C’è una procuratrice (africana) che non dice “America first”

Si chiama Fatou Bensouda e indaga anche sui crimini in Afghanistan
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ROMA – “È un giorno importante per la pace nel mondo” ha detto Donald Trump dopo la firma degli Accordi di Abramo tra Israele, gli Emirati e il Bahrein. Non è invece un buon momento per la giustizia. Non parliamo solo di palestinesi. Parliamo di tutti, arabi, israeliani e non. E di un altro documento, pure firmato da Trump. Un decreto che ha autorizzato sanzioni americane nei confronti dei dirigenti della Corte penale internazionale, un tribunale con sede all’Aja ma nato proprio qui, a Roma, 22 anni fa: con l’impegno, coraggioso e difficile, di perseguire i responsabili di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità ovunque si trovino nel mondo. Alla Corte aderiscono 123 Paesi, la maggioranza, sulla base del principio che se le magistrature nazionali non si muovono allora tocca alla “comunità internazionale”. Una parolaccia, di questi tempi, per gli Stati Uniti. Che rispondono con le sanzioni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’apertura di un’inchiesta non sull’ennesimo ribelle africano ma su torture di prigionieri e altri crimini che potrebbero essere stati commessi in Afghanistan anche da militari Usa. Nel mirino di Trump è finita la procuratrice capo della Corte. Si chiama Fatou Bensouda ed è originaria del Gambia, un piccolo Paese dell’Africa. Anni fa, nel 2012, aveva detto di volere “una giustizia davvero indipendente” aggiungendo di essere consapevole del fatto che si sarebbe trovata a operare in “un clima politico delicato” e che avrebbe subito “attacchi”. C’è però una buona notizia. L’Europa ha scelto di stare dalla sua parte. E tra i 67 Paesi che hanno risposto a Trump riaffermando il sostegno alla Corte e a “un ordine internazionale basato sulle regole” c’è pure l’Italia.

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17 Settembre 2020
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