Donne – dire.it https://www.dire.it dire.it - Agenzia di Stampa Nazionale Sat, 04 Jul 2020 16:22:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 VIDEO | La psicoanalista alle donne: “Se volete plasmare l’altro sposate uno specchio” https://www.dire.it/04-07-2020/481420-video-la-psicoanalista-alle-donne-se-volete-plasmare-laltro-sposate-uno-specchio/ Sat, 04 Jul 2020 16:22:52 +0000 https://www.dire.it/?p=481420

Monica Nicola presenta il libro 'Separazioni'

L'articolo VIDEO | La psicoanalista alle donne: “Se volete plasmare l’altro sposate uno specchio” proviene da dire.it.

]]>
Monica Nicola presenta il libro 'Separazioni'
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “Un morto nel mezzo del salotto” che provi a nascondere sotto al tappeto. O “le mutande mentali”, quelle che si indossano imponendosi di fatto “una castrazione” di se stessi. Sono le immagini della crisi di coppia che Monica Nicola, psicoanalista, ha descritto con un linguaggio pieno di ironia nel suo libro ‘Separazioni’, edito dalle Edizioni Magi e tradotto dal portoghese dalla giornalista della Dire Rachele Bombace: “Una guida pratica per uomini e donne in crisi e per la separazione” che non e’ necessariamente la fine di tutto, ma un inizio, solo pero’ se si prova a non replicare gli stessi meccanismi. Intervistata da DireDonne, in collegamento da Rio de Janeiro, Monica Nicola ha messo a fuoco gli errori ricorrenti che le donne fanno nelle relazioni di lungo corso: “L’idea e’ quella di plasmare l’altro, e’ un tipico femminile quello di volerlo cambiare”. Ma se si vuole qualcuno identico a se’, allora “sposatevi con uno specchio”, ha detto con un sorriso l’autrice che ha aggiunto: “La relazione a due e’ fondata sul libero arbitrio e se non si vuole piu’ stare dentro, si puo’ uscire e andare fuori”. Se si rimane in questo limbo non ci si toglie dalle “mutande” che coprono gli occhi e “il tradimento” senza uscire non e’ una soluzione. La crisi ha un preciso identikit: arriva inizialmente “con la mancanza di voglia di tornare a casa”, “poi diventa un cadavere nella stanza principale- ha spiegato l’autrice- che facciamo finta di non vedere. Bisogna avere molto coraggio per dire ‘Basta’. Un bel giorno quando la stanza si riempie di morti e non si riesce piu’ a camminare allora bisogna parlare, prima di tutto a se stessi”. Il libro “e’ per tutti, uomini e donne”, per chi e’ in crisi e per chi si sta separando, con tutte le difficolta’ di dividersi anche le cose pratiche o la gestione dei figli, sapendo che “tutte le persone passano per queste situazioni e non si e’ soli”. Un vademecum che striglia con affetto i tipici meccanismi delle donne con un intento di liberazione, per “avere un’idea di come ricominciare, perche’ se dopo la separazione si va avanti nello stesso modo, con gli stessi errori, allora non cambiera’ nulla” e quella si, che sara’ la vera fine.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo VIDEO | La psicoanalista alle donne: “Se volete plasmare l’altro sposate uno specchio” proviene da dire.it.

]]>
FOTO | VIDEO | Caso Vannini, la madre: “Il libro ‘Mio figlio Marco’ scritto per la giustizia e per amore” https://www.dire.it/04-07-2020/481383-foto-video-caso-vannini-la-madre-il-libro-mio-figlio-marco-scritto-per-la-giustizia-e-per-amore/ Sat, 04 Jul 2020 14:22:10 +0000 https://www.dire.it/?p=481383 presentazione_libro_vannini

"Marco riavrà la dignità tolta dai Ciontoli"

L'articolo FOTO | VIDEO | Caso Vannini, la madre: “Il libro ‘Mio figlio Marco’ scritto per la giustizia e per amore” proviene da dire.it.

]]>
presentazione_libro_vannini
"Marco riavrà la dignità tolta dai Ciontoli"
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA –  “E’ un luogo simbolico il Granarone. Durante il lockdown era il nostro faro e lo abbiamo illuminato, con il tricolore e con altri colori”. Ed e’ questo il posto, descritto con parole cariche di emozione dal sindaco di Cerveteri, Alessio Pascucci, che ieri sera ha ospitato la presentazione del libro ‘Mio figlio Marco. La verita’ sul caso Vannini (Armando Editore), il giovane ucciso nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2015 nella casa della sua fidanzata. Un testo scritto a quattro mani da Marina Conte, mamma di Marco, e dal giornalista e scrittore Mauro Valentini. Nelle sedie sistemate sotto gli ulivi del giardino, che fa da cornice allo storico edificio che sovrasta il comune di Cerveteri, c’e’ in prima fila tutta la famiglia, la nonna, i cugini e gli zii, gli amici e un’intera comunita’ che ha visto crescere Marco Vannini e che ad ogni passo e’ accanto alla famiglia che, mercoledi 8 luglio, tornera’ in Corte d’Appello, da dove ripartira’ il processo che la Cassazione ha azzerato a gennaio scorso.

LEGGI ANCHE: Caso Vannini, il legale della famiglia: “Nel nuovo processo può succedere di tutto”

Caso Vannini, la madre di Marco: “Mio figlio ha riconquistato dignità, ora pronta a lottare”

Caso Vannini, la Cassazione: “Nuovo processo per omicidio volontario per Ciontoli”

“Ad ascoltare la sentenza di secondo grado – che ridusse la pena al Ciontoli (padre della fidanzata che ha raccontato di aver premuto il grilletto per ‘incidente’ – sono rimasto senza parole. Scrissi un post duro contro il giudice, perche’ in quel momento- ha detto il sindaco- io, che con questo tricolore rappresento le Istituzioni, e lui non stavamo bene sotto la stessa Costituzione. Le sentenze si commentano e abbiamo il dovere di dire se una sentenza ci fa venire la pelle d’oca. Pretendiamo giustizia, visto che la verita’ possiamo solo immaginarla” e a Marina e Valerio Vannini ha rivolto un “grazie per averci insegnato tanto, anzi diteci cosa possiamo fare di piu'”. Parole di forte vicinanza che hanno poi lasciato spazio ai racconti di Marina e Valerio che hanno spiegato ai presenti il valore di questo libro: “Ci ho pensato tanto” ha detto Marina, “Marco era cosi’ discreto, ma per amore suo e per la giustizia dovevo farlo”, ed era necessario ripercorrere la vicenda giudiziaria oltre ai venti anni di Marco. “Lo abbiamo scritto per lui” ha detto Mauro Valentini, anche autore del libro ‘Marta Russo: il mistero della Sapienza’ che con i genitori di Marco ha stretto da subito un legame profondo. “Non e’ un libro contro qualcuno, ma questo caso rimarra’ nella storia d’Italia come un monito e senza i riflettori della stampa sarebbe caduto nel dimenticatoio”. I proventi del libro andranno in opere che porteranno il nome di Marco: “I suoi 20 anni erano troppo pochi, tanti i sogni che non ha potuto realizzare”. Voleva diventare un pilota delle Frecce Tricolori, questi e mille altri i racconti che Mauro Valentini ha registrato andando quasi tutti i giorni a casa Vannini: “Li vedo ancora tre” ha detto. E anche Marina, salutando i tanti amici presenti, lo ha confermato: “Dicono che sono una mamma coraggio, io sono solo una mamma che ha perso un figlio e solo chi vive nella mia casa sa. Grazie a chi mi aiuta e mi supporta. Avere questo libro in mano per me e’ avere Marco. Non lo vedo, ma gli parlo e me lo immagino qui seduto davanti a me”.

LA MAMMA: “MARCO RIAVRA’  LA DIGNITA’ TOLTA DAI CIONTOLI”

“In questo libro abbiamo raccontato la verita’: quello che abbiamo vissuto e quello che e’ successo quella maledetta sera e il dopo. E’ molto difficile per una famiglia normalissima ritrovarsi poi in un’aula di Tribunale. Con il tempo entri nel meccanismo e lotti per avere giustizia. Speriamo accada presto: Marco deve riacquistare la dignita’ che gli e’ stata levata dalla famiglia Ciontoli”, ha aggiunto Marina Conte.

IL SINDACO DI CERVETERI: “I GENITORI DI MARCO CI INSEGNANO A VIVERE”

“E’ un onore che non avremmo voluto. La morte di Marco ha scosso molto la nostra comunita’, ma anche tutta l’Italia, per la violenza di questo omicidio e il modo in cui i responsabili si sono comportati nei minuti successivi (i 110 minuti di ritardo nei soccorsi che le perizie riterranno fatali). I genitori di Marco ci hanno insegnato a vivere e ogni volta che ne parlo mi viene la pelle d’oca. La nostra comunita’ fa il minimo: essere accanto a loro”,  ha dichiarato Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo FOTO | VIDEO | Caso Vannini, la madre: “Il libro ‘Mio figlio Marco’ scritto per la giustizia e per amore” proviene da dire.it.

]]>
VIDEO | Minori, Giada Giunti: “Ridatemi mio figlio” https://www.dire.it/03-07-2020/481160-video-minori-giada-giunti-ridatemi-mio-figlio/ Fri, 03 Jul 2020 15:47:08 +0000 https://www.dire.it/?p=481160 giada giunti

Nuovo round il 16 luglio per ristabilire una verità che Giada insegue da anni

L'articolo VIDEO | Minori, Giada Giunti: “Ridatemi mio figlio” proviene da dire.it.

]]>
giada giunti
Nuovo round il 16 luglio per ristabilire una verità che Giada insegue da anni
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “Il 16 luglio abbiamo una nuova udienza, spero che stavolta si capisca la motivazione della sottrazione di mio figlio. Chiedo di leggere le carte e analizzare la documentazione, ascoltare le registrazioni“. Va avanti senza sosta la battaglia di Giada Giunti, mamma coraggio, del cui caso si è occupata DireDonne, che ha subito la sottrazione del proprio figlio nel 2010. Nuovo round il 16 luglio per ristabilire una verità che Giada insegue da anni.

LEGGI ANCHE: La protesta di Giada Giunti al Ministero di Giustizia: “Mio figlio affidato al padre violento”

Mio figlio chiede di tornare a vivere da me– spiega all’agenzia Dire, nel corso di una conferenza stampa, ieri sera, promossa dall’avvocato Carlo Priolo- lo ha scritto al Papa, al mio ex marito, al giudice. Chiede aiuto con parole, pianti e silenzi. Aspetto e spero che questa volta giustizia sia finalmente fatta”. Tutto nasce da una denuncia di abbandono di minore “nel circolo sportivo dove eravamo- ricorda Giada- la Procura della Repubblica ha archiviato la denuncia, diversamente al Tribunale per i minori è stata chiesta la casa famiglia sulla base della richiesta del mio ex marito, già dal 2010 quando l’avevo lasciato. Il bambino è stato affidato all’uomo con sentenza del 31 luglio 2019“.

LEGGI ANCHE: Giada Giunti non vede il figlio da sette mesi: “Nemmeno ai boss si nega questo”

“Da settembre 2019 è stato trasferito a casa del mio ex marito- continua Giada- che prima l’ha fatto mettere in casa famiglia, poi lo ha allontanato dalla madre, dal suo mondo fatto di amici, parenti, circolo sportivo. Ora vive in isolamento e non può fare nulla”. Ad aggiungersi al problema, ricorda mamma Giunti, anche il mancato rispetto da parte dell’uomo della celiachia che affligge il figlio, oggi 14enne.

“C’è un decreto della Corte d’Appello del 2014 che istituisce una dieta priva di glutine– ricorda- e c’è l’esenzione per malattia celiaca del 2013 rilasciata dall’Asl di competenza, quindi è anche in pericolo la sua salute. In due anni non è cresciuto. Sta subendo un danno accertato anche dalla perizia medico legale. Sono una mamma che ama suo figlio più della sua stessa vita, senza di lui- conclude- non vivo”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo VIDEO | Minori, Giada Giunti: “Ridatemi mio figlio” proviene da dire.it.

]]>
La storia di J., segregata in comunità dopo lo stupro https://www.dire.it/03-07-2020/481029-la-storia-di-j-segregata-in-comunita-dopo-lo-stupro/ Fri, 03 Jul 2020 12:17:30 +0000 https://www.dire.it/?p=481029

SPECIALE MAMME CORAGGIO | La ragazza, 17 anni, struprata in Inghilterra, venne in Italia con la madre per cercare supporto. Le cose sono andate diversamente

L'articolo La storia di J., segregata in comunità dopo lo stupro proviene da dire.it.

]]>
SPECIALE MAMME CORAGGIO | La ragazza, 17 anni, struprata in Inghilterra, venne in Italia con la madre per cercare supporto. Le cose sono andate diversamente
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “Sono arrivata in Italia dall’Inghilterra nel febbraio del 2019. Lì ero stata stuprata da due ragazzi più grandi di me che non conoscevo. Sono arrivata qui per chiedere supporto, invece poi è successo di tutto…“. Inizia così il doloroso racconto di J., diciassette anni, giunta nel nostro Paese per fuggire dal trauma vissuto un giorno a Londra mentre usciva da scuola. E’ la mamma di J. a decidere di tornare a Roma, mentre il padre resta a lavorare in Inghilterra ed è lei, in occasione del sit-in organizzato dalle ‘mamme coraggio’ l’11 giugno scorso, in piazza Montecitorio, che a DireDonne aveva lanciato un appello per riavere la figlia con sé.

Perchè J., come lei stessa racconta alla Dire, in occasione della conferenza stampa di ieri sera indetta dall’avvocato Carlo Priolo, presidente dell’associazione ‘Verità altre’, è stata portata via dai suoi affetti e dalla sua casa. Quando con la madre lascia l’Inghilterra la decisione sembra risolutiva per ristabilire la serenità della ragazza. In Italia la mamma si rivolge ai servizi territoriali, ed è inserita in un percorso psichiatrico. La ragazza non parla italiano, e viene “diagnosticata come borderline e dislessica, quindi viene ricoverata” riferisce l’avvocato Priolo. La famiglia si ribella, i genitori perdono l’autorità genitoriale.

“Una volta in Italia- racconta la ragazza- mi hanno portato in ospedale e mi hanno raccontato che mia madre mi aveva abbandonato”. J. viene ricoverata in una casa famiglia per poche settimane. “Poi vengo nuovamente spostata, mi volevano mettere in una clinica intensiva che non era adatta a me e allora decido di fuggire. Mi ritrovano e vengo portata in ospedale dove mi ricoverano per sette giorni“. Ancora trasferimenti. Prima in una struttura “dove resto per quattro mesi invece dei due previsti inizialmente. E’ qui, nell’ultima settimana, che sono vittima di un abuso. Mi fanno due fiale perché dicono che sono agitata, mi tirano su la maglia e mi mettono le mani sul seno“. Poi lo spostamento in un’altra struttura, “dove subisco da una ragazza aggressioni, lividi e morsi. Registro tutto con le foto”. J. si ritrova di fatto in un comunità psichiatrica per bambini.

Venerdì scorso, e la vicenda finisce in diretta Fb, “mi strappano dal letto e mi dicono: se non ti fai fare questa fiala non ti portiamo in ospedale- prosegue nel racconto J.- Me ne fanno tre che mi stendono, allora decidono di portarmi davvero in ospedale perché non ero cosciente. Di quella sera non ricordo praticamente nulla”. E’ lì che nasce la protesta spontanea fuori dal nosocomio, con un gruppo di cittadini che si riunisce di fronte al Pronto soccorso per chiedere la ‘liberazione’ della ragazza. La mamma di J. non si dà per vinta e finisce così nel gruppo sempre più numeroso delle mamme che combattono per riavere i propri figli. “Gira con manifesti- racconta la figlia- e si è rivolta all’avvocato Priolo che ci sta aiutando moltissimo. Voglio uscire da questo incubo il prima possibile- conclude al termine delle due ore di permesso che ha ottenuto l’avvocato, prima di tornare nella struttura dove è attualmente ricoverata- e sono fiduciosa di potercela fare”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo La storia di J., segregata in comunità dopo lo stupro proviene da dire.it.

]]>
La sex worker: “Chiediamo la partita iva e i diritti, è un lavoro come un altro” https://www.dire.it/03-07-2020/480724-la-sex-worker-chiediamo-la-partita-iva-e-i-diritti-e-un-lavoro-come-un-altro/ Fri, 03 Jul 2020 08:20:00 +0000 https://www.dire.it/?p=480724 ombre_rosse_sex_worker

Tra lockdown e fase 2, parla un’attivista del collettivo 'Ombre Rosse'

L'articolo La sex worker: “Chiediamo la partita iva e i diritti, è un lavoro come un altro” proviene da dire.it.

]]>
ombre_rosse_sex_worker
Tra lockdown e fase 2, parla un’attivista del collettivo 'Ombre Rosse'
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “’Durante il lockdown ho preso d’assalto i pochi risparmi che avevo. È stato drammatico perché d’un colpo sono crollate tutte le mie apparenti sicurezze e i miei progetti di vita. E da quando ho ripreso a lavorare c’è stato un calo drastico dei clienti, che tornano gradualmente. Io mi sono potuta gestire perché ho un appartamento, sono italiana e ho dei soldi da parte. Il problema è per le lavoratrici marginalizzate che sono in strada, soprattutto le migranti”. A parlare in un’intervista all’agenzia di stampa Dire è Ombretta, 40 anni, tra le migliaia di sex worker che il Covid-19 ha lasciato improvvisamente senza lavoro e oggi è alle prese con una difficile ripartenza.

TERMOSCANNER E MASCHERINE: IL SEX WORK IN FASE 2

Attivista del collettivo di lavoratrici sessuali Ombre Rosse – che ha scelto di usare per tutte l’appellativo anonimo ‘Ombretta rossa‘ come forma di autotutela – dall’inizio della fase 2 Ombretta ha cambiato radicalmente la sua routine di lavoro. Appena entrati nel suo appartamento con la mascherina, i clienti si tolgono le scarpe. Ombretta misura la temperatura, poi appoggia con cura un telo di carta sul letto, la finestra è sempre aperta. Igienizza le mani di continuo, “perché il mio è un lavoro di contatto”, dice, e sanifica la stanza più volte al giorno. “All’inizio avevo tanta paura, poi mi sono abituata- racconta- Facendo attenzione e usando determinate posizioni si possono anche mantenere le distanze”. Il Covid ha cambiato tutto nella vita di chi ha scelto di vendere sesso per professione, svelando le vulnerabilità di un sistema normativo che pur non considerando illegale la prostituzione “di fatto la rende impossibile” e “costringe chi la sceglie al lavoro nero. La legge Merlin vuole tutelare le vittime di sfruttamento, ma colpisce tutte- denuncia Ombretta- Se io lavoro in un appartamento intestato a un mio amico lui può essere denunciato per sfruttamento della prostituzione, semplicemente perché il sex work non è riconosciuto. Il sistema non punisce me ma tutto ciò che mi gira intorno, quando ci dovrebbe essere una distinzione netta tra la persona che abusa, sfrutta e traffica in modo coercitivo e violento e chi svolge questa attività”.

