"Ci stiamo giocando l'infanzia". Il Redattore Sociale
(DIRE - Notiziario Psicologia) Roma, 17 mar. - In Italia nel corso del 2013 si è registrata una riduzione delle nascite del 3,7% rispetto al 2012. Dall'inizio della crisi ad oggi sono oltre 62 mila i nati in meno all'anno (dagli oltre 576 mila bambini del 2008 siamo passati infatti ai 514 mila del 2013), mai così pochi nella storia d'Italia considerando che le serie storiche ufficiali partono dal 1862.
Di bambini è vero ne nascono sempre meno, ma dove sono andati a finire quelli che sono nati, si sono persi? Ad una "adultizzazione" sempre più precoce dei piccoli, fa da contrappunto una massiccia "infantilizzazione" dei grandi, è questa la caratteristica del nostro tempo? Come sono e come dovrebbero essere gli adulti che hanno il compito di far diventare grandi i bambini? A sollevare la questione è Marina D'Amato, professore ordinario di sociologia presso il dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università Roma Tre e autrice del testo "Ci siamo persi i bambini" (Laterza, 2014) nel quale prova a spiegare, delineando le tappe della condizione infantile dall'origine ai tempi contemporanei, perché l'infanzia di oggi, soprattutto nelle società occidentali, corre il rischio di scomparire.
OGGETTO DI PREOCCUPAZIONE - Padri e madri si trovano poco attrezzati ad esercitare il ruolo a cui sono destinati dopo l'arrivo di un figlio: accudire, stimolare, educare. La maggior parte dei genitori e degli educatori, dichiara la D'Amato, pensano ai bambini come fonte di preoccupazione e allora la metodica che ne deriva "è quella di dover gestire il loro tempo, di doverli organizzare continuamente, per farne dei piccoli capolavori", si inventa per loro una vita scandita da tutta una serie di attività "limitando e, a volte, annullando, quei margini di libera espressione e di creatività tipici dell'infanzia". I bambini sfuggono di mano agli adulti incapaci di comprenderne il "mondo dell'immaginario fantastico", di riconoscerne gli eroi, in una realtà sempre più virtuale che ha ritmi troppo veloci per essere seguita. I piccoli, si legge nel testo, devono svilupparsi per rendersi autonomi, nel più breve tempo possibile ed in conformità all'ambiente mutevole in cui vivono, in un mondo di grandi che non vogliono crescere "sono gestiti soprattutto in funzione del disagio che creano".
UNA PAROLA MAGICA: RESPONSABILITÀ - Genitori e figli frequentano gli stessi spazi e fanno anche le stesse cose: giocano su internet, guardano i medesimi programmi in tv "si esprimono con gli stessi gesti e le stesse parole, hanno gli stessi comportamenti e le stesse reazioni". Si vestono alla stessa maniera. Anche lo sport cambia, spiega l'autrice, non più "strumento mentale oltreché fisico, per imparare a pensare che si può competere senza configgere" ma "prova provata, delle capacità di questo bambino" che deve essere o diventare "esemplare, unico e assoluto". La dimensione prevalente è quella di "cercare complicità", non c'è un adulto che si allea con i piccoli in vista di un progetto educativo, morale, politico, "ma qualcuno che, pensando di mettersi allo stesso piano, ne vuole diventare amico e complice" per "poterli considerare colleghi dei sentimenti, delle sventure e dei problemi". Una "denuncia lieve", come la definisce la stessa D'Amato, contro tutte quelle modalità degli adulti di "apparire infantili", non a caso il libro si apre con "Pollicino" la fiaba dell'autonomia e finisce con "Peter Pan", per antonomasia la fiaba dedicata all'eterna fanciullezza. La pubblicazione, che ha l'obiettivo di riportare l'attenzione sui bambini, induce a considerare il fatto essenziale che per diventare grandi e staccarsi dal nucleo familiare, i piccoli hanno bisogno di adulti non paritari ma "in grado di porre loro dei limiti oltre che gratificarli, in grado di farli pensare anche per doveri, non solo attraverso i diritti". E' necessario attribuire nuovamente agli adulti una parola "magica" che è quella della "responsabilità". Esistono i bambini "ma è l'infanzia che ha il diritto di esistere".
(Wel/ Dire)