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“Trattata come una schiava in Libia, spero che l’Europa mi dia un futuro”: il racconto di una sopravvissuta alla traversata del Mediterraneo

La donna, di origini nigeriane, è tra i 47 naufraghi tratti in salvo dalla Life support, attraccata stamani al porto di Livorno

Pubblicato:30-06-2024 18:49
Ultimo aggiornamento:01-07-2024 11:22
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ROMA – “Ho lasciato la famiglia, in Nigeria, quando avevo 20 anni perché non potevano mantenermi, e sono finita in Libia, dove ho trascorso 8 anni, 4 dei quali in carcere. Credevo che la Nigeria fosse un Paese brutto, ma la Libia è decisamente peggio”. Inizia così la testimonianza di L., 28 anni, agli operatori di Emergency. La donna, di origini nigeriane, è tra i 47 naufraghi tratti in salvo dalla Life support, attraccata stamani al porto di Livorno. “Me ne sono andata da Lagos nel 2016 perché la mia famiglia non poteva più sostenermi” racconta. “Sono andata prima in Niger e poi in Libia, dove ho passato otto anni della mia vita. Pensavo che la situazione a Lagos fosse difficile, ma la vita in Libia è molto peggio. Decidere di andare lì è stata la peggior decisione della mia vita”.

Ho lavorato nella casa di una famiglia libica per circa due anni: mi trattavano come una schiava. Un giorno la mia padrona di casa mi ha detto di salire in macchina e mi ha portata alla stazione di polizia. Avevo un paio di mesi di arretrato sul mio stipendio, e lei non voleva pagarmi così mi ha accusata di aver rubato in casa sua e subito mi hanno arrestata: in un posto come quello, dove una persona di colore non ha diritti, è impossibile difendersi dalle accuse di un libico. Anche perché io non parlo arabo”. L. racconta di aver trascorso “quattro anni in prigione. Sono uscita circa due anni fa e ho iniziato di nuovo a lavorare ma già da tempo avevo capito che non potevo stare in un posto del genere. Così appena ho guadagnato i soldi per provare ad attraversare il mare, l’ho fatto. Spero che in Europa ci sia un futuro per me, un futuro che non potevo avere in un paese come la Nigeria o la Libia”.

Emergency cita anche il racconto di M. un ragazzo di 22 anni originario del Bangladesh, che “Prima di partire ho trascorso tre mesi rinchiuso in un appartamento con 25 persone e un bagno, vigilati da uomini armati di AK-47”. Il ragazzo agli operatori ha spiegato: “Vengo dal Bangladesh, ma lì non riuscivo a sostenere la mia famiglia e quindi, essendo il più grande dei miei fratelli, sono dovuto partire, anche perché mia madre ha dei problemi di salute e servono soldi per pagarle le spese mediche. Sono arrivato in Libia a febbraio, sono stato portato vicino Bengasi e lì per tre mesi sono stato con altre 25 persone in una casa con due stanze e un bagno. Non potevamo uscire, non vedevamo nemmeno la luce del sole e fuori casa c’erano sempre di guardia due persone con degli AK-47. Una volta al giorno ci davano del pane e un po’ di acqua”. Poi, continua il 22enne, “lunedì scorso ci hanno detto che dovevamo partire. Verso mezzanotte ci hanno fatti uscire e ci hanno portato in spiaggia dove c’era un gommone ad aspettarci. Non sembrava sicuro ma non avevamo scelta. Dopo qualche ora di navigazione eravamo persi in mezzo al mare, finché non abbiamo visto un aereo: dopo due ore siete arrivati voi”. Il giovane conclude: “Voglio raggiungere l’Europa perché spero di riuscire a trovare un lavoro che possa permettermi di mandare i soldi a casa e sostenere le cure mediche di mia madre”.


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