LE NORME ANTI-PROSTITUZIONE: IL ‘CASO’ BRESCIA 

È il caso delle norme anti-prostituzione contenute nel regolamento della Polizia urbana di Brescia, che proprio qualche giorno fa sono finite nel mirino di Non Una Di Meno, dopo che il giudice di pace ha accolto il ricorso di un cliente al quale nel 2017 era stata contestata una sanzione amministrativa, condannando il Comune a pagare le spese. “La norma comunale che prevede la possibilità di sanzionare i clienti di sex worker è stata già dichiarata illegittima dalla sentenza della Corte Costituzionale 115/2011- recita il comunicato diffuso da Csa Magazzino 47, Non Una Di Meno-Brescia, Non Una Di Meno-Lago di Garda e Associazione Diritti per Tutti- Le associazioni di sex worker chiedono da anni la decriminalizzazione delle loro attività e di eliminare multe e ordinanze che reprimono il lavoro di offerta di prestazioni sessuali, norme che rendono le persone che lavorano in questo settore più povere, ricattabili e sfruttabili, non potendo esercitare in un contesto di legalità, sicurezza e autodeterminazione”.

STIGMA E ILLEGALITÀ, UNA REAZIONE A CATENA 

Il risultato di quello che per Ombretta è uno “stigma” è una reazione a catena di illegalità che mette in pericolo le lavoratrici sessuali. “Non c’è accesso all’affitto, per questo la maggior parte di noi cade nel nero con proprietari che conoscono la situazione e ne approfittano, costringendoci a pagare tre volte tanto- sottolinea- Se voglio intraprendere la carriera accademica o lavorare con i bambini e viene fuori che faccio un lavoro sessuale perdo tutto. Così come posso essere attaccata da un partner violento che vuole togliermi i figli usando il mio lavoro in tribunale”. E poi ci sono le ragazze di strada, “la maggior parte terrorizzate dal virus”, le più colpite “da una povertà sociale che è aumentata”. Il Covid, utilizzato come strumento di ricatto al ribasso, le ha esposte ancora di più alle vessazioni dei clienti: “In molti cominciano a chiedere prestazioni per pochi soldi e non protette”, racconta Ombretta, tra le promotrici della campagna di solidarietà ‘Nessuna da sola’ che grazie al crowdfunding ha funzionato come unico vero ammortizzatore sociale per le lavoratrici sessuali disoccupate più povere, gran parte delle quali migranti. “La mia è una realtà privilegiata, perché la contrattazione e la gestione degli accordi che io, come le mie colleghe, ho potuto fare non è paragonabile alla situazione di una persona che non ha documenti europei. Non posso parlare per le migranti coercizzate dalla tratta, ma voglio essere solidale con loro”.

IL SEX WORK COME SCELTA AUTODETERMINATA 

Il discrimine, per Ombretta, sta nei diritti acquisiti, nella possibilità di autodeterminarsi, stabilire prestazioni e tariffe, contrattare col cliente, “avere il potere di dire no, lavorare alle mie condizioni. Mi sono avvicinata a questo mestiere perché avevo difficoltà a mantenere quello precedente e avevo bisogno di soldi- racconta ancora la sex worker, che come molte affianca il lavoro sessuale ad altre occupazioni- Avevo un’amica che lavorava nei night, ho conosciuto l’ambiente e ho iniziato anche io, in modo molto graduale. Da femminista, però, avevo molte resistenze e paranoie rispetto al fatto che la mia scelta non sarebbe stata accettata dalle mie compagne e amiche”. Il lavoro sessuale “è ancora oggi un argomento tabù- sottolinea Ombretta- considerato dalle abolizioniste una scelta sbagliata per il genere femminile, sfruttamento dei corpi delle donne al servizio dei maschi”. Si tratta di una “critica ipocrita: proprio perché siamo contro lo sfruttamento- spiega- vogliamo il riconoscimento dei nostri diritti. Più ci sono diritti più c’è scelta, più lo sfruttamento viene depotenziato”.

LO SCONTRO CON LE ‘ABOLIZIONISTE’ 

Alcune realtà ‘abolizioniste’ hanno rilanciato le proprie posizioni in una lettera scritta in polemica con un articolo sul lavoro sessuale apparso il 12 maggio sul Manifesto a firma di Shendi Veli, a cui il collettivo Ombre Rosse aveva risposto sul sito pasionaria.it. Il loro “è un femminismo molto moralista e paternalistico, perché ci vittimizza da una parte e ci disprezza dall’altra, ciò che solitamente fa il patriarcato”, sostiene Ombretta. Quello “emergente, invece, il transfemminismo, vuole essere inclusivo, un movimento di pensiero e di pratiche che, partendo dalla condizione personale, arriva a quella delle altre, rispettando le reciproche differenze”. Per la sex worker il punto è che “le abolizioniste devono smetterla di decidere al posto delle altre” e di porsi alla testa “di chi vuole introdurre in Italia il modello nordico svedese che parte dal presupposto che il lavoro sessuale è uno stupro”, con “clienti criminalizzati da multe molto severe e un percorso obbligatorio di assistenza psicologica” e “prostitute ancora più ai margini, costrette a lavorare di nascosto”. Anche il modello tedesco, secondo il collettivo, è da bocciare: “Ti costringono a figurare in un albo, il che ha ricadute molto pesanti, perché anche se regolamenti il lavoro lo stigma non scompare. Ti tolgono la possibilità di gestirti in modo indipendente, puoi esercitare in appartamento con condizioni pratiche tali che solo chi è benestante lo può fare. Noi non siamo per questa regolamentazione autoritaria e statale- sottolinea Ombretta- Siamo per rendere il sex work un lavoro come un altro”, dando la possibilità alle prostitute di “aprire una partita Iva, creare una cooperativa, o lavorare da libere professioniste”. Come in “Nuova Zelanda, ad esempio, dove pagano le tasse, hanno accesso ai diritti ed è garantito l’anonimato”.

“IL NOSTRO OBIETTIVO? DECRIMINALIZZARE IL SEX WORK”

“Noi vogliamo semplicemente una decriminalizzazione del lavoro sessuale, poter accedere a tutti i diritti delle altre libere professioni, pagare le tasse, accendere un mutuo- racconta Ombretta- E poi vorremmo una sensibilizzazione al rispetto del lavoro sessuale e di presa in cura reale dei diritti delle persone migranti, senza contrapporre italiani e clandestini, donne per bene e donne per male, femministe buone e femministe cattive”. Perché “in fondo il sex work è un lavoro di relazione, anche intima, in cui ci vuole la sapienza fisica di interagire perché hai a che fare con un corpo altro. Il potere erotico e sessuale è il mio, io divento protagonista. Non sono oggetto ma soggetto e tu, uomo, mi devi pagare, su qualcosa che decidiamo in modo consensuale. L’importante- conclude Ombretta- è poter decidere”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo La sex worker: “Chiediamo la partita iva e i diritti, è un lavoro come un altro” proviene da dire.it.

]]>
Lunedì alla Dire ‘Donne e Covid-19: meno contagiate, più colpite?’ https://www.dire.it/02-07-2020/480678-lunedi-alla-dire-donne-e-covid-19-meno-contagiate-piu-colpite/ Thu, 02 Jul 2020 13:57:36 +0000 https://www.dire.it/?p=480678

Tavola rotonda in diretta sul profilo facebook dell'Agenzia

L'articolo Lunedì alla Dire ‘Donne e Covid-19: meno contagiate, più colpite?’ proviene da dire.it.

]]>
Tavola rotonda in diretta sul profilo facebook dell'Agenzia
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “Donne e Covid-19: meno contagiate, più colpite?”. E’ questo il tema della prossima puntata dell’approfondimento di DireDonne in programma lunedì 6 luglio alle 18, in diretta Fb sui canali della Dire. Una tavola rotonda che avrà come protagonisti: il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli; la presidente della Federazione nazionale Chimici e Fisici e membro del Comitato Tecnico Scientifico Covid-19, Nausicaa Orlandi; la presidente nazionale dell’Associazione Donne Medico, Antonella Vezzani; la sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa (già ideatrice della trasmissione).

La trasmissione trasmessa in diretta sul canale Facebook dell’agenzia Dire e realizzata via Skype in ottemperanza alle norme di sicurezza sarà condotta in studio dalla giornalista Silvia Mari.

Ecco a seguire i curriculum dei relatori partecipanti:

FRANCO LOCATELLI
Presidente del Consiglio Superiore della Sanità dal febbraio
2019, il professor Franco Locatelli è nato proprio in una delle
città più colpite dalla pandemia, Bergamo. Noto esperto di
patologie ematologiche, professore ordinario di Pediatria all’
università La Sapienza,di Roma, direttore del Dipartimento di
Onco-Ematologia e Terapia Cellulare e Genica dell’ospedale
Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Coordina il maggior programma
italiano dedicato ai tumori infantili.

NAUSICAA ORLANDI
La presidente della Federazione nazionale dei chimici e fisici è
una delle donne del Comitato tecnico scientifico Covid-19.
Laureata in Chimica Industriale presso l’Università degli Studi
di Padova, città dove vive, ha svolto attività di ricerca presso
la Scuola Superiore di Chimica e CNRS a Montpellier (Francia).
Professionalmente svolge attività di consulenza e formazione in
ambito di sicurezza sul lavoro, sistemi di certificazione di
processo e di prodotto, gestione ambientale e pratiche
autorizzative correlate. L’attività di supporto tecnico è svolta
in ambito nazionale ed internazionale con particolare riferimento
agli aspetti di sicurezza sul lavoro.

ANTONELLA VEZZANI
La presidente dell’Associazione Italiana Donne medico è la
responsabile della terapia intensiva dell’ospedale universitario
di Parma. Lavora da anni e con profitto alla ricerca di un
equilibrio tra vita professionale e privata per uomini e donna in
medicina, contro le molestie sessuali sui luoghi di lavoro, per
la prevenzione della violenza contro gli operatori sanitari. Dal
2012, realizza a Parma un incontro annuale sulla medicina di
genere. Ha progettato programmi di formazione per migliorare gli
atteggiamenti, le convinzioni e i comportamenti degli operatori
sanitari riguardo alla violenza domestica.

SANDRA ZAMPA
Sottosegretaria alla Salute dal settembre 2019, con delega, tra
l’altro, alla medicina di genere, Sandra Zampa, è l’ideatrice
dello spazio di approfondimento dell’agenzia Dire dedicato alle
intelligenze femminili. Giornalista, già capo ufficio stampa
della Presidenza del Consiglio è stata deputata della Repubblica
dal 2008 al 2018. Porta il suo nome la legge sui bambini
stranieri non accompagnati

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Lunedì alla Dire ‘Donne e Covid-19: meno contagiate, più colpite?’ proviene da dire.it.

]]>
VIDEO | FOTO | Aborto, Zampa: “Rivedere linee guida. E su obiezione serve rispetto legge e diritto” https://www.dire.it/02-07-2020/480641-video-foto-aborto-zampa-rivedere-linee-guida-e-su-obiezione-serve-rispetto-legge-e-diritto/ Thu, 02 Jul 2020 13:34:03 +0000 https://www.dire.it/?p=480641 zampa_presidio pro choice

A Roma il presidio di Pro Choice per chiedere l'estensione dell'aborto farmacologico da 7 a 9 settimane in consultorio o ambulatorio: una delegazione ricevuta da Sandra Zampa che promette aggiornamenti delle linee guida

L'articolo VIDEO | FOTO | Aborto, Zampa: “Rivedere linee guida. E su obiezione serve rispetto legge e diritto” proviene da dire.it.

]]>
zampa_presidio pro choice
A Roma il presidio di Pro Choice per chiedere l'estensione dell'aborto farmacologico da 7 a 9 settimane in consultorio o ambulatorio: una delegazione ricevuta da Sandra Zampa che promette aggiornamenti delle linee guida
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Sull’aborto farmacologico “è tempo di rivedere le linee-guida e lo dobbiamo fare alla luce delle evidenze scientifiche. Le linee guida varranno per tutti, la Regione Umbria ha scelto una strada senza nessun fondamento scientifico“. Così ai giornalisti la sottosegretaria al ministero della Salute, Sandra Zampa, a margine dell’incontro con una delegazione delle attiviste Pro-Choice che stamattina hanno manifestato in piazza Castellani a Roma, proprio davanti al ministero della Salute, per chiedere l’aborto farmacologico fino a 9 settimane senza ricovero ospedaliero e la contraccezione gratuita.

Confermati tempi brevi per l’aggiornamento delle linee guida, per cui “noi pensiamo che si possa prendere in considerazione il day hospital e l’ambulatoriale– aggiunge Zampa-. Nessuna evidenza scientifica porta a ritenere che siano necessari tre giorni, al contrario in tutta Italia si pratica in realtà il day hospital o l’ambulatoriale, alcune Regioni andavano già verso la formula ambulatoriale che è quella usata in Europa. Non so cosa il Consiglio superiore di sanità deciderà, ma certamente andrà in una direzione che tiene conto delle evidenze”.

LEGGI ANCHE: In Umbria stop all’aborto farmacologico in day hospital, e le donne scendono in piazza: ‘Libere di scegliere’

E sugli aborti clandestini Zampa conclude: “La relazione che è stata consegnata al Parlamento ci dimostra che la legge 194 funziona. Ha un problema serio che è quello dell’obiezione di coscienza, che raggiunge ormai percentuali oggettivamente preoccupanti. Tuttavia il ministro ha ricordato che anche l’obiezione deve fare i conti con il rispetto del diritto e anche, io aggiungo, di una legge”.

IL PRESIDIO DI PRO-CHOICE A ROMA

‘Mattina e sera staremo qua a ricordarvi la nostra libertà, oggi e domani Speranza lo sa noi non molliamo finché a 9 arriverà’. Cantano così le attiviste della rete Pro-Choice Rete Italiana contraccezione e aborto che stamattina si sono date appuntamento vestite di rosso, con fiori, striscioni e palloncini, in piazza Castellani a Roma, davanti al ministero della Salute, per chiedere l’estensione dell’aborto farmacologico da 7 a 9 settimane in consultorio o ambulatorio e la contraccezione gratuita per tutte.

Rivendicazioni tornate alla ribalta con la manifestazione femminista dello scorso 21 giugno a Perugia contro la decisione della governatrice dell’Umbria, Donatella Tesei, di obbligare al ricovero ospedaliero di tre giorni le donne che scelgono la pillola abortiva. L’atto politico ha fatto da detonatore alla mobilitazione delle donne, culminata oggi con la consegna alla sottosegretaria della Salute, Sandra Zampa, e a una rappresentante dell’Aifa, delle 80mila firme raccolte dalla petizione per la contraccezione gratuita e responsabile e delle sottoscrizioni ricevute dal mondo della politica, dell’associazionismo, della cultura e delle professioni mediche all’appello sull’aborto farmacologico promosso dalla rete Pro-Choice durante l’emergenza coronavirus.

RU2020 Rete Umbra per l’autodeterminazione, Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto), Non Una Di Meno, Casa Internazionale delle Donne, Laiga, Amnesty International, Unar, Vita di Donna, Coordinamento delle assemblee delle donne dei consultori di Roma e del Lazio solo alcune delle realtà presenti in piazza a manifestare per la piena attuazione della legge 194, per il suo aggiornamento con l’introduzione della prescrizione domiciliare della Ru486, resa ancora più urgente dalla pandemia, e il rafforzamento della rete consultoriale.

Nessuna obiezione sui nostri corpi‘, si legge su uno striscione steso a terra, ‘Più preservativi meno Salvini’ sta scritto più in là su un cartello steso al sole assieme a preservativi e foglietti illustrativi. Mentre a terra in un ombrello aperto giacciono scatole vuote di Mifegyne (Mifeprostone), accanto a sedano e prezzemolo messi ai piedi del rotolo delle firme, “erbe usate dalle donne in decotto per provocare l’aborto quando non avevano altri mezzi, spesso rimettendoci la pelle, con cui oggi vogliamo dire di abbandonare il passato per proiettarci verso il futuro”, spiega alla Dire Carla Eleonora Ciccone di Laiga e Rete Pro-Choice.

“Siamo qui davanti al ministero della Salute perché vogliamo mettere un po’ fretta, perché la percezione è che per loro l’estate non sia un problema– dichiara all’agenzia di stampa Dire Marina Toschi, ginecologa della Rete umbra per l’autodeterminazione e della Rete italiana per la contraccezione e l’aborto-. Noi che vediamo le donne che rimangono senza servizi ivg aperti durante l’estate, sappiamo quanto sarebbe importante cominciare subito a utilizzare l’aborto farmacologico in maniera più semplice e diffusa. In Italia si può usare solo fino a 7 settimane, nel resto del mondo fino a 9“.

Stop all’obbligo del farmacologico in ospedale, quindi, “perché si può fare benissimo all’interno di un consultorio o un poliambulatorio– aggiunge Toschi- In Portogallo si fa, in Irlanda lo fanno i medici di famiglia, in Francia le ostetriche, perché non è possibile da noi? Chiediamo questo: accorgersi che è tanto tempo che aspettiamo, anche per la contraccezione gratuita, per cui chiediamo il rispetto dell’articolo 2 della 194 che lo prevede”.

“Ascoltiamo donne di tutta Italia che ci dicono che non danno la pillola del giorno dopo, tolta da Beatrice Lorenzin dalla lista dei farmaci obbligatori che bisogna avere in farmacia”, sottolinea Elisabetta Canitano, ginecologa dell’associazione Vita di Donna, mentre Serena Fredda, attivista di Non Una Di Meno-Roma punta il dito contro il sistema sanitario che durante l’emergenza coronavirus “ha messo sostanzialmente ai margini i servizi ivg e per la salute sessuale e riproduttiva delle donne, che hanno funzionato a scartamento ridotto producendo un enorme disagio per le donne che si sono ritrovate a vivere in quel momento una gravidanza non desiderata. Introdurre la Ru486 a pieno regime senza ricovero ospedaliero- sottolinea Fredda alla Dire- alleggerisce ospedali e spesa sanitaria e consente alle donne un approccio più sereno a questo intervento”. 

“Durante il lockdown abbiamo avuto tante segnalazioni di ragazze che ci chiamavano da un consultorio che risultava chiuso per il Covid– riprende Toschi- Una delle cose che noi chiediamo è che ci sia un numero unico del ministero che risponda alle donne che hanno problemi di salute sessuale e riproduttiva come c’è per l’Aids” così come è fondamentale “un sito sulla contraccezione. Andremo avanti finché non otterremo il risultato, compreso la riorganizzazione dei consultori”, è la promessa di Toschi, che auspica l’apertura di un tavolo al ministero su questi temi.

