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DIRE mondo

I rifugiati recitano Majakovskij: in scena per l’integrazione e l’assalto al cielo VIDEO

ROMA – “Siamo tutti esseri umani, ognuno con la sua storia, ma comunque tutti uguali e liberi. I confini non esistono”. Parla così con la DIRE Bassirou, giovane immigrato del Gambia, affidando come una dichiarazione di principio in questa Giornata mondiale del rifugiato.

Ma Bassirou non è solo parole: insieme a migranti di tante nazionalità lavora sodo per seguire il laboratorio di teatro dell’Associazione Asinitas, che ha fatto del palcoscenico uno strumento di integrazione ma soprattutto di formazione alla vita, per questi giovani stranieri che l’Italia la stanno conoscendo adesso.


Perché, se da un lato l’idea è quella di insegnare l’italiano, dall’altro “questa esperienza mi ha permesso di imparare tante cose: la lingua italiana, le leggi, la Prima guerra mondiale…”.

A parlare stavolta è Yaya, originario del Mali e in Italia da 7 mesi. In un ottimo italiano, spiega: “Oltre a grammatica e prove di teatro, da Asinitas mangiamo insieme, studiamo, chiacchieriamo… E’ molto importante per me perché voglio imparare la vostra lingua, e per farlo ho bisogno di comunicare“.

Di impegni e obiettivi parla con la DIRE anche Cecilia Bartoli, coordinatrice di Asinitas: “Lo abbiamo definito un laboratorio di ‘teatro comunitario’. L’idea è lavorare insieme, italiani, stranieri, migranti, rifugiati e richiedenti asilo, educatori, volontari e allievi attori, per costruire una narrazione condivisa. Ritrovarci nei significati e raccontarli al pubblico“.

IL ‘MISTERO BUFFO’ DI MAJAKOVSKIJ

Il regista, Alessio Bergamo, ha scelto di lavorare coi ragazzi sull’opera di Vladimir Majakovskij, ‘Mistero Buffo’. Un testo, dice la coordinatrice, “davvero trasversale alle culture in quanto tratta la dinamica tra sfruttati e sfruttatori, consumati e consumatori, in cui gli ultimi si uniscono per ribaltare la storia”.

Majakovskij nel 1918, a un anno dalla Rivoluzione d’ottobre di cui cade ora il centenario, immaginò che un gruppo di “impuri” – lavoratori, diseredati, operai – venisse colpito da un nuovo diluvio universale, che li costringerà a mettersi in viaggio per mare alla ricerca della terra promessa. I protagonisti vivranno varie avventure, sopporteranno la fame, affronteranno santi e demoni, e infine faranno i conti con un mondo in macerie, da ricostruire.

Coinvolti nel progetto anche ragazzi italiani, invitati a partecipare allo spettacolo e frequentare dei corsi di formazione “per riflettere sul teatro come costruzione di comunità”.

L’opera – andata in scena già due volte a Roma – presenta allo spettatore un dato di fatto: come spiega ancora Cecilia Bartoli, “i sentimenti che l’essere umano vive nel momento in cui si ritrova all’interno di un’ingiustizia non cambiano” col passare delle epoche, così come resta anche l’ostinazione “della volontà e dell’utopia” finale: ossia, voler realizzare il proprio sogno oltre tutto e tutti.

Attenzione però a non confonderlo con un teatro civico o di testimonianza: “Non vogliamo raccontare le tragedie che si verificano quotidianamente sulle nostre coste. E’ un lavoro sull’utopia, la sovversione, il comico: abbiamo riso dei poteri forti, nel rovesciarli giù da una barca e dare l’assalto al cielo”, conclude.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

20 giugno 2017

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