indisciplinati: “Diccelo tu”, gridano.

Dopo un’ora è finita, il presidente del Consiglio Conte chiude la sua due giorni parlamentare con l’applauso più lungo e caloroso dei suoi accompagnato da una entusiasta standing ovation.

6 giugno 2018
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