E proprio dal ministero, dopo l’incontro con le attiviste, arriva un impegno: “Abbiamo presentato le 80mila firme che chiedono che i contraccettivi siano resi gratuiti e le firme raccolte per facilitare l’accesso all’aborto farmacologico ostacolato dalle linee guida ferme a dieci anni fa e dalle indicazioni dell’Aifa nel 2010 diede quando autorizzò l’immissione in commercio- fa sapere ai giornalisti Eleonora Cirant, della rete Pro-Choice-. Le rappresentanti delle istituzioni ci hanno garantito che entro il mese il Consiglio superiore di sanità a cui il ministro ha fatto richiesta di un parere per la modifica delle linee di indirizzo risponderà e che Aifa sta collaborando per dare una risposta. La dichiarazione è che le linee di indirizzo verranno aggiornate sulla base delle nostre richieste“. Sollevato nel corso dell’incontro “anche il problema degli aborti clandestini che sono 11-14mila. A 41 anni dall’introduzione di una legge che legalizza l’aborto nel nostro Paese- conclude Cirant- riteniamo che sia molto grave”.

COSSUTTA (CASA DONNE): CHIEDIAMO CONTO A GOVERNO E PARLAMENTO, SERVE UNO SCATTO

“Siamo qui perché queste sono battaglie fondamentali che sono dentro la storia delle lotte delle donne. La battaglia per la 194, per la sessualità libera, per la libertà di scelta sulla procreazione. E siamo qui perché l’attacco la legge 194 viene da lontano, continua, e oggi c’è una strategia organizzata e finanziata con grandissima ipocrisia”. Così all’agenzia di stampa Dire la presidente della Casa Internazionale delle Donne di Roma, Maura Cossutta, a margine del presidio organizzato dalla rete Pro-Choice davanti al ministero della Salute in piazza Castellani a Roma per chiedere l’aborto farmacologico fino a 9 settimane senza ricovero ospedaliero e la contraccezione gratuita. “Io dico che bisogna fare un’operazione verità- aggiunge Cossutta- Parlano di difesa della salute delle donne perché la Ru486 non può essere data se non in ospedale. Dove erano quando con la legge 40 difendevano gli embrioni e non la salute delle donne? Dove erano e dove sono quando con gli obiettori di coscienza non si dà assistenza alle donne che abortiscono, anche quando sono in pericolo di vita? C’è una grande ipocrisia, serve uno scatto. Siamo qui perché le donne stanno chiedendo conto al Governo, al Parlamento, al ministro della Salute. Si dice tanto che con il Covid ci vuole il cambiamento. Non c’è cambiamento possibile- conclude la presidente della Casa Internazionale delle Donne- senza la libertà e i diritti delle donne”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo VIDEO | FOTO | Aborto, Zampa: “Rivedere linee guida. E su obiezione serve rispetto legge e diritto” proviene da dire.it.

]]>
Caso Massaro, Giannone: “Nessuna ingerenza nel presentarmi nella Corte d’Appello” https://www.dire.it/02-07-2020/480645-caso-massaro-giannone-nessuna-ingerenza-nel-presentarmi-nella-corte-dappello/ Thu, 02 Jul 2020 13:07:12 +0000 https://www.dire.it/?p=480645 veronica_giannone

Riceviamo e pubblichiamo la risposta alla replica di Giuseppe Apadula

L'articolo Caso Massaro, Giannone: “Nessuna ingerenza nel presentarmi nella Corte d’Appello” proviene da dire.it.

]]>
veronica_giannone
Riceviamo e pubblichiamo la risposta alla replica di Giuseppe Apadula
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “È stato domandato a che titolo mi sono presentata nell’aula della Corte d’Appello di Roma dove si stava svolgendo l’udienza del caso di Laura Massaro. Ritengo opportuno fornire prima di tutto un breve ripasso sui compiti e le funzioni della Commissione bicamerale per la tutela dell’Infanzia e dell’Adolescenza, affinché non venga offuscato il ruolo di un’istituzione che rappresento con orgoglio e assoluta dedizione”. Così la deputata Veronica Giannone, segretaria della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza, risponde in una lettera inviata alla redazione dell’agenzia Dire alla replica inviata da Giuseppe Apadula sul caso Massaro di cui ci siamo occupati.

LEGGI ANCHE: Caso Massaro, la replica di Giuseppe Apadula: “Bambino orfano di padre vivo”

“La Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza- ricorda Giannone- è stata istituita dalla legge 451/1997, con compiti di indirizzo e controllo sulla concreta attuazione degli accordi internazionali e della legislazione relativi ai diritti e allo sviluppo dei soggetti in età evolutiva. Tra i compiti principali della Commissione, composta da deputati e senatori, c’è sia quello di chiedere informazioni, dati e documenti sui risultati delle attività svolte da pubbliche amministrazioni e da organismi che si occupano di questioni attinenti ai diritti o allo sviluppo di bambini e ragazzi; sia quello di favorire lo scambio di informazioni e le sinergie con gli organismi e gli istituti operanti in Italia e all’estero e con le associazioni, le organizzazioni non governative e tutti gli altri soggetti operanti nell’ambito della tutela e della promozione dei diritti di minori, nonché dell’affido e dell’adozione”.

Continua la deputata: “Sono stata anche strumentalmente accusata, da pseudo giornalisti in cerca di visibilità, di aver cercato di influenzare in qualche modo i giudici d’appello con la mia presenza, solo per aver risposto alla richiesta di qualificarmi fatta dalla Presidente del Collegio. Assistere alle udienze penali e civili (artt. 471 ss C.P.P.; 127 ss C.P.C.) è consentito a chiunque, tranne nei casi in cui il Giudice disponga di procedere a porte chiuse, così come poi è accaduto nell’udienza in questione. Ma certamente non potevo esimermi dal presentarmi al Collegio prima di accomodarmi fuori. Non vedo alcun tentativo di ingerenza o di abuso di potere in questo. Tra l’altro vorrei ricordare che la giustizia è amministrata in nome del popolo, per cui a tutti i cittadini deve essere consentito il generale controllo su quello che accade nei tribunali, attraverso il principio giuridico della pubblicità delle udienze”. (

“Laura Massaro- spiega la deputata- si è rivolta a me in quanto Segretario della Commissione Infanzia. Come tante altre madri e padri che denunciano gravi abusi nel sistema degli affidi minorili. Dopo aver visionato, anche con l’ausilio di consulenti legali, tutta la documentazione relativa a ciò che lamentava, ho deciso di aiutare la signora Laura attraverso gli strumenti che ho a disposizione come Deputata della Repubblica. Ogni interrogazione, interpellanza, mozione, segue un iter interno previsto dal regolamento della Camera, esiste un sindacato ispettivo che controlla, parola per parola, se ciò che viene riportato da noi deputati corrisponde alla verità documentale allegata”. Prosegue ancora: “A fronte di tutto questo lavoro di approfondimento, ho sostenuto, e sostengo anche oggi, semplicemente una madre nella sua battaglia per proteggere il figlio. Un bambino di soli dieci anni che vuole rimanere a casa con la sua mamma e non andare da un padre di cui ha paura. Padre che non disdegna di chiedere per il figlio, tanto amato, il ricovero in casa famiglia pur di non farlo stare con la madre. Padre che non si fa problemi nel prestare il consenso per fare prelevare il figlio, sempre tanto amato, da un ambulanza in piena notte, pur di non farlo stare con la madre. Il mio esclusivo interesse- conclude Veronica Giannone, segretaria Commissione Bicamerale per la tutela dell’Infanzia e dell’Adolescenzaè quello di tutelare i minori così come mi è consentito dal ruolo istituzionale che ricopro. Pertanto non sono più tollerabili insulti e insinuazioni di alcun genere. Ogni mio intervento o presa di posizione non è casuale, ma accuratamente studiato a garanzia di giustizia e verità”. 

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Caso Massaro, Giannone: “Nessuna ingerenza nel presentarmi nella Corte d’Appello” proviene da dire.it.

]]>
Imprese, Claudia Torre: “Il mio campus estivo grazie a Confagricoltura Donna” https://www.dire.it/02-07-2020/480450-imprese-claudia-torre-il-mio-campus-estivo-grazie-a-confagricoltura-donna/ Thu, 02 Jul 2020 06:28:55 +0000 https://www.dire.it/?p=480450

Al confine tra Piemonte e Lombardia, grazie all'impegno di Confagricoltura Donna e dei pensionati della Onlus L'eta' della Saggezza, ripartiranno anche quest'anno le 'Avventure in collina'

L'articolo Imprese, Claudia Torre: “Il mio campus estivo grazie a Confagricoltura Donna” proviene da dire.it.

]]>
Al confine tra Piemonte e Lombardia, grazie all'impegno di Confagricoltura Donna e dei pensionati della Onlus L'eta' della Saggezza, ripartiranno anche quest'anno le 'Avventure in collina'
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Al confine tra Piemonte e Lombardia, grazie all’impegno di Confagricoltura Donna e dei pensionati della Onlus L’eta’ della Saggezza, ripartiranno anche quest’anno le ‘Avventure in collina‘, il progetto di campus estivo dell’imprenditrice agricola Claudia Torre che la crisi generata dal Covid-19 rischiava di far svanire. Un tam tam solidale di mamme che dal 2017 partecipano all’iniziativa coi propri bambini si e’ mobilitato per sostenere l’agriturismo ‘Casa Tui‘ “e ora e’ nato un gruppo di lavoro con queste mamme che ci aiutano”.

A raccontare direttamente la sua esperienza durante la fase acuta della pandemia e’ Claudia, che ripercorre la storia della sua azienda durante l’assemblea promossa in videoconferenza da Confagricoltura Donna sugli aiuti post-pandemia promossi per donne e mamme. “Questa ragazza ha voluto affrontare il tema Covid ed e’ riuscita a far sopravvivere la sua azienda con un progetto particolare- commenta la presidente nazionale di Confagricoltura Donna, Alessandra Oddi Baglioni– grazie al presidente della Onlus Santori abbiamo potuto aiutare questa imprenditrice e abbiamo dimostrato che in agricoltura quando si decide di fare una cosa la si riesce a fare anche velocemente”. 

Il progetto didattico ‘Avventure in collina’ nasce nel 2017, a diversi anni dalla creazione dell’azienda agricola avviata da Claudia Torre nel 2009 con un piccolo orto e l’apicoltura e ampliata successivamente con un agriturismo ristorativo “gia’ predisposto ad avere in futuro le camere” e l’acquisto dei terreni, fino a raggiungere quota 15-20 ettari. “Piemonte e Lombardia sono state duramente colpite dal Covid, con famiglie in estrema difficolta’. Io sono mamma di due bambine in fascia d’eta’ 0-3 anni e ho maturato un senso di responsabilita’ e solidarieta’ verso le altre mamme piu’ grande del solito- sottolinea Claudia- Quest’anno non sara’ il solito campus verde estivo, ne’ solo un’esperienza di avvicinamento e un momento di cultura e didattica per le nuove generazioni per essere piu’ vicine al mondo agricolo. Avra’ un valore diverso. E questo aiuto maggiore delle attese e’ stato commovente, ne avevo bisogno e mi ha permesso di chiamare le altre mamme per poter far partire il campo estivo in attesa degli aiuti delle banche che tardano ad arrivare”. 

E l’impegno di Confagricoltura a sostegno delle imprenditrici agricole in questa fase di ripresa potra’ avvalersi anche della rete Agronetwork, promossa da Confagricoltura, Luiss e Nomisma, per agevolare lo sviluppo della competitivita’ delle imprese agroalimentari e, piu’ in generale, del patrimonio agroalimentare, come dato identitario del Paese. “L’idea- spiega Giulia Callini, che si occupera’ dell’organizzazione dell’ente associato- e’ creare un pensatoio, ma anche un contenitore dove creare punti di incontro e tirar fuori proposte operative. Le prossime riunioni si concentreranno su turismo, economia circolare e turismo integrato, credito e innovazione in agricoltura”. Presente all’assemblea anche l’organizzazione di imprenditrici Aidda “che rappresentano il mondo della filiera”, fortemente connesso “al nostro mondo”, conclude Baglioni, che sottolinea l’intento dell’aiuto offerto a Claudia Torre: “Era molto bella l’idea che le imprenditrici con piu’ esperienza potessero lanciare una staffetta per non far desistere questa ragazza. È il nostro modo per credere nel futuro che lei per noi rappresenta”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Imprese, Claudia Torre: “Il mio campus estivo grazie a Confagricoltura Donna” proviene da dire.it.

]]>
In Italia 85-90mila donne con mutilazioni genitali femminili, di cui 5-7mila minori https://www.dire.it/01-07-2020/480037-in-italia-85-90mila-donne-con-mutilazioni-genitali-femminili-di-cui-5-7mila-minori/ Wed, 01 Jul 2020 07:40:17 +0000 https://www.dire.it/?p=480037 donna_africana

Indagine Università la Bicocca: "5mila bambine a rischio, ma giovani sono meno mutilate"

L'articolo In Italia 85-90mila donne con mutilazioni genitali femminili, di cui 5-7mila minori proviene da dire.it.

]]>
donna_africana
Indagine Università la Bicocca: "5mila bambine a rischio, ma giovani sono meno mutilate"
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – In Italia le donne portatrici di Mutilazioni genitali femminili (Mgf) sono 85-90mila, di cui 5-7mila minorenni – con Nigeria ed Egitto come maggiori tributarie – e le bambine oggi a rischio sono circa 5mila. È quanto stimato per il 2019 da un’indagine dell’università Milano Bicocca finanziata dal Dipartimento delle Pari Opportunità e presentata da Patrizia Farina, docente di Demografia dell’ateneo lombardo, nel corso della conferenza stampa di presentazione del Rapporto Unfpa sullo stato della popolazione 2020 in diretta sui canali Facebook di agenzia di stampa Dire e Aidos. Si tratta di un dato “non così significativo- osserva la docente- se si pensa che su 6 milioni di immigrati presenti in Italia, 3 milioni sono donne. Questo lo dico non per sminuire il fenomeno, ma perché non vorrei che sia immaginato che tutte le donne immigrate siano mutilate e infibulate. Le generazioni più giovani sono meno mutilate e hanno prevalenze decisamente più basse“, sottolinea, ricordando che il dato “è abbastanza in linea con quello che succede nei Paesi d’origine. Non tutte le comunità hanno un’incidenza così alta di mutilazioni- continua Farina- sono molto alte tra alcune nazionalità, come Mali, Sudan e Somalia. Divari intensi ci sono tra le egiziane e le sudanesi. Fra le nazionalità ad alta prevalenza le giovani somale corrono rischi molto elevati”. In generale, però, “le bambine a rischio sono relativamente contenute tra tutte le nazionalità”. Le donne intervistate, in tutto 2.200, “sono per lo più di prima generazione- spiega ancora la studiosa- Il fenomeno di per sé è avvenuto altrove, per cui noi dobbiamo prenderci cura di queste donne e intervenire con policy appropriate rispetto al rischio delle bambine”.

I DATI DELLA RICERCA

La ricerca della Bicocca ha anche indagato l’opinione delle donne. Quelle favorevoli alle Mgf “sono il 9,4%, meno del 10%, in senso astratto- fa sapere Farina- Il 37,5% è attiva nel contrasto nel proprio Paese e qui. Il 42% non è favorevole ma è inattiva, cioè non è mobilitata perché si abbandoni questa pratica. Questo ci dice due cose- osserva la studiosa- da un lato, che è in corso l’abbandono della norma sociale, che non avviene da un giorno all’altro”. Dall’altro, che “c’è una debolezza della mobilitazione al suo abbandono che si riverbera nelle iniziative che si possono condurre nel nostro Paese”. Rispetto alle nazionalità “abbiamo le comunità nigeriana, etiope e egiziana che si rappresentano come più favorevoli al proseguimento di questa pratica”, ma l’attivismo risulta ben diffuso come l’indifferenza. Rispetto al futuro, il 76,6% dichiara che non sottoporrebbe la figlia alla pratica delle Mgf per nessun motivo. Per il resto, “le donne si giocano dei compromessi”: il 4,7% opterebbe per un rito di passaggio alternativo; il 3,8% per una pratica senza asportazione; il 7,8% la sottoporrebbe alla pratica di taglio con asportazione e/o infibulazione; il 7,1% non sa, “ed è questo il mondo su cui bisogna agire”, avverte Farina. A prescindere dalle figlie “molte delle donne continuano a dire che non lo farebbero- prosegue- Nel favore che c’è, c’è dentro la medicalizzazione, che raggiunge il 13% delle donne favorevoli, e il rito simbolico, con un altro 6,3%. Quindi abbiamo una norma sociale che resiste, ma il cammino è tratto”. L’indagine dell’ateneo milanese segue quelle del 2016 e del 2010. “Le cose stanno migliorando- fa sapere l’esperta- L’intensità del fenomeno nel 2016 era più alta di quella di oggi, nonostante il fatto che le donne provenienti da quei Paesi siano cresciute”. 

Tra le motivazioni che stanno alla base della scelta della pratica ci sono “le tradizioni culturali, al 22,5%, e l’accettazione sociale, al 13,2%, che dominano il processo di adesione alle Mgf”. Il cambio, però, è significativo se si prendono in considerazione determinate caratteristiche. “Le donne non mutilate a loro volta non mutilano più le proprie figlie, c’è un effetto volano positivo- sottolinea Farina- Ogni bambina a rischio che non sarà mutilata diventerà una madre che a sua volta non mutilerà più, in un circolo virtuoso che è alla base della riduzione delle prevalenze nei Paesi di origine e qui”. Inoltre, c’è anche un effetto legato all’empowerment, in cui un ruolo “formidabile” è giocato dall’istruzione: “Le donne molto istruite non lo farebbero nell’oltre 90% dei casi. Le donne poco istruite nel 60% dei casi”. “Ci sono buone notizie- conclude Farina- Il favore per le Mgf si riduce in Italia come nel resto del mondo e più di un terzo delle donne è attiva nel contrastarle. L’adesione è contenuta e guidata anche dal ricorso al rito alternativo. Ci sono delle criticità: privatizzazione della pratica che riduce il sostegno. Le bambine non sono a rischio a zero”.

AIDOS: “CONTRO PRATICHE DANNOSE GARANTIRE LA CONTINUITÀ AI FONDI”

“Un impegno finanziario ancora più forte a sostegno dell’uguaglianza di genere nella cooperazione internazionale”, con “un incremento dei fondi già destinati a progetti e programmi per il contrasto alle pratiche dannose” come il Joint programme Unfpa-Unicef to Eliminate Female Genital Mutilation, e un investimento su “nuove iniziative di contrasto alla pratica dei matrimoni precoci, garantendo continuità e sostenibilità” ai fondi, che non devono essere spot. Sono alcune delle raccomandazioni che Maria Grazia Panunzi, presidente di Aidos-Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, ha proposto nel corso della conferenza stampa di presentazione in contemporanea mondiale del Rapporto Unfpa sullo stato della popolazione nel mondo 2020 ‘Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere’, trasmessa in diretta Facebook sui canali dell’agenzia di stampa Dire e di Aidos.

