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DIRE - LE OPINIONI

Cittadinanza italiana agli stranieri, primo ok della Camera allo Ius soli. E nel resto del mondo…

di Barbara Varchetta (Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali)

La Camera ha approvato, con oltre 300 voti favorevoli, il testo di legge che disciplina le ulteriori modalità di acquisizione della cittadinanza italiana. Tra le polemiche di alcune parti politiche ed una innocua astensione, la legge passa ora al Senato.

Il testo affianca il principio dello ius soli a quello dello ius sanguinisprevisto dalla legge 91/1992 che, all’articolo 1, dispone che i figli acquisiscono la cittadinanza italiana soltanto se trasmessa da uno dei due genitori: la riforma prevede invece che possano diventare cittadini italiani anche i figli di genitori stranieri (dei quali almeno uno abbia il permesso di soggiorno europeo di lunga durata, concesso peraltro al verificarsi di ben determinate condizioni) nati sul territorio italiano.

Presupposto per l’acquisizione della cittadinanza è l’intervenuta dichiarazione di volontà di un genitore entro il diciottesimo anno d’età del figlio ovvero la richiesta di quest’ultimo entro due anni dal compimento della maggiore età. Potranno ottenere la cittadinanza anche i minori stranieri che abbiano frequentato un corso di studi in Italia per almeno cinque anni. La norma non sarà applicabile ai cittadini europei, posto che titolari del permesso di soggiorno UE possono essere soltanto i cittadini extraeuropei.

Le radici dello ius sanguinis, nel nostro Paese così come nel resto d’Europa, sono molto profonde e trovano origine nel diritto romano: non è un caso che quasi tutti gli Stati del vecchio continente attribuiscano la cittadinanza seguendo i principi ad esso ispirati, pur se modulati in funzione delle rinnovate necessità socio-politiche. E’ soltanto volgendo lo sguardo al di là dell’oceano ed analizzando culture giuridiche più recenti che si rinviene l’affermazione dello ius soli puro.

Operando una rapida disamina delle legislazioni europee si apprezzerà come i Paesi dell’Unione non abbiano normative uniformi in materia di diritto alla cittadinanza; apparirà, però, di tutta evidenza come le norme attualmente vigenti ripropongano spesso i dettami di un dominante ius sanguinis temperati dai cardini dello ius soli e del cosiddetto ius culturae.

La Germania, ad esempio, va fiera del suo modello ispirato allo ius soli ma plasmato su alcune rigide condizioni, tra cui l’essere in possesso del permesso di soggiorno ed avere un lavoro stabile in territorio tedesco da almeno otto anni. In Olanda e nei Paesi Bassi, si applica un radicale ius sanguinis; in Spagna e Francia, invece, un sistema ibrido.

Spostandosi, invece, negli Stati Uniti o in Canada si ritrova l’applicazione pedissequa di uno ius soli puro che ha consentito, nel corso dei secoli, ad etnie provenienti dalle più diverse latitudini di trovare accoglienza e piena integrazione in territorio americano.

La legge prevede infatti che chiunque nasca negli Stati Uniti ne acquisisce la cittadinanza; del resto la storia degli USA è stata forgiata sulla fusione delle colonie e delle popolazioni afferenti a quei territori, le cui origini si presentavano fin da allora per nulla omogenee. Ed a distanza di secoli, il pluralismo etnico alla base della società americana ha finito per rappresentare un punto di forza più che una criticità, così come alcuni vorrebbero ancora far credere. E’ soltanto nell’ultimo periodo che il dilagante fenomeno immigratorio nonché una delle più forti crisi economiche che il mondo abbia mai conosciuto hanno costretto il governo americano ad una politica più restrittiva, pur tuttavia non intaccando il “principio territoriale” di acquisizione della cittadinanza. E pluribus unum, così si leggeva sul vessillo americano sin dai tempi della rivoluzione di fine ‘700: l’espressione appare profetica avendo delineato, con molti secoli d’anticipo, gli scenari della moderna società statunitense.

E, mutatis mutandis, è in questa direzione che gli altri Paesi dovranno andare: la riforma italiana è un primo step verso l’accoglienza e l’integrazione e coniuga il legittimo riconoscimento di molti diritti con l’accettazione di altrettanti doveri in capo a chi decide di vivere consapevolmente il nostro Paese, la sua storia millenaria, la sua cultura.

 

16 ottobre 2015

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