“L’Italia il prossimo anno ospiterà il G20, dove ci si occuperà molto di economia- ricorda Panunzi- La presidenza italiana si occuperà quasi sicuramente anche di salute globale, di empowerment delle donne e gender equality, quindi sarebbe estremamente interessante se durante questa presidenza italiana ci fosse un‘iniziativa concreta sulle pratiche dannose e sull’uguaglianza di genere, un segnale molto forte di un impegno internazionale”.

Rispetto alle azioni da intraprendere nel nostro Paese l’invito della presidente di Aidos è di rivolgersi alle donne che sono incerte se praticare o meno le Mutilazioni genitali femminili (Mgf) sulle figlie: “È importante formare il personale medico, sanitario, di accoglienza e educativo a parlare con le donne portatrici di Mgf e con i papà nei casi di donne che sono in contatto con il SSN in occasione della gravidanza”, per fare in modo che “vengano sensibilizzate e informate sui rischi di questa pratica”. Panunzi propone “formazioni specifiche del personale che accoglie queste donne” e “l’istituzionalizzazione di alcuni centri regionali attivi sulle Mgf, dotandoli di finanziamenti regolari in modo che possano continuare a lavorare e fare da centro di riferimento”. Infine, fondamentale è “realizzare molte campagne di sensibilizzazione e informazione, coinvolgendo donne ragazze e comunità migranti. Ci sarà un dopo-Covid- sttolinea Panunzi- Ci preme dire che non possiamo pensare a una ripresa degli schemi passati che non hanno funzionato se hanno portato a discriminazioni e disuguaglianze come quella di genere. Vogliamo guardare con uno sguardo nuovo al dopo pandemia e mettere finalmente al centro delle politiche i diritti delle donne e delle ragazze. Non possiamo aspettare ancora”, conclude.

CUTILLO (UNFPA): “LA PANDEMIA RALLENTERÀ IL CONTRASTO ALLE PRATICHE DANNOSE”

“La pandemia avrà un impatto sull’eliminazione delle pratiche dannose come Mutilazioni genitali femminili (Mgf) e matrimoni precoci, il cui contrasto potrebbe subire un “rallentamento drammatico sul raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile del millennio”. Ad avvertire del rischio che si corre sulla pelle di donne e ragazze, colpite dalle pratiche dannose, è Mariarosa Cutillo, chief of strategic partnership di Unfpa, intervenuta alla conferenza stampa di presentazione in contemporanea mondiale del Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020 ‘Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere’. In particolare, ricorda Cutillo, “se il ritardo nella realizzazione dei programmi che riguardano la lotta alle Mgf si protrae per due anni, avremo nei prossimi dieci anni almeno 2 milioni ulteriori di donne e ragazze che subiranno Mgf. Ancor più drammatico il numero dei matrimoni precoci”, per cui se ci sarà “un ritardo di un anno nella realizzazione dei programmi nei prossimi dieci anni si avrà una crescita di almeno 13 milioni aggiuntivi, oltre alla crescita regolare”.

Numeri che Cutillo definisce “impressionanti”, tra gli elementi su cui fa riflettere il Rapporto, importante per altri due ordini di motivi. Il primo è mettere in evidenza che “centinaia di migliaia di donne e ragazze ogni giorno subiscono violazioni e danni fisici e psicologici irreparabili”. Pratiche che vengono avallate da famiglie o persone amiche “con buone intenzioni”, che hanno radice “nella mancanza di eguaglianza di genere e vengono usate per controllare la sessualità e il desiderio sessuale delle ragazze. Non conoscono confini geografici”, ricorda Cutillo, che nel contrasto sottolinea l’importanza dell’istruzione: “In 15 Paesi sub-sahariani ogni anno aggiuntivo di scuola riduce significativamente l’impatto sia delle Mgf sia dei matrimoni precoci. Mentre l’incidenza dei matrimoni precoci per le ragazze è un 47% nel caso in cui le ragazze non abbiano avuto accesso a nessun tipo istruzione” questa percentuale “si riduce progressivamente arrivando al 4% quando le ragazze hanno accesso all’istruzione post-secondaria”. Altro motivo di importanza del Rapporto è che “stiamo parlando di violazione dei diritti umani, non di quella che si definisce ‘soft law’, ‘strumenti raccomandatori’. Stiamo parlando di violazione di strumenti che sono considerati obbligatori- sottolinea Cutillo- La Convenzione dei diritti dell’infanzia prevede che gli Stati debbano assumere tutte le misure necessarie per proteggere i minori di 18 anni da queste pratiche. Ratificare un trattato significa per un Paese obbligarsi ad adeguare la propria legge nazionale e a mettere in pratica le previsioni di quella convenzione. Le cifre citate nel Rapporto- conclude- dimostrano purtroppo il contrario”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo In Italia 85-90mila donne con mutilazioni genitali femminili, di cui 5-7mila minori proviene da dire.it.

]]>
VIDEO| In Kosovo Kfor sostiene il progetto contro la violenza di genere https://www.dire.it/30-06-2020/479906-in-kosovo-kfor-sostiene-il-progetto-contro-la-violenza-di-genere/ Tue, 30 Jun 2020 15:41:05 +0000 https://www.dire.it/?p=479906

Inaugurato a Zubin Potok, nel Kosovo settentrionale, il primo rifugio regionale per le sopravvissute alla violenza di genere

L'articolo VIDEO| In Kosovo Kfor sostiene il progetto contro la violenza di genere proviene da dire.it.

]]>
Inaugurato a Zubin Potok, nel Kosovo settentrionale, il primo rifugio regionale per le sopravvissute alla violenza di genere
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “E’ stato inaugurato a Zubin Potok, nel Kosovo settentrionale, il primo rifugio regionale per le sopravvissute alla violenza di genere che servirà i comuni di Leposavic/Leposaviq, Mitrovica settentrionale, Zvecan/Zveçan e Zubin Potok. Il progetto rappresenta un passo avanti critico e sostenibile nell’affrontare la violenza di genere nella regione.

La Missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) ha supportato la ristrutturazione dei locali per ospitare e proteggere fino a 20 occupanti e ha fornito supporto per la costruzione di un’officina e strutture per serre. Questi saranno fondamentali per le attività terapeutiche ed economiche di potenziamento del rifugio. Al fine di rafforzare la sicurezza fisica fornita dai comuni, KFOR ha donato e installato un sofisticato sistema di telecamere di sicurezza per migliorare la sicurezza e il benessere dei residenti. Altri partner hanno fornito sostegno finanziario e si sono impegnati a sostenere gli sforzi dei comuni”. Così in una nota stampa, ripresa anche in un tweet, KFOR.

All’inaugurazione hanno partecipato il principale amministratore delegato del Nord Mitrovica, Adrijana Hodžic, insieme al sindaco di Zubin Potok, ai capi dell’UNMIK e dell’OSCE e al generale di brigata Larry Henry, capo di stato maggiore della KFOR.
“I governi locali- ha dichiarato Adrijana Hodžic, a proposito del potere della cooperazione e del coordinamento nel raggiungere questi risultati- hanno finalmente deciso di combattere istituzionalmente la violenza domestica. Le cose non cambieranno dall’oggi al domani, ma insieme, se la magistratura, la procura, i centri di assistenza sociale, la polizia e l’autogoverno locale lavoreranno tutti insieme, alla fine raggiungeremo l’obiettivo di un minor numero di vittime “e ha ringraziato KFOR per il supporto fornito in materia di sicurezza.

“Il generale di brigata Henry- continua la nota- ha espresso soddisfazione per la collaborazione con le istituzioni del Kosovo e la Comunità internazionale e ha ribadito l’impegno della KFOR per un ambiente sicuro a beneficio di tutti i cittadini del Kosovo”.

KFOR e UNMIK hanno già collaborato per sostenere progetti contro la violenza domestica: lo scorso anno l’UNMIK ha implementato il sistema di sorveglianza e KFOR ha installato un nuovo recinto attorno al rifugio multietnico per donne a Novoberde / Novo Brdo. Nel corso degli anni KFOR ha anche aiutato strutture simili di Gjakove, Peje e Prizren.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo VIDEO| In Kosovo Kfor sostiene il progetto contro la violenza di genere proviene da dire.it.

]]>
Più di 4 milioni di donne a rischio mutilazioni genitali, le spose bambine sono 650 milioni https://www.dire.it/30-06-2020/479858-piu-di-4-milioni-di-donne-a-rischio-mutilazioni-genitali-le-spose-bambine-sono-650-milioni/ Tue, 30 Jun 2020 14:40:32 +0000 https://www.dire.it/?p=479858 tristezza-bambini

I dati de 'Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell'uguaglianza di genere', il Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020 presentato da Unfpa-Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione

L'articolo Più di 4 milioni di donne a rischio mutilazioni genitali, le spose bambine sono 650 milioni proviene da dire.it.

]]>
tristezza-bambini
I dati de 'Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell'uguaglianza di genere', il Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020 presentato da Unfpa-Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – I matrimoni di minori sono vietati in quasi tutto il mondo e sono considerati una violazione dei diritti umani. Eppure ogni giorno se ne verificano 33mila. Si calcola che oggi siano 650 milioni le donne e le ragazze sposate da bambine ed entro il 2030 a questa cifra se ne aggiungeranno altri 150 milioni. A dirlo è ‘Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere’, il Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020 presentato oggi in contemporanea mondiale da Unfpa-Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione.

Il fenomeno riguarda principalmente le ragazze a causa di “stereotipi di genere e discriminazioni in base al sesso”. La paura delle violenze sessuali e dello stigma che le accompagna è uno dei fattori motivanti per i matrimoni precoci, la più diffusa tra le pratiche dannose che Unfpa si impegna a contrastare e ogni anno mette a rischio 12 milioni di bambine e ragazze.

Dannosi per il futuro e le opportunità delle ragazze, i matrimoni precoci hanno anche costi economici esorbitanti. Secondo le stime della Banca Mondiale, nei 12 Paesi in cui il fenomeno è più diffuso la perdita di capitale umano equivale a 63 miliardi di dollari tra il 2017 e il 2030. Eliminarla non solo porterebbe benefici allo sviluppo delle ragazze, ma anche alle comunità locali e ai Paesi in cui vivono. Se ci fosse un massiccio investimento sul contrasto al fenomeno dei matrimoni precoci, pari a 35 miliardi in dieci anni, la pratica potrebbe essere estirpata entro il 2030 in 68 nazioni.

UNA PRATICA DIFFUSA IN TUTTO IL MONDO 

Considerato come una violazione fondamentale dei diritti umani, che priva le giovani del diritto all’istruzione, alla salute e a ogni prospettiva futura, il matrimonio precoce si pratica in tutto il mondo ma è più diffuso nelle regioni povere e rurali e nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. È presente, in particolare, in Asia meridionale, Africa sub-sahariana, in alcune zone dell’America Latina e nei Caraibi.

A livello globale l’incidenza è di circa il 21%, in Asia meridionale sfiorava nel 1990 il 60%. L’area con maggiore incidenza oggi è l’Africa centrale e occidentale, al 40%, seguita dall’Africa orientale e meridionale, con il 34%. In America Latina e nei Paesi caraibici una ragazza su quattro è sposata o convive prima dei 18 anni d’età, in alcune zone si supera un terzo del totale. Nonostante gli enormi progressi dell’India, che ha contribuito a un calo del 50% dell’incidenza in Asia meridionale, è lì che si registra il maggior numero di matrimoni precoci ogni anno (4,1 milioni solo nel 2017), mentre nell’Africa sub-sahariana le stime parlano di 3,4 milioni. L’incidenza del matrimonio precoce è però in diminuzione in tutto il mondo.

SPOSE BAMBINE PIÙ POVERE E MENO ISTRUITE, ONERE PER FAMIGLIE

Il valore attribuito alla verginità e il timore della sessualità femminile, oltre a tradizione e obblighi sociali, favoriscono la decisione di forzare le ragazze a sposarsi molto giovani. Bassa istruzione e povertà, specie nei contesti rurali, favoriscono la pratica: le ragazze che hanno completato solo le scuole elementari hanno probabilità due volte maggiori di sposarsi o convivere rispetto a quelle che hanno raggiunto un livello di istruzione secondaria o superiore.

Di tutte le ragazze sposate prima dei 18 anni in India, il 46% proveniva dalla fascia di popolazione a minor reddito. Come pure il Niger, terzo Paese più povero al mondo. Lì solo il 17% delle ragazze completa le secondarie inferiori e l’84% della popolazione risiede in ambiente rurale, ma ben il 76% si è sposato prima dei 18 anni.
Le ragazze sono spesso viste come un onere finanziario che cresce all’avanzare dell’età, perché la dote da versare sarà maggiore, mentre, laddove esiste l’usanza di pagare per avere una sposa, la ragazza molto giovane può ottenere un prezzo superiore. La dote e il prezzo della sposa rappresentano, dunque, “una sorta di ‘mercificazione’ di donne e ragazze”, afferma Unfpa che ricorda come il fenomeno tenda a crescere “durante le crisi umanitarie provocate da disastri naturali o conflitti”.

CONSEGUENZE DEI MATRIMONI PRECOCI

Tra le conseguenze dei matrimoni precoci ci sono: abbandono scolastico, problemi di salute spesso legati alla gravidanza e al parto, violenze di genere, esclusione sociale che conduce a depressione, limitazione della libertà di movimento, pesanti responsabilità domestiche, gravidanze e parti precoci a cui spesso le ragazze non sono fisicamente o psicologicamente preparate.

Quasi il 95% dei parti di adolescenti avviene nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo e le complicanze legate a gravidanza o parto sono la prima causa di morte delle 15-19enni. Il matrimonio precoce, infatti, spesso costa la vita alle ragazze, con un rischio di morte materna superiore di circa il 28% tra le 15-19enni rispetto alle 20-24enni, con la fistola ostetrica tra le complicanze principali. Ma per le madri con meno di 18 anni aumentano anche i rischi di morte perinatale, insufficienza ponderale alla nascita, malattie gravi e morte nella prima e seconda infanzia. Inoltre, una donna che inizia a partorire prima, avrà anche più figli delle sue sorelle che si sposano più tardi.

Le spose bambine sono anche più soggette a violenza di genere: in tutto il mondo la percentuale di donne che nell’ultimo anno aveva subito violenze fisiche o sessuali era più alta tra le donne che si erano sposate minorenni (29%) rispetto a quelle sposate da adulte (20%). In India il 32% delle donne sposate da minorenni hanno avuto qualche esperienza di violenza fisica inflitta dai mariti, contro un 17% di quelle sposate dopo i 18 anni.

150 MLN DONNE MANCANO ALL’APPELLO PER SELEZIONE SESSUALE

Si stima che oggi nel mondo manchino all’appello circa 150 milioni di donne e bambine. La causa di questa assenza è da ricercare nella selezione sessuale realizzata prima e dopo la nascita, tra i modi più crudi in cui si esprime la preferenza per i figli maschi, una delle pratiche dannose per i diritti di donne e bambine analizzate da Unfpa nel Rapporto sullo stato della popolazione 2020.
Secondo il rapporto, il numero di ‘donne mancanti’ è più che raddoppiato negli ultimi 50 anni. Il ritmo è di quasi 1,2 milioni ogni anno. Uno squilibrio demografico che porta alla “compressione del matrimonio”, laddove i potenziali mariti sono di più delle potenziali mogli, fattore che rischia di aggravare i problemi legati a stupri, rapporti sessuali forzati, sfruttamento sessuale e matrimoni precoci. Essendo il prodotto di numerose forme di discriminazione di genere, può essere molto difficile misurare la portata e la gravità della preferenza per i figli maschi e, di conseguenza, formulare politiche e interventi in grado di affrontarla. Per approfondirne la comprensione si possono, però, studiare i dati demografici e i sondaggi dedicati alla famiglia.

LA MORTALITÀ DI BAMBINE E RAGAZZE, IL ‘CASO INDIA’

Alcuni studi hanno analizzato le statistiche di mortalità di ragazze e bambine, ma lo studio dell’intensità della selezione sessuale post-natale è ostacolata dalla mancanza di dati attendibili aggregati per sesso ed età nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo.
In base ad alcune analisi, l’India presenta il tasso più alto di eccesso di mortalità femminile, 13,5 ogni mille nate femmine, in base al quale, si legge nel rapporto, “si può stimare che una morte ogni nove delle bambine sotto i 5 anni si possa attribuire alla selezione sessuale post-natale”. Anche in Afghanistan, Bangladesh, Nepal e Pakistan l’eccesso di mortalità femminile riguarda quasi il 3% di tutte le bambine morte prima dei 5 anni. Questo indice è cresciuto in tutto il mondo dagli Anni 70 agli Anni 90, quando ha raggiunto il picco di circa 2 milioni ogni anno. La successiva diminuzione si spiega con la maggiore accessibilità delle ecografie prenatali e con l’aumento della selezione sessuale prenatale in base al genere.
In 15 Paesi o territori si sono verificati notevoli squilibri nel rapporto maschio/femmina alla nascita, con valori che vanno da circa 115 nati maschi ogni 100 femmine e livelli inferiori a 110 quando non vicini al rapporto naturale, che è di 105 o 106 nati maschi ogni 100 femmine. Cina e India rappresentano insieme tra il 90 e il 95% dell’intero numero stimato di nascite femminili mancanti ogni anno (tra 1,2 e 1,5 milioni) in tutto il mondo a causa della selezione sessuale prenatale per pregiudizi di genere. Negli ultimi vent’anni lo squilibrio ha mostrato una tendenza di ritorno alla normalità in diversi Paesi come Repubblica di Corea, Singapore, Vietnam, ma persistono gli squilibri regionali.

POSSIBILI SOLUZIONI

Quasi tutti i Paesi dove viene preferito il figlio maschio vietano gli aborti selettivi in base al sesso e molte sono le azioni intraprese dai governi, soprattutto in Asia, per informare l’opinione pubblica sull’impatto che decisioni in ambito riproduttivo prese dai nuclei familiari hanno sulla società nel suo complesso. Molti governi si sono impegnati anche nella lotta agli stereotipi di genere (Cina, India e Vietnam) e per la parità di donne e uomini.Per giungere a un’inversione di tendenza per Unfpa “cruciale è l’impegno dei singoli Stati. Le soluzioni- si legge nel Rapporto- vanno ricercate in approcci che non risultino né moralistici né coercitivi, bensì incoraggino comportamenti positivi e sostengano le donne e le bambine senza comprometterne i diritti riproduttivi. Cambiare è imperativo”.

NEL 2020 4,1 MLN DONNE E BAMBINE A RISCHIO MUTILAZIONI GENITALI

Solo nel 2020 sono ancora 4,1 milioni le donne e bambine che rischiano di subire Mutilazioni genitali femminili (Mgf): un numero molto grande che potrebbe crescere fino a 4,6 milioni entro il 2030. È quanto emerge dal Rapporto Unfpa sullo stato della popolazione 2020.

Le azioni per mettere fine alle Mgf stanno portando a una drastica riduzione di percentuali già in calo, ma, laddove la popolazione è in rapido aumento, cresce in termini assoluti anche il numero delle ragazze colpite. Si stima che le donne che hanno subito la pratica siano oggi circa 200 milioni in 31 Paesi. Donne che spesso soffrono anche in seguito, per la mancanza di strutture e servizi che rispondano alle loro esigenze.

COSA SONO LE MGF E DOVE SONO DIFFUSE

Le Mgf sono procedure invasive praticate su tessuti sani senza alcuna ragione terapeutica e consistono nella parziale o totale rimozione o lesione dei genitali esterni femminili in bambine e ragazze tra l’infanzia e i 15 anni di età. In circa 30 Stati una ragazza su tre tra i 15 e i 19 anni viene sottoposta a Mgf, una tendenza in calo se si pensa che alla fine degli Anni 80 la proporzione si attestava a una su due.
La pratica è presente in alcune zone del continente africano, ma è diffusa anche in Paesi come Iraq, Yemen e Indonesia, dove secondo una stima il 49% delle bambine entro gli 11 anni è stato sottoposto a Mgf. Le donne tra i 15 e i 49 anni sottoposte a Mgf sono l’1% in Camerun e Uganda, mentre arrivano al 90% e oltre in Egitto, Guinea, Gibuti e Mali. Casi di Mgf si verificano anche in Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Nuova Zelanda e nei Paesi Ue. Nel 2012 sul territorio statunitense erano presenti 513mila donne e bambine che avevano subito Mgf, nel 2015 erano 137mila in Inghilterra e Galles, in Australia nel 2017 vi sarebbero state sottoposte 50mila donne e ragazze.
Le Mgf sono di norma più diffuse tra le famiglie più povere appartenenti a contesti rurali: in Egitto colpisce il 90% delle donne residenti nelle campagne, contro il 77% delle abitanti delle aree urbane, così come in Mauritania oltre il 90% delle donne delle famiglie più povere a fronte del 35% di quelle più benestanti. Il trend si inverte in Burkina Faso, dove la diffusione riguarda il 18% delle famiglie più povere contro il 36% di quelle più ricche. Spesso, per sfuggire alle leggi che perseguono la pratica, donne e ragazze si spostano nei Paesi limitrofi. Su 22 Paesi che vietano per legge le Mgf solo tre prevedono clausole che criminalizzano la pratica anche oltre confine (Guinea Bissau, Kenya e Uganda).

I RISCHI PER LA SALUTE DELLE RAGAZZE

Le Mgf non comportano alcun beneficio per la salute. Anzi, posso avere diverse conseguenze negative e rappresentano “una forma di violenza di genere approvata dalla società”. Tra le complicanze, a volte letali, possono insorgere emorragie, infezioni (come quelle da Hiv), setticemia, e, nel lungo periodo, depressione, perdita del piacere e della funzionalità sessuale, infertilità, dolori e cicatrici invalidanti, disturbi dell’apparato urinario, complicanze ostetriche e perinatali.
Anche per limitare i danni cresce la frequenza della ‘medicalizzazione’ della pratica: si calcola che siano 52 milioni le donne e le ragazze che le hanno viste eseguire da medici, infermieri e levatrici. Ma “nessuna forma di Mgf- spiega Unfpa- può essere sicura”. Anzi, “eseguire la pratica in uno studio medico serve solo a normalizzarla e a indebolire gli sforzi per eliminarla”.

CRESCE L’OPPOSIZIONE ALLE MGF 

Ma L’opposizione alle Mgf è in aumento: negli ultimi 20 anni è raddoppiata la percentuale di donne e ragazze residenti nei Paesi a maggiore incidenza che ne chiedono l’abolizione. Su dieci colpite da Mgf, cinque pensano che la pratica dovrebbe essere abbandonata, con un’opposizione più forte tra le adolescenti. In 12 dei 19 Paesi per cui esistono dati sull’atteggiamento di uomini e ragazzi, oltre la metà degli intervistati è contrario alla sua prosecuzione.

PER ELIMINARLA ENTRO 2030 2,4 MILIARDI PER DIECI ANNI

Per mettere fine alle Mgf è necessario “operare un cambiamento nelle norme sociali”, da realizzare con un “approccio olistico che interagisca con famiglie, personalità autorevoli a livello locale, istituzioni e sistema politico”, spiega Unfpa. Fondamentale è accelerare i progressi, che pure ci sono stati. Gli interventi più efficaci per promuovere l’abbandono della pratica si sono dimostrati quelli finalizzati all’empowerment delle donne e ragazze e delle singole comunità locali.
Se aumentassero e fossero maggiormente finanziate le azioni, la pratica verrebbe abbandonata da 31 paesi entro il 2030. In particolare, servirebbero 2,4 miliardi di dollari l’anno per dieci anni per raggiungere questo obiettivo (il quinto dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile Onu 2030), di cui 2,1 andrebbero a programmi di prevenzione delle Mgf, 225 milioni a quelli di protezione e 130 milioni verrebbero spesi per assistenza medica e terapie.

 

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Più di 4 milioni di donne a rischio mutilazioni genitali, le spose bambine sono 650 milioni proviene da dire.it.

]]>
Caso Massaro, il Comitato Femminicidio in vita risponde ad Apadula https://www.dire.it/30-06-2020/479728-caso-massaro-il-comitato-femminicidio-in-vita-risponde-ad-apadula/ Tue, 30 Jun 2020 10:32:54 +0000 https://www.dire.it/?p=479728

Immai Cusmai, presidente del Comitato Femminicidio in vita risponde alla replica di Giuseppe Apadula sul caso Massaro

L'articolo Caso Massaro, il Comitato Femminicidio in vita risponde ad Apadula proviene da dire.it.

]]>
Immai Cusmai, presidente del Comitato Femminicidio in vita risponde alla replica di Giuseppe Apadula sul caso Massaro
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Immai Cusmai, presidente del Comitato Femminicidio in vita risponde alla replica di Giuseppe Apadula sul caso Massaro.

LEGGI ANCHE: Caso Massaro, la replica di Giuseppe Apadula: “Bambino orfano di padre vivo”

NOTA IMMAI CUSMAI, PRESIDENTE COMITATO FEMMINCIDIO IN VITA

“Tutto ciò che scriverò di seguito riguarda due genitori che per loro volontà hanno reso pubbliche parole, agiti, nomi e cognomi, ma, dei due mi voglio soffermare su Giuseppe Apadula, ex compagno di Laura Massaro e padre pro PAS. Eravamo abituati alle donne in silenzio caro Giuseppe Apadula. Quelle donne che se venivano minacciate con la ormai nota frase ‘vedrai che il figlio te lo faccio togliere!’ iniziavano a vivere nel terrore elemosinando attenzioni in ogni dove per poi vedersi rovinare l’esistenza da estenuanti procedimenti giudiziari. La sua ex compagna, Laura Massaro, dopo anni di silenzio ha parlato. E non ha inventato ‘storie’ come a Lei, Apadula, piace divulgare, perché la violenza non sempre viene catalogata e punita. Parliamoci chiaro, Apadula, siamo entrambi genitori adulti, sono certa che sa bene che ‘la violenza domestica’ non sempre viene ‘punita’. Pensi, a volte la ‘archiviano’. Non è un mio personale pensiero, è una beffa reale. Vede, Apadula, negli ‘affari di famiglia’ (o “famigghia” a seconda di chi mi legge) è sopraggiunta una nuova linea di ‘tutela dei minori’:’ “Padri assenti, prepotenti, violenti, stalker o solo strafottenti hanno comunque il diritto di svolgere il loro ruolo di padre godendo del principio inviolabile che in realtá appartiene in primis ai figli, non ai genitori scaltri. Lo specifico perchè ai genitori scaltri, questo ‘prezioso diritto dei figli’ torna molto utile. È un diritto cosí goloso che i fan di Camerini e Pingitore (con madri, sorelle e compagne dei padri separati violenti inclusi) hanno iniziato a organizzare convegni ‘fai-da-te’ contro la figura materna”. 

Continua Cusmai: “Ma torniamo alla sua volontà di essere presente nella vita di suo figlio. Una curiositá Apadula. Perché non è capace di aprire canali suoi anziché monitorare la sua ex-compagna ricalcandone i passi? Forse perché non ha ottenuto il prelievo forzato di suo figlio, da lei caldeggiato, avendo esternato (qualche mese fa) il desiderio di pagare persino il servizio di autoambulanza? Era il periodo natalizio, ciò che sconcerta è che si trattava di un bambino, di un essere umano, di suo figlio, non di un pacco regalo. Che io sappia Laura Massaro si concentra sulle volontà del bambino. Lei, Apadula su cosa si concentra esattamente? Se un figlio non vuole frequentare un genitore, perché agire con azioni di forza come un prelievo obbliga? Tra l’altro leggendo con estrema attenzione la sua recente lettera inviata all’agenzia Dire serve specificare che a ‘entrambi’ i genitori è stata tolta la potestà genitoriale, non solo alla sua ex compagna. Le sarà sfuggito di specificarlo per fare apparire solo la madre in difetto? Ma al di là di questi repentini tentativi di rincorrere una sua verità dei fatti lo sa perché si arriva a togliere a entrambi la potestà genitoriale? Glielo spiego con tutta la lucidità che ormai mi contraddistingue. Segua i passaggi: se uno dei due genitori, dopo anni di totale disinteresse, viene colto da una voglia improvvisa di ‘occuparsi’ dei figli e accusa l’altro genitore di Alienazione Parentale tanti tribunali mettono in discussione, non solo il genitore abusante e assente, ma anche il genitore perbene”. Anche la presidente Cusmai vive un caso personale come quelli trattati nello Speciale ‘Mamme coraggio’. “Dopo sette anni di violenza gratuita, mia figlia può accedere a me perché è lei principalmente che esprime il piacere di volermi vedere. Non ho chiamato autoambulanze, non ho spostato “io” il suo corpo da un’abitazione all’altra, non mi sono mai sognata di appoggiare associazioni pro Pillon, e non ho mai impedito alla controparte di parlare. Pregiatissimo Apadula- conclude- i figli sono il termometro di ciò che stiamo facendo per loro. Molti sono i padri che dopo la separazione tornano a vivere con la propria mamma, se è ancora viva, altri ripiegano su parenti, amici o nuove compagne. Rifletta Apadula, pensi se suo padre si fosse mosso ostile contro sua madre. Un figlio alcune dinamiche le ricorda tutte e raramente fa sconti. Farsi odiare è un attimo“.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Caso Massaro, il Comitato Femminicidio in vita risponde ad Apadula proviene da dire.it.

]]>
Pd, Cecilia D’Elia eletta portavoce delle donne democratiche https://www.dire.it/27-06-2020/479282-pd-cecilia-delia-eletta-portavoce-delle-donne-democratiche/ Sat, 27 Jun 2020 14:36:03 +0000 https://www.dire.it/?p=479282 cecilia d'elia

Nata a Potenza, è stata in giunta con Veltroni e con Zingaretti. E' tra le fondatrici di Se non ora quando

L'articolo Pd, Cecilia D’Elia eletta portavoce delle donne democratiche proviene da dire.it.

]]>
cecilia d'elia
Nata a Potenza, è stata in giunta con Veltroni e con Zingaretti. E' tra le fondatrici di Se non ora quando
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – L’assemblea nazionale della conferenza delle donne democratiche ha eletto Cecilia D’Elia come portavoce con 97 voti. Titti Di Salvo ha ottenuto 32 voti.

Cecilia D’Elia, fa sapere l’ufficio stampa, “è nata a Potenza, una laurea in Filosofia, è sposata con due figli, da sempre grande appassionata di politica tanto da militare fin da giovanissima nelle file del centrosinistra. Ha ricoperto diversi incarichi nelle istituzioni, facendo parte della giunta con Veltroni sindaco ed è stata vicepresidente della provincia di Roma con Zingaretti presidente. Da sempre al fianco delle donne nel riconoscimento dei loro diritti, è tra le fondatrici di ‘Se non ora quando’ e ha dedicato al tema i libri ‘Nina e diritti delle donne’ e, con Giorgia Serughetti, ‘Libere Tutte’. È anche tra le animatrici del blog femministerie, un luogo di incontro, di riflessione e approfondimento delle tematiche femminili”.

 

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Pd, Cecilia D’Elia eletta portavoce delle donne democratiche proviene da dire.it.

]]>
Viaggio reportage in un condominio ai tempi del Covid19 https://www.dire.it/27-06-2020/479266-viaggio-reportage-in-un-condominio-ai-tempi-del-covid19/ Sat, 27 Jun 2020 12:42:47 +0000 https://www.dire.it/?p=479266

L'autrice Alice Valente Visco: "Ho voluto dare testimonianza della capacità umana di reagire"

L'articolo Viaggio reportage in un condominio ai tempi del Covid19 proviene da dire.it.

]]>
L'autrice Alice Valente Visco: "Ho voluto dare testimonianza della capacità umana di reagire"
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Un ‘viaggio alla ricerca di quelle umane sensazioni che possono farci sentire tutti più vicini’, che ‘si è rivelato una sorta di pellegrinaggio con incontri intensi e mai superficiali al di là della loro durata. A un metro di distanza dalle porte, ho trovato conferma di quella sensazione sentita violentemente già dai primi giorni: le nuove ‘misure’ ci portano a guardarci negli occhi e a parlarci con maggiore attenzione e capacità di ascolto’. È questo lo spirito del reportage di Alice Valente Visco, ‘Cari lontani vicini/Viaggio attraverso un condominio romano al tempo del Coronavirus’, che come lei stessa spiega, in un’intervista alla Dire, è nato da ‘una fortissima urgenza di raccogliere testimonianze e creare uno spazio mentale che trascendesse i sentimenti della paura e del dolore di cui ci impregniamo attraverso un uso malaccorto dei mezzi di comunicazione al punto di non riuscire più a pensare ad altro’, insieme all’esigenza forte ‘di lasciare a mio figlio una memoria tangibile di questo periodo che fosse testimonianza anche della capacità umana di reagire’.

Nata nel 1979 a Roma dove oggi vive con il figlio di un anno e mezzo e il suo compagno, Alice ha vissuto lunghi periodi dell’infanzia in India e in Indonesia, e questo- anche per il suo lavoro tra fotografia, teatro e antropologia- le ha permesso di creare sinergie e contaminazioni che spaziano soprattutto fra l’arte e il lavoro di testimonianza. Come fotografa e antropologa, per esempio, ha realizzato ed esposto un reportage sui villaggi adivasi Santal del West-Bengal indiano; un altro tra la comunità dei migranti bangladesi a Roma e i loro parenti in Bangladesh; come attrice performer, collaborando con altri artisti- fra i quali Manuela Scannavini- ha realizzato delle performance in forma di statua vivente (Raw 2018, esposizione Museo Macro Testaccio e Raw 2020, collocazione ancora da definire); come attrice-autrice teatrale scrive e interpreta ‘L’ultima rosa: monologo sulla vita di Tina Modotti’, fa parte della compagnia ‘teatrofattoincasa‘ con cui porta in scena commedie e spettacoli in abitazioni private e luoghi alternativi al teatro ed è membro dell’associazione di Teatro invisibile con cui realizza spettacoli di teatro forum con i metodi del Teatro dell’oppresso tesi ad esplorare con la partecipazione del pubblico importanti problematiche sociali del nostro tempo.

Durante il lockdown si è dedicata anche a tre iniziative personali: la condivisione gratuita su Youtube di letture illustrate dal vivo dall’Orlando di Virginia Woolf (lavoro annullato a causa delle disposizioni di sicurezza); la creazione di un sito (www.oltreilmomento.net) insieme ad altre persone che raccoglie testimonianze di vario genere sulla capacità umana di reagire positivamente e impegnarsi a costruire un futuro sostenibile a cominciare da questo periodo e il reportage, idea nata circa un mese dopo dall’inizio del lockdown, racconta Alice, è nato proprio ‘in uno stato esistenziale profondo che mi teneva occupata in una continua osservazione della realtà interiore e circostante differente, radicale, inedita. Nel frattempo, una voce complementare e contrapposta ‘mi esortava invece a fare proprio in virtù di questa condizione particolare’.

Il suo sviluppo quindi è stato ‘condizionato da motivazioni di carattere pratico ma anche esistenziale’. L’autrice è partita ‘da due elementi centrali di attualità: il nuovo confine invisibile e invalicabile che si frappone tra le persone influenzando le relazioni sociali e una maggiore tendenza generale a riflettere sulla propria vita e sul futuro del pianeta‘; da qui l’idea ‘di fotografare, da diverse angolature la soglia, la porta, il confine tra interno ed esterno, tra me e gli altri. E, ancora, l’idea di chiedere ai soggetti fotografati e intervistati di posizionarsi a piacimento all’interno della loro ‘porta-cornice’ al fine di restituire un’immagine il più possibile aderente al loro attuale sentire’.

È così che l’artista inizia il viaggio con fotografie e interviste ai vicini di casa, ai quali vengono poste due domande: ‘Come stai vivendo questo periodo?; C’è qualcosa di positivo che, malgrado la gravità della situazione, è accaduto o stai riscoprendo e vorresti rimanesse dopo questa esperienza?’.

Questa è l’intervista del 16 aprile con i coniugi Cerioni, scala B, primo piano: Mirella, sarta in pensione e Mario, fotografo e altro in pensione che scegliamo di pubblicare integralmente.

‘Inizia il mio viaggio fra scale, piani e usci del palazzo in cui vivo da 18 anni. Nel mio bagaglio: una macchina fotografica, un taccuino, una penna, un metro estendibile. Prima faccio qualche scatto alle rampe delle scale che d’improvviso mi appaiono di una geometria fantastica e alla porta: il confine fra il dentro e il fuori, la linea tra una storia privata e la mia. Prendo il metro che ho deciso di portarmi sempre dietro per prendere coscienza della distanza di sicurezza da tenere. Suono. Mi avvisano subito di essere rimasti con gli abiti comodi da casa, come fanno tutti i giorni. ‘Del resto, abbiamo pensato, è un reportage…’. Ho l’impressione che abbiano riflettuto anche, come avevo richiesto, su dove posizionarsi all’interno della cornice della porta. Per qualche attimo mi soffermo a pensare alle autorappresentazioni del nostro tempo, all’overdose di autocelebrazioni con cui da un lato ci esaltiamo e dall’altro ci annulliamo, così tanto in contrasto con la spontaneità genuina della coppia che ho di fronte. Entrambi in piedi: lei a sinistra si appoggia allo stipite della porta con aria risoluta, lui prima le poggia una grande mano sulla spalla, poi opta per la maniglia della porta. Con Mirella lo scambio di parole non è pieno a causa di una leggera sordità, ma lo sono i nostri sguardi. La mitezza che emana mista a solidità m’induce a immaginarla quale perno della famiglia nel buono e cattivo tempo. Mi racconta di aver lavorato come sarta di vestiti da sposa per tanti anni. Normalmente sa come riempirsi le giornate. E’ piena di creatività e si circonda di oggetti cuciti a mano che poi ogni tanto regala in occasione dei compleanni: gatti, scatoline, vasetti con piccoli cactus colorati… tutto rigorosamente in stoffa. ‘Continuo a sentirmi con le amiche del centro anziani, da anni, abbiamo preso l’abitudine di incontrarci una volta a settimana a casa di una di noi per lavorare e creare insieme. All’inizio di questo periodo però mi sono sentita persa, come paralizzata. Ho accumulato cose che dovevo cucire senza riuscire a fare niente. E’ perché ci ha messo davanti a una realtà più concreta. Anche se abbiamo la nostra età abbiamo paura. A livello pratico, la difficoltà maggiore è non poter fare la spesa. Ci aiutano un po’ i figli e un po’ dei vicini’. Mario: ‘Si perché i figli ci hanno vietato di uscire. Io in particolare ho tanti problemi fisici,
diabete, cuore… e sono ad altissimo rischio. Non siamo mai usciti di casa. Io a differenza di mia moglie non ho niente di speciale da fare. La aiuto un po’ nei lavori di casa e nelle sue attività, ma per il resto ho visto tanti di quei film in tv che non ne posso più. Mi muovo poco perché sono pieno di dolori, ma anche prima a casa facevo fatica a stare. Ho sempre lavorato. Ho iniziato a dieci anni, con mio fratello andavamo a sistemare e poi smontare i banchi del mercato di San Cosimato nel quartiere di Trastevere. Per trentatré anni ho lavorato alla multinazionale 3M Company, una multinazionale statunitense. Quando ho conosciuto mia moglie che cuciva abiti da sposa, ho pensato di mettermi a fare il fotografo di matrimoni. Dopo un po’ di anni ho avuto l’occasione che mi ha assicurato delle buone entrate: fotografare per un Agenzia di Onoranze funebri i vari modelli di bare da stampare sul listino prezzi. Uno dei due figli ne ha aperta poi una propria. Al livello personale, un fatto positivo di questo periodo è rendersi conto della tenuta del nostro rapporto dopo sessantatré anni di matrimonio più otto di fidanzamento’. Mirella: ‘Per me è anche scoprire in modo più profondo il valore delle amicizie. Ho delle amiche che sento regolarmente, aiuta molto. Ci scambiamo ricette, ci diamo consigli, ci confrontiamo. Ho sistemato la terrazza e piantato fragole, insalata e peperoncini’. Intanto, qualcosa non ha mai smesso di parlottare all’interno della casa. Chiedo che stessero facendo prima del mio arrivo. ‘Litigando- scherza Mario- Lo facciamo spesso, quasi sempre sull’argomento figli, i ‘tuoi’ figli Mirella’. Lei, sorridendo: ‘Ogni volta dice così, tanto che negli anni molti hanno pensato che li avessi avuti con qualcun altro’. D’improvviso sento il desiderio di vederli uno di fronte all’altra. Accontentano il mio invito e mentre si guardano, uno riflesso nell’altro, non riescono a fare a meno di ridacchiare. Li sento dirsi sottovoce: mamma mia quanto siamo cambiati… Ad un certo punto, all’interno della figura immobile assunta dal signor Mario gli occhi si muovono con un guizzo verso il salotto, la corrente velata di imbarazzo che passa fra i loro sguardi disabituati a guardarsi è stata interrotta da qualche commento della voce proveniente da dentro. Un forte vociare e Mario gira svelto tutta la testa verso quella che presumibilmente è una televisione, e con un sorrisetto: stanno tramettendo una vecchia partita di calcio e so che non potrei mai competere davanti a cotanta attrattiva. Una risatina comune e li libero dal mio reportage. Un paio di giorni dopo sulla terrazza in fondo su cui, qualche piano più in su, affaccia la ringhiera della mia cucina, vedo sbracciarsi una piccola e simpatica figura, è la signora Mirella che mi invita a tornare per prendere l’oggetto storico che Mario vuole regalarmi: il suo flash degli anni 60’, lampada issata su un’asta con annessa borsetta a tracolla per portare la batteria. Qualche tempo dopo, è invece lei a consegnarmi gli album dei matrimoni dei figli, tenuti insieme da un vecchio nastrino rosso: ‘Mi fa piacere se li guardi, ci sono tutti gli abiti che ho cucito, ma fallo su da te, a me, sfogliarli, fa male. Mi ricorda la sofferenza di amori sfortunati e dei legami di famiglia che si sono sfasciati. La nostra speranza è rivolta ai nipoti che stanno spesso con noi; in questo periodo cerchiamo di stargli vicino e ci sentiamo regolarmente tramite le videochiamate”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Viaggio reportage in un condominio ai tempi del Covid19 proviene da dire.it.

]]>
Mutilazioni genitali femminili e matrimoni precoci, il 30 giugno la diretta Aidos e Dire sul rapporto Unfpa https://www.dire.it/26-06-2020/478324-mutilazioni-genitali-femminili-e-matrimoni-precoci-il-30-giugno-la-diretta-aidos-e-dire-sul-rapporto-unfpa/ Fri, 26 Jun 2020 17:06:00 +0000 https://www.dire.it/?p=478324 Contro la mia volontà

A 25 anni dalla Conferenza delle donne di Pechino, il punto sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva femminile

L'articolo Mutilazioni genitali femminili e matrimoni precoci, il 30 giugno la diretta Aidos e Dire sul rapporto Unfpa proviene da dire.it.

]]>
Contro la mia volontà
A 25 anni dalla Conferenza delle donne di Pechino, il punto sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva femminile
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – C’è Rhobi Samwelly, che, dopo aver subito le mutilazioni dei genitali femminili (Mgf) a 13 anni, ha deciso di trasformare rabbia e dolore in attivismo per sensibilizzare le ragazze in Tanzania a ribellarsi alla pratica. C’è Donna Pollard, tra le 200mila minorenni sposate tra il 2000 e il 2015 negli Stati Uniti, che con Sara Tasneem si batte per riforme legislative che innalzino l’età minima del matrimonio a 18 anni nei singoli stati americani. Sono solo alcune delle giovani e giovanissime che nel mondo lottano per i diritti di bambine e ragazze, contro le Mgf e i matrimoni precoci, tra le pratiche più dannose per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere. Alcune delle loro storie sono state raccolte da Unfpa-Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) nel Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020 ‘Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere’, che, a 25 anni dalla Conferenza delle donne di Pechino, fa il punto sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva femminile.

LA PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO

Il Rapporto, presentato in contemporanea mondiale, in Italia sarà lanciato da Aidos-Associazione italiana donne per lo sviluppo con l’Agenzia di stampa nazionale Dire nel corso di una conferenza stampa trasmessa in diretta Facebook martedì 30 giugno alle ore 15 sulle pagine di Aidos e Dire. Interverranno in videoconferenza: Emanuela Del Re, viceministra agli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale; Mariarosa Cutillo, chief of strategic partnership di Unfpa; Maria Grazia Panunzi, presidente di Aidos e Patrizia Farina, docente di demografia dell’università di Milano Bicocca, che fornirà gli ultimi dati sulle Mgf in Italia. La conferenza web sarà coordinata dalla giornalista vicecaposervizio dell’Agenzia Dire e responsabile di DireDonne, Silvia Mari.

“Mettere fine alle pratiche abusive entro il 2030 in ogni paese e comunità – obiettivo di Unfpa, nonché uno dei target chiave degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile – richiederà rapidi cambiamenti di quelle mentalità che tuttora giustificano la violenza contro donne e bambine- dice Natalia Kanem, sottosegretaria generale e direttora esecutiva di Unfpa- È indispensabile una trasformazione che riguardi i sistemi economici, scolastici, legali e di tutela della salute che si intersecano con tali norme e che continuano a riflettere e perpetuare discriminazioni di genere”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Mutilazioni genitali femminili e matrimoni precoci, il 30 giugno la diretta Aidos e Dire sul rapporto Unfpa proviene da dire.it.

]]>
Caso Massaro, la replica di Giuseppe Apadula: “Bambino orfano di padre vivo” https://www.dire.it/26-06-2020/478988-caso-massaro-replica-apadula-bambino-orfano-di-padre-vivo/ Fri, 26 Jun 2020 13:45:13 +0000 https://www.dire.it/?p=478988 tribunale minorenni

Riceviamo e pubblichiamo la replica del padre del bambino per il cui affidamento è in corso una lunga battaglia giudiziaria

L'articolo Caso Massaro, la replica di Giuseppe Apadula: “Bambino orfano di padre vivo” proviene da dire.it.

]]>
tribunale minorenni
Riceviamo e pubblichiamo la replica del padre del bambino per il cui affidamento è in corso una lunga battaglia giudiziaria
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Riceviamo e pubblichiamo la replica di Giuseppe Apadula, ex compagno di Laura Massaro e padre del bambino per il cui affidamento è in corso una lunga battaglia giudiziaria.

LETTERA DI GIUSEPPE APADULA

‘Un bambino orfano di un padre vivo. Abbiamo avuto modo di notare che, nel tempo, la vostra agenzia di stampa ha dato molta risonanza al caso di Laura Massaro nella sua protesta contro la decisione del Tribunale per i Minorenni di Roma, che disponeva il collocamento del figlio presso il padre. La signora invocava giustizia. In occasione del successivo provvedimento della Corte d’Appello, che ha riformulato parzialmente la decisione prevedendo comunque il necessario ripristino della relazione padre-figlio, la madre ha continuato a rilasciare interviste, sollecitato articoli, scritto centinaia di post sui social dichiarandosi ‘vincente’. Ma a quale giustizia fa riferimento la signora Massaro? Cosa ha capito di quel decreto per dichiararsi vincente? Per chi conosce i fatti, la versione che la Massaro continua ad imporre con persistente e ostinato rilievo mediatico è pericolosamente distorta. Ma anche per chi non li conosce, ci chiediamo se possa apparire credibile che un bambino di poco più di due anni decida di non voler vedere più il padre e la famiglia paterna, e riesca a tenere tenacemente questo proposito per oltre sei anni, dal 2013 ad oggi, senza mai riuscire a spiegarne il perché. Il rischio, in assenza di contraddittorio, è quello di farci dimenticare che c’è anche la versione di chi, confidando davvero nella possibilità che la giustizia istituzionale sblocchi questa situazione prima che sia troppo tardi, preferisce non usare il megafono. Contro ogni dato di realtà e noncurante delle norme del nostro ordinamento- scrive il signor Apadula- Laura Massaro continua a definire se stessa una ‘madre idonea’, nonostante le risultanze di due Consulenze Tecniche d’Ufficio ne abbiano evidenziato le significative disfunzionalità e le decisioni dell’Autorità Giudiziaria continuino a confermare la grave negatività del suo operato. Talmente idonea da vedere sospesa la propria genitorialità, con la nomina di un Tutore e, più recentemente, anche di un Curatore del figlio’.

NOTA REDAZIONE DIREDONNE: La signora Massaro è stata accusata da due CTU – nel 2013 e nel 2018 – di alienazione parentale – la PAS che come sindrome non è riconosciuta dalla comunità scientifica- anche nelle sue declinazioni e affini e che il problema relazionale padre-figlio dalla prima CTU era stato addebitato ‘alle rappresentazioni negative date dalla madre al bambino’. Un rapporto definito successivamente ‘simbiotico’ e che, dopo la seconda CTU e l’audizione in cui il bambino riferisce alla giudice ‘di avere paura di incontrare il padre’, il Tribunale per i minorenni di Roma nel 2018 ha richiesto l’allontanamento urgente del minore dalla madre, trasferimento in casa famiglia per non meno di tre mesi, sospensione di tutti i contatti con la madre per tre mesi e affidamento super esclusivo al padre).

‘La signora Massaro- scrive ancora Apadula- continua a definirsi vittima di violenza solo per essersi rivolta ad un centro antiviolenza, e nonostante tutte le accuse e le denunce nei confronti dell’ex-compagno non abbiano trovato mai alcun riscontro, né alcun fondamento giuridico o psicologico. Una rappresentazione diffamatoria, dunque, in cui la signora confonde i fatti con i suoi personalissimi vissuti, dimenticando che anche la falsa denuncia è una forma di violenza’.

NOTA REDAZIONE DIREDONNE: A proposito di ‘falsa denuncia’ precisiamo che la querela presentata dalla signora Massaro è stata archiviata in data 15 settembre 2015.

‘La signora Massaro- prosegue quindi la lettera di Apadula- continua a pubblicare stralci di atti e documenti completamente decontestualizzati, stravolgendone il senso per sostenere una irrealistica e inspiegabile visione complottista. Continua a descrivere l’altro genitore come un persecutore, uno ‘stalker’, solo per non essersi voluto arrendere al distanziamento immotivato da un figlio anche suo, imposto da una madre che nega il valore della figura paterna sullo sviluppo di un bambino. Per sostenere la sua posizione di potere assoluto sul figlio, la signora Massaro continua a sfidare con convinzione l’ordinamento italiano e internazionale, nonché decenni di letteratura scientifica, mettendo in discussione il concetto di bigenitorialità. E di fronte alla convergenza di giudici e professionisti di riconosciuta competenza ed esperienza, che nel tempo hanno sempre confermato un orientamento contrario alla sua posizione, è arrivata a rappresentarsi come vittima di un malevolo disegno criminoso ad opera delle istituzioni, che vorrebbero incomprensibilmente separarla da suo figlio. La schiera dei ‘nemici’ della signora Massaro, dal 2013 ad oggi, si è dunque progressivamente ampliata nel tempo. Dal padre del bambino, a consulenti tecnici, psicologi, assistenti sociali, educatori, tutori, arrivando a comprendere i giudici di tre diversi Tribunali. Tanto che la signora è arrivata a presentarsi come vittima di una ‘violenza istituzionale’. Mai una riflessione. Nessun dubbio, nessun ripensamento. Laura Massaro continua ad invocare giustizia. Ma giustizia per chi? La signora continua a promuovere se stessa come paladina di un anacronistico primato genitoriale materno, non riconosciuto da alcun ordinamento giuridico, né da alcuna teoria psicologica con carattere di scientificità. Di fronte agli ultimi provvedimenti del Tribunale per i Minorenni e all’esito del ricorso in Corte d’Appello colpiscono le chiassose iniziative e la visibilità mediatica che ha ritenuto di dare a se stessa e al suo caso.
Colpisce la disinvoltura con la quale la signora Massaro, che esprime con tanta veemenza la motivazione a proteggere il suo bambino, possa darlo in pasto alle piazze, attribuendogli pubblicamente la ‘propria’ rappresentazione di bambino figlio di un padre violento e abusante, segnando così in modo falsificato e irreversibile la sua storia. Colpisce la risentita negligenza con la quale lo ha sempre accompagnato ai colloqui di CTU, alle audizioni in Tribunale, agli incontri assistiti disposti per facilitare la relazione padre-bambino, dimenticando che un genitore idoneo è (eventualmente) anche colui che aiuta il figlio a prendere una medicina che gli farà bene. Colpisce la perseveranza con la quale continua a sottrargli risorse, tempo, energie, possibilità. Un bambino che, come un condannato a morte in attesa del patibolo, a nove anni, su iniziativa della madre, già molto prima dell’emergenza sanitaria non è stato mandato a scuola per mesi, per ostacolare (o spettacolarizzare?) l’esecuzione del decreto del Tribunale che avrebbe dovuto condurlo dal padre. Colpisce l’onnipresente nonna materna, che è arrivata ad incatenarsi davanti al Tribunale per i Minorenni di Roma, dimenticando che la nonna paterna di 86 anni con grande dignità, eleganza e discrezione, sta chiedendo da tempo di poter rivedere il nipote. Colpisce che chi invoca giustizia non la rispetti. Che per Laura Massaro e la sua causa contrastare l’esecuzione di un decreto possa essere ostentato come un valore, e che questo trovi sostegno in esponenti politici del nostro Stato. Colpisce che per un bambino che, a suo dire, avrebbe attraversato esperienze così gravi, non sia mai stato effettuato alcun trattamento psicologico né accolto, per opposizione della stessa madre, il percorso di psicoterapia prescritto dalla Corte di Appello di Roma, che forse lo avrebbe aiutato a comprendere il senso reale di ciò che sta accadendo.
La signora sta infatti cercando di contrastare lo stesso decreto per il quale declamava vittoria, cercando di impedirne l’esecuzione, considerando l’intervento psicoterapeutico previsto per il figlio alla stregua di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Colpisce che in uno Stato di diritto anche i media possano muoversi sulla base di informazioni parziali e in totale assenza di contraddittorio’.

Poi Apadula si sofferma sull’impegno di alcune figure delle Istituzioni: ‘Tra le tante distorsioni, negli articoli e nei numerosi post pubblicati sui social emergono alcune significative omissioni. In particolare, nessun rilievo viene dato alla preoccupante e incongrua ingerenza politica in questioni private riguardanti un minore che dal 2013 non frequenta suo padre. Ci chiediamo, infatti, a che titolo e con quale fine l’onorevole Veronica Giannone si sia presentata nell’aula di Corte d’Appello dove si stava svolgendo l’udienza del caso, presentandosi con nome, cognome e carica istituzionale. Ci chiediamo su quali basi, nella vicenda familiare, sia stata chiamata in causa la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere, visto che, in questo caso, non vi è alcun femminicidio e alcuna violenza. Ci chiediamo a che titolo la Presidente di questa Commissione, la senatrice Valeria Valente, si stia occupando personalmente della vicenda familiare, dopo che è stato evidenziato in tutti i Tribunali che le accuse di violenza e maltrattamenti denunciate da Laura Massaro nei confronti del padre del bambino sono state tutte archiviate in quanto ritenute prive di qualsiasi fondamento. Perché queste parlamentari si affannano su un caso narrato in modo così spettacolarizzato, togliendo interesse e tempo alle vere vittime di violenza? Qual è il loro scopo? Certamente non sfugge lo scambio reciproco di una visibilità mediatica che si realizza sulla pelle di un bambino. Ancora una volta, ci chiediamo soprattutto se la giustizia invocata da Laura Massaro, più che a una tutela del figlio, faccia – piuttosto – riferimento ad una sua personale battaglia familiare contro il padre del bambino, che la signora intende vincere a qualsiasi costo, e della quale il figlio è semplicemente la principale vittima. Il nostro ordinamento prevede che di fronte a genitori che, con i loro comportamenti e la loro alterata rappresentazione della realtà, creino un danno allo sviluppo dei propri figli è necessario che le istituzioni intervengano per tutelare e proteggere questi bambini. Il fatto che nel caso specifico, come peraltro rilevato dalla Corte d’Appello, la madre potrebbe non avere consapevolezza del danno che sta causando al bambino, sulla base della convinzione personale di agire per il suo bene, non solo non può giustificare il suo comportamento, ma lo rende – al contrario – ancora più pericoloso. Nonostante tutte le disposizioni del sistema giudiziario che si sono succedute nel tempo nella direzione di promuovere una normalizzazione delle relazioni del bambino con i genitori e un ripristino della relazione padre-figlio, la signora Massaro non ha introdotto alcuna revisione dei propri convincimenti. Al contrario, con l’assetto oppositivo e di sfida assunto nei confronti delle figure istituzionali che non le davano ragione, nel tempo ha contribuito lei stessa a far sì che l’Autorità Giudiziaria introducesse progressivamente misure di maggior tutela nei confronti del figlio. Dopo sette anni di procedimenti giudiziari continua, tuttavia, a persistere una condizione di grave pregiudizio evolutivo che vede un bambino ostaggio di un contesto familiare altamente disfunzionale, che – tra l’altro – viola il suo diritto fondamentale di crescere in relazione con un padre che tutte le valutazioni giuridiche e psicologiche hanno ritenuto adeguato. Tanto che proprio il recente provvedimento della Corte d’Appello, così apprezzato dalla signora Massaro, ha disposto la necessità di una sua presenza nella vita quotidiana del bambino, in contrasto con il proposito materno di rendere il figlio orfano di un padre vivo’.

NOTA REDAZIONE DIREDONNE: Non pubblichiamo la foto proposta e inviataci dal signor Giuseppe Apadula perchè non rientra nella richiesta di replica/rettifica richiesta all’agenzia Dire, dal momento che a proposito del caso Massaro non abbiamo mai pubblicato foto del minore, nemmeno ‘oscurate’ e mai ci è stato chiesto dalla signora. Ricordiamo che la sentenza di appello del 3 gennaio scorso ha accolto l’appello della signora affinchè il bambino non fosse collocato presso il padre o presso la casa famiglia e che ora è stato nominato, oltre al tutore, anche un curatore per il minore.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Caso Massaro, la replica di Giuseppe Apadula: “Bambino orfano di padre vivo” proviene da dire.it.

]]>
Arriva ‘Prendiamola con filosofia’, a Roma talk per donne e diritti https://www.dire.it/26-06-2020/478917-arriva-prendiamola-con-filosofia-a-roma-talk-per-donne-e-diritti/ Fri, 26 Jun 2020 11:44:08 +0000 https://www.dire.it/?p=478917 prendiamola con filosofia

Domenica 28 c'è 'Siamo Pride', mentre dal 9 luglio partono gli incontri al parco Appio

L'articolo Arriva ‘Prendiamola con filosofia’, a Roma talk per donne e diritti proviene da dire.it.

]]>
prendiamola con filosofia
Domenica 28 c'è 'Siamo Pride', mentre dal 9 luglio partono gli incontri al parco Appio
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Durante il lockdown, il format ‘Prendiamola con filosofia’, ideato da Piano B e Tlon, ha riunito milioni di persone in Italia creando una piazza virtuale di confronto sulla filosofia e sul dibattito culturale. ‘Prendiamola con filosofia’ è infatti un luogo aperto e comunitario e ora torna dal vivo presso il Parco Appio di Roma, il “Parco della Filosofia” con una serie di incontri in presenza, oltre che in streaming, a partire da domenica 28 giugno con una giornata dedicata al Pride. Dalle 17.30 alle 23.00 talk, dialoghi, reading e musica dal vivo, per riflettere e toccare tutti i temi legati al binomio Diversità e Inclusione. Si parlerà infatti di diritti, cittadinanza, femminismi, rappresentazione di genere e molto altro a conclusione di un mese del Pride svoltosi necessariamente senza le tradizionali manifestazioni e parate.

Prendiamola con filosofia-Siamo Pride sarà presentato da Maura Gancitano e Cathy La Torre che passeranno i microfoni a tanti ospiti durante la serata: Alessia Arcolaci, Aboubakar Soumahoro, KnowPMW, Cristiana dell’Anna, Ludovico Bessegato e Pietro Turano con Sumaya Abdel Qader, Iacopo Melio, Francesca Cavallo con Luca Paladini, Nicola Lagioia, Muriel, Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Miki Formisano, Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, Isabella Conti, Papàperscelta, Martina Panini, Spora, Vladimir Luxuria e Martina Dell’Ombra, Madame. Chiuderà un djset a cura di Dev e Peppe Amore.

Prendiamola con filosofia Live proseguirà, sempre presso il Parco Appio, dal 9 al 30 luglio con quattro incontri estivi, ogni giovedì dalle 19 a tarda sera. Gli appuntamenti saranno composti da un format con quattro diversi momenti: Circles talk, dialoghi nel verde facilitati da un filosofo con il pubblico disposto in cerchio, intento a riflettere sui grandi temi della filosofia; Tlon talk, dialoghi tra personaggi del mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo; Lyrics, incontri filosofici con la musica per riflettere sul senso dei testi, sul valore della musica e sul potere della relazione con musicisti e interpreti; Tlon Show, un talk show condotto da Maura Gancitano e Andrea Colamedici che tra interviste e dialoghi a più voci mescolerà cultura alta e mondo pop, filosofia e contemporaneità. Anche questi eventi saranno fruibili in streaming grazie alla diretta sui social di Tlon.

Tra gli ospiti dei quattro appuntamenti di luglio: Inna Shevchenko, attivista politica ucraina per i diritti delle donne e leader delle Femen; il sociologo e politologo britannico Colin Crouch; lo storico statunitense Robert Darnton; Eva Illouz, professoressa di sociologia a Gerusalemme; Sara R. Farris professoressa associata presso la Goldsmiths University of London; Emma, fumettista e autrice per Laterza del libro Bastava chiedere. E ancora: Niccolò Fabi, Vasco Brondi, Cathy La Torre, Stefania Auci, Ascanio Celestini, Vera Gheno, Sonny Olumati, DiMartino, Colapesce, Dardust, Margherita Vicario, Pietro Del Soldà, Ilaria Gaspari, Giulia Blasi, Matteo Saudino (Barbasophia), Giovanni Truppi, Jennifer Guerra, Francesca Cavallo, Marina Pierri, Tommaso Ariemma, i ragazzi di Visionary Days; Lorenzo Gasparrini e molti altri. Il programma completo sarà disponibile a breve su www.prendiamolaconfilosofia.it
I biglietti per accedere agli eventi al Parco Appio saranno disponibili su: www.tlon.it

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Arriva ‘Prendiamola con filosofia’, a Roma talk per donne e diritti proviene da dire.it.

]]>
VIDEO | Ambulatorio post Covid al Goretti di Latina: in carico già più di cento dimessi https://www.dire.it/26-06-2020/478818-video-ambulatorio-post-covid-al-goretti-di-latina-in-carico-gia-piu-di-cento-dimessi/ Fri, 26 Jun 2020 10:28:27 +0000 https://www.dire.it/?p=478818

A spiegare come funziona il percorso e cosa è stato riscontrato fino ad ora è Miriam Lichtner, direttore dell'UOC di Malattie infettive

L'articolo VIDEO | Ambulatorio post Covid al Goretti di Latina: in carico già più di cento dimessi proviene da dire.it.

]]>
A spiegare come funziona il percorso e cosa è stato riscontrato fino ad ora è Miriam Lichtner, direttore dell'UOC di Malattie infettive
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Un ambulatorio, integrato infettivologico-pneumologico Post-Covid, dedicato ai pazienti che hanno avuto la malattia e attivo dal 5 maggio presso l’Ospedale Goretti di Latina. Il gioco è di squadra perché il paziente è preso in carico da una equipe multidisciplinare. A spiegare nel dettaglio all’agenzia di stampa Dire via skype come funziona il percorso e cosa è stato riscontrato sugli oltre 100 pazienti screenati fino ad ora è Miriam Lichtner, direttore dell’UOC di Malattie infettive dell’Ospedale Goretti di Latina e docente di Malattie Infettive presso l’Università Sapienza di Roma, Polo Pontino.
“L’ambulatorio è partito i primi giorni del mese di maggio. Da subito abbiamo compreso che era molto importante seguire post dimissione tutti i pazienti gravi che erano stati ricoverati presso l’ospedale Goretti. Abbiamo richiamato tutti i pazienti per livello di gravità e pian piano ora stiamo richiamando tutti gli altri. Ad oggi sono stati sottoposti a controllo quasi a metà dei pazienti pari a 110 circa che erano stati ricoverati nei nostri reparti. I primi esami a cui sono avviati sono quelli ematici per poi essere inviati ai successivi controlli di valutazione clinica e strumentale. La nostra equipe è multidisciplinare per poter prendere in carico il paziente in modo globale e al fine di valutare sia l’aspetto infettivologico che pneumologico. I primi risultati ci dicono che queste persone hanno ancora uno stato infiammatorio importante dal punto di vista dei parametri ematici però stanno clinicamente molto meglio”.

“Un altro punto importante è che molti pazienti presentano una sindrome post traumatica con disagi importanti dovuti anche al prolungato isolamento e quindi chiaramente la presa in carico deve essere necessariamente multidisciplinare”.

 

ZOTTI: “BUON RECUPERO RESPIRATORIO DEI PAZIENTI GUARITI”

“Questi pazienti contattati da noi e senza appuntamento accedono all’ambulatorio e vengono sottoposti ad una serie di indagini che richiedono una collaborazione multidisciplinare di diversi specialisti. Il primo esame che viene effettuato è il tampone a seguire l’esame sierologico e tutta una serie di indagini ematochimici. I pazienti che risultano negativi al tampone accedono alla fase ambulatoriale. Nel reparto di pneumologia poi il paziente è sottoposto alla valutazione specialistica, segue una ecografia del torace ed un ecocardiogramma. Dagli esiti di questi esami e in base alla sintomatologia del soggetto è prevista una tac di controllo ed una spirometria completa che ci aiutano a comprendere se c’è stata una compromissione polmonare”. Così la dottoressa Maria Gioconda Zotti, medico presso l’Uosd di Pneumologia dell’Ospedale Goretti di Latina spiega all’agenzia di stampa Dire gli esami previsti dall’ambulatorio Post Covid attivo nel nosocomio pontino dal 5 maggio scorso e all’interno del quale sono stati osservati oltre 110 pazienti.

“Dai dati preliminari, sui primi pazienti fino ad oggi valutati, noi medici siamo incoraggiati perchè dal punto di vista respiratorio la maggior parte dei soggetti manifestano un ottimo recupero osservato sia dal punto di vista funzionale che dallo studio con la Tac. Siamo ottimisti ma per poter tirare le somme realmente dobbiamo conclude lo screening su tutti i pazienti“, conclude Zotti.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo VIDEO | Ambulatorio post Covid al Goretti di Latina: in carico già più di cento dimessi proviene da dire.it.

]]>
Caso Vannini, esce il libro ‘Mio figlio Marco’ https://www.dire.it/25-06-2020/478162-caso-vannini-esce-il-libro-mio-figlio-marco/ Thu, 25 Jun 2020 07:55:41 +0000 https://www.dire.it/?p=478162

Presentazione il 3 luglio. Il ricavato delle vendite sarà devoluto ad attività sociali alla memoria di Marco nei comuni di Cerveteri e Ladispoli

L'articolo Caso Vannini, esce il libro ‘Mio figlio Marco’ proviene da dire.it.

]]>
Presentazione il 3 luglio. Il ricavato delle vendite sarà devoluto ad attività sociali alla memoria di Marco nei comuni di Cerveteri e Ladispoli
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “Marina voleva scrivere la storia di suo figlio e mi ha scelto e voluto al suo fianco. Con dedizione mi sono messo a servizio per ripercorrere la loro vita, fino ad arrivare all’evento che conosciamo tutti”. A spiegare all’agenzia Dire come sia nato il libro ‘Mio figlio Marco. La verità sul caso Vannini’ (Armando Editore), che “entro il 30 giugno sarà in tutte le librerie” è il giornalista e scrittore Mauro Valentini che ha “scavalcato il recinto del giornalista che fa inchiesta per diventare narratore”, per raccontare la storia di Marco, ucciso la notte del 18 maggio 2015 nella casa della fidanzata e il cui processo, ha stabilito la Cassazione, è tutto da rifare dopo la condanna in appello a 5 anni per Antonio Ciontoli e a 3 per gli altri membri della famiglia.

Questo libro “è un tributo alla famiglia Vannini che continuo a vedere di 3 persone. Marco riesce ad essere presente”. “Il 3 luglio, alle 17- ha anticipato Marina Conte – a Cerveteri, al Granarone, sarà presentato pubblicamente” e il “ricavato delle vendite- un aspetto a cui tiene molto la famiglia Vannini- sarà devoluto interamente ad attività sociali alla memoria di Marco nei comuni di Cerveteri e Ladispoli che l’hanno visto crescere”.

Il libro ripercorre il caso giudiziario, ma non solo. E’ un libro su Marco, il ragazzo che era anche prima dell’incontro con Martina Ciontoli, sui progetti, i sogni, il suo carattere, “un generoso” così viene descritto dagli amici e vicini, per quanti in questi anni di battaglia giudiziaria di mamma Marina e di papà Valerio l’hanno visto sulle t shirt, nei racconti dei familiari o nelle deposizioni in Tribunale. Il lavoro di Mauro Valentini è stato di analisi di tutte le carte giudiziarie: “abbiamo lavorato prima che si esprimesse la Cassazione che sembra averci dato ragione. Ho riletto le carte- ha spiegato- con quella calma che fino a 5 anni fa non c’era, le intercettazioni, le indagini mancate, le testimonianze dei vicini non prese in considerazione per arrivare a un quadro che rassomiglia alla verità. I 2 percorsi coincidono, quello logico degli eventi e quello giudiziario. Forse la prima giuria e la seconda non avevano letto correttamente le carte e infatti la Cassazione ha detto che il processo era sbagliato. Ma al centro di tutta questa storia c’è Marco- ha ribadito lo scrittore- raccontarlo per tenerlo presente”. Quanto alla storia d’amore che gli ha cambiato la vita: “C’è un capitolo sull’amore con Martina Ciontoli. Un incontro che cambia la vita di Marco da adolescente spensierato a ragazzo troppo responsabilizzato. Dico questo perché gli amici che ho intervistato dicono che sembravano sposati da 20 anni e questo può avere un peso nello sviluppo della storia”. Sul movente dell’omicidio: “E’ abbastanza chiaro- ha detto Valentini- che qualcosa è accaduto e che nessuno ce lo dirà mai, ma si sarebbe potuto rimediare con una telefonata: bastava chiamare il 118, o mamma Marina che non si da pace di non esser stata chiamata mentre suo figlio la chiamava e invocava aiuto”. Un’omissione che non è solo grave “sul piano morale, ma pratico. Tre perizie- ha ricordato Valentini- dicono che si sarebbe potuto salvare, bastava chiamare il 118 e avvisare del colpo di pistola”. Entrare in casa Vannini, ripercorrere la battaglia giudiziaria, raccontare i sogni di Marco “non è stato difficile- ha detto il giornalista- Lo abbiamo fatto con serenità, insieme a Marina e Valerio con i quali ho sentito subito comunione di intenti e un feeling che non si è perso mai, li ho presi sotto braccio dal primo all’ultimo giorno. Ho consegnato la prima bozza per il controllo a Marina l’8 aprile e avevo iniziato ad ottobre. Ho voluto fare un regalo a Marco, per il suo 25mo compleanno“.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Caso Vannini, esce il libro ‘Mio figlio Marco’ proviene da dire.it.

]]>
Violenza donne, Bonetti: “Bene il Protocollo Napoli, è innovativo” https://www.dire.it/24-06-2020/478071-violenza-donne-bonetti-bene-il-protocollo-napoli-e-innovativo/ Wed, 24 Jun 2020 16:38:27 +0000 https://www.dire.it/?p=478071 elena bonetti

La ministra sottolinea l'importanza, per una donna vittima di violenza, di veder riconosciuta la propria responsabilità genitoriale e di pensare al dopo

L'articolo Violenza donne, Bonetti: “Bene il Protocollo Napoli, è innovativo” proviene da dire.it.

]]>
elena bonetti
La ministra sottolinea l'importanza, per una donna vittima di violenza, di veder riconosciuta la propria responsabilità genitoriale e di pensare al dopo
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “Ho molto apprezzato l’approccio che portate avanti con questo protocollo innovativo, il Protocollo Napoli. Il piano strategico nazionale di contrasto della violenza maschile contro le donne cerca di promuovere un approccio multidimensionale. Quest’anno, nella campagna per la giornata del 25 novembre ‘Libera puoi’, abbiamo voluto inserire la presenza di una bambina accanto alle donne proprio perché crediamo che la libertà da restituire loro sia la libertà di vedere riconosciuta una responsabilità in ambito genitoriale”. Così la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, intervenendo al webinar ‘Protocollo Napoli. La nuova frontiera della consulenza psicologica nei casi di violenza sulle donne’.

Nel momento in cui c’è l’implicita minaccia di essere riconosciute come soggetti fragili nell’essere vittime si toglie alle donne la possibilità di essere riconosciute capaci di responsabilità genitoriale– specifica la ministra- Abbiamo intenzione di lavorare sulla Pas (sindrome dell’alienazione parentale, ndr), ma c’è un discorso più ampio da portare avanti: la necessità di restituire alle donne in un momento di fragilità personale una comunità e uno Stato in grado di dire che valgono e che sono in grado di esercitare una piena responsabilità genitoriale”.

Per Bonetti, “dobbiamo essere capaci di costruire percorsi di accompagnamento” della relazione madre-figlio, che non possono essere valutati nella loro “individualità” ma nel contesto di una “relazione inscindibile”, che entra a sua volta in relazione con la “comunità allargata, territoriale e la scuola”, luoghi “prossimi che devono assumere un ruolo preventivo in questo percorso”.

Fondamentale, per la ministra, è pensare al “dopo”, perché per le donne che vivono situazioni di violenza “nel momento in cui si riattiva la speranza che un dopo sia possibile, il loro percorso può partire con maggiore fiducia“. Per questo “abbiamo istituito un progetto di microcredito per sostenere le donne che devono ricominciare un percorso di vita autonoma. Si tratta di un investimento- conclude- che riconosce che le donne sono, anche nell’esperienza della violenza, capaci di protagonismo per sé e per i propri figli”.

CON IL PROTOCOLLO NAPOLI LINEE GUIDA PER L’AFFIDO DEI MINORI

Sviluppare una specifica metodologia della consulenza tecnica psicologica in tema di violenza domestica nei procedimenti giudiziari per l’affido dei figli nei casi di separazione. È lo scopo del Protocollo Napoli, il documento deliberato dal consiglio dell’Ordine degli Psicologi della Campania e nato per fornire linee guida, concettuali e metodologiche, volte a garantire la tutela psicofisica dei minori e delle loro madri che hanno vissuto situazioni di violenza domestica, a professionisti ed esperti chiamati dai giudici civili e minorili a relazionare nei tribunali come consulenti.

Il focus del protocollo è stato presentato oggi pomeriggio – con la conduzione di DireDonne, che da mesi porta avanti l’inchiesta dedicata alle mamme coraggio – da Elvira Reale, Caterina Arcidiacono, Antonella Bozzaotra, Gabriella Ferrari Bravo ed Ester Ricciardelli nel corso del webinar ‘Protocollo Napoli. La nuova frontiera della consulenza psicologica in caso di violenza’ alla presenza della ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, e della senatrice e presidente della Commissione parlamentare d’inchista sul femminicidio, Valeria Valente, che hanno plaudito all’iniziativa.

Due i pregiudizi che stanno “alle spalle del protocollo- spiega Reale, responsabile scientifica dell’associazione Salute donna e centro Dafne di Napoli e consulente della Commissione femminicidio- La valutazione che non si possa parlare di violenza se non dopo l’accertamento nel penale al terzo grado di giudizio” e il “mal interpretato diritto alla bigenitorialità. Il civile- spiega l’esperta- ha un suo procedimento accertatorio, che può utilizzare strumenti probatori specifici e ha come obiettivo la tutela dei minori dai pregiudizi sulla loro salute e sicurezza. Quindi, come consulenti- sottolinea- possiamo parlare a buon diritto di violenza domestica all’interno di questi procedimenti”.

In più, per la psicologa è fondamentale considerare la genitorialità sulla base dell’articolo 30 della Costituzione come “dovere-diritto”, per cui “hai diritto solo se hai compiuto il tuo dovere di cura del minore”. Non si tratta, quindi, “di un diritto primario, perchè la relazione con i genitori non è uno strumento ma un fine”. Per questo, individuare la bigenitorialità come “principio cardine attorno a cui far ruotare i procedimenti” porta a “considerare un buon genitore quello che favorisce l’accesso del figlio all’altro genitore” e a tagliare di fatto fuori “le vittime di violenza domestica”. 

Per ribaltare gli esiti di procedimenti che vedono spesso l’allontanamento forzoso dei minori da madri che hanno denunciato violenza domestica, le linee guida elaborate a partire dall’esperienza in centri antiviolenza e case rifugio dalle psicologhe campane suggeriscono di: valutare la presenza della violenza domestica nei confronti della madre in connessione con quella assistita dai minori; sollecitare gli esperti a un approfondimento del disturbo post-traumatico da stress, “tra i più implicati in casi di abusi e violenze”; promuovere la distinzione tra intervento psicologico valutativo e trattamento, senza fare di consulenze tecniche luoghi di “trasformazione della separazione conflittuale in separazione pacifica, stravolgendo le finalità della consulenza dal punto di vista del diritto”. E ancora promuovere: l’ascolto del minore, mettendo al primo posto la sua sicurezza (‘Safety first’); il dovere-diritto alla genitorialità (art. 30 della Costituzione); l’adesione solo ai costrutti scientifici validati, superando l’utilizzo delle teorie della Pas o della ‘madre malevola’; e modalità di affido che non alterino le abitudini di vita del minore e non ricorrano a strumenti di costrizione. Fondamentale il richiamo ai ruoli e ai limiti dell’esperto, che per il protocollo deve essere specificamente preparato sul tema della violenza domestica e dell’elevata conflittualità. Un aspetto che ha trovato d’accordo il presidente dell’Ordine nazionale degli Assistenti sociali, Gian Mario Gazzi, convinto della necessità di attivare “percorsi specifici” che aiutino i professionisti “a intervenire in situazioni che non sono lampanti” anche riformando i percorsi formativi dei professionisti; e Fulvio Giardina, past president dell’Ordine nazionale degli Psicologi, che ha proposto di cambiare questa formazione “in termini di specializzazione e non più di master”, perchè “ormai la complessità è rilevante”, sottolineando l’importanza della figura dello psicologo nei centri antiviolenza. E il tema della violenza sulle donne è ormai una delle priorità affrontate a livello mondiale da questa categoria di professionisti, ricorda David Lazzari, presidente dell’Ordine nazionale degli Psicologi, che ha segnalato “il manifesto Psicologi uniti in tutto il mondo per agire contro la violenza domestica”, partito dall’associazione di categoria statunitense e “recepito anche in Italia”. Nato dalla collaborazione tra università, servizi sociali e psicologhe, il Protocollo “è stato il primo atto approvato dal Comitato dopo l’insediamento- ha ricordato Angela Maria Quaquero della Commissione Pari opportunità dell’Ordine nazionale Psicologi- e questo la dice lunga sull’importanza attribuita all’argomento”. Il protocollo Napoli, considerato dalla giudice penale del Tribunale di Roma, Paola di Nicola, “uno strumento che consentirà alla magistratura di crescere davvero”, è stato salutato positivamente anche dalla presidente del Consiglio nazionale Forense, Maria Masi, e dal presidente della Sezione Civile Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Raffaele Sdino, che nei casi di violenza domestica ha invitato i giudici civili ad “abbandonare l’idea della conflittualità e scegliere senza tentennamenti”, perché “non credo che un uomo violento possa neanche lontanamente svolgere una funzione genitoriale”. Rilanciare in un’ottica nazionale la “buona prassi” del Protocollo Napoli è il prossimo passo a cui stanno lavorando le sue promotrici, che hanno invitato le altre realtà professionali ad adottarlo, favorendo “la formazione dei propri iscritti. Chiediamo alla ministra Bonetti di istituire un tavolo tecnico interministeriale e interistituzionale sui temi promossi dal protocollo- conclude Bozzaotra- e alla presidente della Comissione femminicidio di promuovere la sorveglianza e il monitoraggio alle sentenze di affido dei minori in caso di violenza”.

VALENTE: “PROTOCOLLO NAPOLI SIA MODELLO ANCHE PER ALTRI ORDINI PROFESSIONALI”

Il Protocollo Napoli “e’ prezioso, un’esperienza davvero unica, ed e’ particolarmente importante che questo impegno venga dalla categoria professionale degli psicologi, un anello particolarmente delicato di questa partita. Ringrazio le psicologhe di Napoli per questo protocollo che mi auguro possa essere preso a modello dagli altri ordini professionali”. Cosi’ la senatrice e presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, Valeria Valente, intervenendo al webinar.

Come Commissione d’inchiesta abbiamo deciso di indagare ed aggredire questo fenomeno e vogliamo scrivere e adottare un documento da presentare al Parlamento per dire parole chiare, definite, certe, su tutta la partita”, ricorda Valente, che rispetto alla mancata valutazione della violenza domestica nell’ambito dei processi di affido dei minori nei casi di separazione parla di “una forma di vittimizzazione secondaria. Per me il discrimine e’ la violenza- sottolinea- Quando c’e’ violenza all’interno di una relazione di coppia tutto va letto in un determinato modo, le scelte di giudici e avvocati devono andare in una certa direzione, si deve applicare la Convenzione di Istanbul”.

Per la presidente della Commissione femminicidio anche la violenza assistita subita dai minori nei casi di maltrattamento delle madri “e’ una violenza diretta, che va perseguita e punita” e il maltrattante “va allontanato da donna e minori. Nessuno mi convincera’ mai che un uomo violento nei confronti di una madre possa essere un buon padre”. Sono diversi “gli strumenti per intervenire” prima del terzo grado di giudizio penale: “I giudici civili- ricorda Valente- hanno la possibilita’ di verificare in tanti modi se c’e’ violenza in un contesto di coppia, basta ascoltare i vicini, i figli e non valutare il rifiuto nei confronti dei papa’, non ritenerli alienati, malati e da curare. Dobbiamo chiedere che penale e civile dialoghino di piu’“, chiedere maggiore “competenza degli operatori nel leggere la violenza”, che siano in grado di “distinguerla dal conflitto, ascoltare la donna senza pregiudizi e crederle”, e, quindi, “applicare le norme giuste. Con l’indagine che stiamo conducendo da mesi abbiamo analizzato fascicoli e carte, per capire come il civile ragiona con i minori, come vengono ascoltati. Mi auguro che alla fine avremo tutti gli elementi per dire che l’alienazione parentale non esiste come sindrome, ma anche che non e’ possibile considerare una donna vulnerabile dopo anni di violenza una cattiva madre”. Conclude Valente: “Non si puo’ pretendere di giudicare quella madre e quel minore e anteporre il diritto del padre a mantenere un rapporto con lui, alla tutela del minore stesso dalla violenza e alla sua volonta’ di allontanarsi. Il nostro impegno come Commissione e’ dire parole chiare. Non possiamo ammettere che un’ulteriore forma di violenza possa essere compiuta dallo Stato, dal giudice attraverso consulenze errate, per un’incapacita’ di leggere la violenza per quello che e'”

MARCIANI: “SCRIVEREMO CON ASSOCIAZIONI LINEE DI ATTUAZIONE E PROGRAMMAZIONE RISORSE”

“Abbiamo deciso di fare una riunione la prossima settimana per chiedere alle associazioni e a tutte coloro che sono coinvolte in prima linea nell’azione prevenzione della violenza contro le donne, di scrivere insieme le linee di attuazione e di programmazione finanziaria delle risorse che abbiamo a disposizione. Abbiamo anche progetti pilota e potrebbe essere bello legare il Protocollo Napoli ad uno di questi progetti”. È l’intento dell’assessora alle Pari Opportunita’ della Regione Campania, Chiara Marciani, intervenuta al webinar ‘Protocollo Napoli. La nuova frontiera della consulenza psicologica nei casi di violenza sulle donne’.

“Ero presente alla firma del protocollo- continua Marciani- sono contenta di poterlo seguire nella sua attuazione e che non resti nel cassetto, ma sia un documento utile nella reale attuazione del sostegno alle donne, alle bambine e ai bambini, a Napoli, in Regione Campania e non solo. La Regione- conclude l’assessora- ha considerato il protocollo una buona prassi e abbiamo deciso di proporlo in tutta la Campania come strumento e punto di riferimento per operatrici, psicologhe e avvocate dei centri antiviolenza”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Violenza donne, Bonetti: “Bene il Protocollo Napoli, è innovativo” proviene da dire.it.

]]>
Palomba (Feminin Plueriel): “Il bonus baby sitter non risolve” https://www.dire.it/24-06-2020/477714-palomba-feminin-plueriel-il-bonus-baby-sitter-non-risolve/ Wed, 24 Jun 2020 09:59:37 +0000 https://www.dire.it/?p=477714

"Maternità in Italia vissuta come punizione"

L'articolo Palomba (Feminin Plueriel): “Il bonus baby sitter non risolve” proviene da dire.it.

]]>
"Maternità in Italia vissuta come punizione"
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “Siamo donne di testa, di cuore e di azione”. E’ piu’ di uno slogan, e’ lo spirito dell’associazione Fe’minin Plueriel “che conta 15 club in tutto il mondo, principalmente in Europa” di cui ha parlato a DireDonne l’avvocata Diana Palomba, che ne ha fondato sei anni fa la sezione italiana e che oggi, al tempo del Covid, sul “lavoro, la scuola, l’offerta formativa” sta concentrando sforzi e attenzione perche’ la crisi colpisce una situazione professionale gia’ critica per le donne.

1 DONNA SU 3 ABBANDONA IL LAVORO DOPO IL PRIMO FIGLIO

“1 donna su 3 abbandona il lavoro dopo il primo figlio- ha ricordato l’avvocata Palomba, che e’ mamma di tre bambini- la maternita’ in questo Paese viene fatta vivere non solo come un impedimento, ma come una punizione”. “Lavoro, lobbing ed education” rappresentano la mission principale che la rete di Feminin Plurel, fondata a Parigi nel 1992 dall’avvocata Beatrice Lanson Villat, porta avanti in numerosi progetti e attivita’, che includono anche “raccolte fondi” per aiutare donne in difficolta’, “come quella che ha permesso la costruzione di una scuola in Cambogia” e a contrastare la violenza di genere, che “e’ un’altra nostra priorita’” ha spiegato Palomba che con la fondatrice francese ha sentito subito intesa, “un amore a prima vista”. “Gender equality e il lavoro rappresentano l’impegno cruciale dell’associazione. Parliamo- ha spiegato la Presidente – di una rete trasversale e presente su tutto il territorio nazionale, un network professionale di artiste e professioniste, donne in carriera e in posizioni apicali che possono fare sinergia e aiutarsi a vicenda, all’Italia e all’estero”, ma a questo si unisce un’azione di attivita’ sociali e raccolte fondi.

L’IMPEGNO DELL’ASSOCIAZIONE FEMININ PLURIEL

“Come quella per aiutare Carla Caiazzo, che fu data alle fiamme dal suo ex quando era incinta. L’abbiamo sostenuta- ha raccontato l’avvocata- perche’ e’ stata lasciata sola dalle Istituzioni. Ha fatto da modella per un’azienda di moda la cui CEO e’ nostra socia”. E ancora per gli orfani di femminicidio “sostenendoli negli studi, perche’ l’istruzione e’ la prima forma di prevenzione. La scuola non riguarda solo chi ha figli, ma tutti e quanto a quello che vediamo con il Codiv- – ha ribadito l’avvocata- la DAD non e’ la scuola, non e’ niente e non si puo pensare che si continui in questo modo. Non abbiamo visto un solo progetto sulla scuola”.

Per questo l’avvocata Palomba e’ anche tra le promotrici di un ricorso al TAR sulla ‘riapertura della scuola’ , “perche’ quello della scuola e’ strettamente legato- ha detto- all’occupazione femminile e monitoreremo tutti gli altri DPCM legati alla scuola.
Durissimi i commenti anche su altri aspetti del DL Rilancio: “Il bonus baby sitter non serve e non e’ sufficiente. Chi trova una baby sitter ora e quanto costa? Lo stesso per i congedi parentali, non tutti sono dipendenti”. Feminin Plueriel lavora moltissimo sull’alleanza tra donne perche’ “anche la mentalita’ delle donne va cambiata”. Rientra “nelle 62 associazioni che costituiscono la rete di Inclusione Donna che rappresenta oltre 41mila donne e che e’ nata perche’- ha concluso l’avvocata- le Istituzioni abbiano un interlocutore unico sui temi della maggiore rappresentativita’ delle donne e l’occupazione femminile”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Palomba (Feminin Plueriel): “Il bonus baby sitter non risolve” proviene da dire.it.

]]>
Diede fuoco alla moglie Maria Antonietta Rositani, il pm chiede 20 anni per Ciro Russo https://www.dire.it/22-06-2020/477014-diede-fuoco-alla-moglie-maria-antonietta-rositani-il-pm-chiede-20-anni-per-ciro-russo/ Mon, 22 Jun 2020 15:26:10 +0000 https://www.dire.it/?p=477014

Il massimo della pena. Rositani: "Mi ha macellata"

L'articolo Diede fuoco alla moglie Maria Antonietta Rositani, il pm chiede 20 anni per Ciro Russo proviene da dire.it.

]]>
Il massimo della pena. Rositani: "Mi ha macellata"
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – La Procura di Reggio Calabria ha chiesto 20 anni, il massimo della pena, per Ciro Russo, l’uomo che nel marzo 2019, dopo anni di denunce, tento’ di uccidere la ex moglie, Maria Antonietta Rositani, dandole fuoco. La donna, che da allora ha subito moltissimi interventi ed e’ ancora ricoverata all’ospedale metropolitano di Reggio Calabria, ha raccontato la sua terribile esperienza nel corso di una diretta Facebook condotta dalla senatrice del M5s, Cinzia Leone, nell’ambito del ciclo di approfondimento in streaming ‘Nemmeno con un clic’, dedicato al contrasto e alla prevenzione di ogni forma di violenza, anche attraverso l’uso di internet e delle nuove tecnologie.

LE VIOLENZE SUBITE 

“Tutto ebbe inizio 20 anni fa, quando l’ho conosciuto- racconta Maria Antonietta dal suo letto d’ospedale- Mi e’ piaciuto perche’ mi ha fatto sentire protetta, sicura, ma gia’ da subito ho avuto il cenno che era violento”. Dopo anni “di violenze” nel 2018 l’uomo viene arrestato “per maltrattamenti in famiglia” e gli vengono concessi “gli arresti domiciliari, che lui sconta nella casa dei genitori a Ercolano”. Nel marzo 2019 “ebbe la bella idea di scappare e di raggiungermi a Reggio Calabria. Prima di quel momento io avevo fatto due telefonate alla Polizia, dicendo che avevo saputo da mio padre che Ciro Russo era scappato, e che volevo essere tutelata, protetta- racconta- Nel momento in cui mi ha speronato io chiamai di nuovo la Polizia e dissi che mio marito mi stava dando fuoco. Poi lanciai il telefono. Ha bruciato prima la macchina e poi, quando sono uscita, mi ha detto ‘Muori’ e mi ha lanciato la benzina addosso– ricorda la donna- C’era una pozzanghera e mi sono spenta e ho bevuto quell’acqua. Cosa che mio marito nega, dicendo che il peggio era capitato a lui che aveva dovuto spegnere il fuoco con le sue mani”. La donna ha poi sottolineato l’importanza della vicinanza della famiglia e il coraggio della figlia Annie che “in tanti momenti si e’ messa davanti a lui per evitare che mi facesse del male”, tanto che una sera “le diede uno schiaffo talmente forte da buttarla a terra e distruggerle la bocca. A quel punto ho chiamato i carabinieri, ma non ho avuto molta vicinanza. Hanno detto a Annie: ‘Quante volte un papa’ da’ uno schiaffo a una figlia?’. E a me dissero: ‘quante volte ci si bisticcia?'”.

L’APPELLO DI MARIA ANTONIETTA

Maria Antonietta lancia un appello alle donne che vivono situazioni di violenza: “Il messaggio che vorrei mandare a tutte loro e’ che dobbiamo finirla di pensare che siamo succubi di questi uomini. Perche’ noi pensiamo quasi di meritarci quello che ci viene fatto e di essere in grado di far diventare questi uomini persone nuove. In realta’ non cambieranno mai. Noi donne dobbiamo denunciare subito, perche’ questi uomini possano finire di macellarci. Mio marito- conclude amara- mi ha macellato”. E l’invito a denunciare e a non sopportare arriva anche dalla senatrice Leone: “Sara’ nostro dovere tutelare le vittime di violenza e voi che avete il coraggio di denunciare- dice- È un fenomeno che va affrontato con un’informazione corretta, per garantire una tutela a 360 gradi, soprattutto economica, a queste donne, che spesso, dipendendo economicamente dal proprio partner maltrattante, non denunciano e sopportano. Abbiamo tutte insieme tanto da fare”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo Diede fuoco alla moglie Maria Antonietta Rositani, il pm chiede 20 anni per Ciro Russo proviene da dire.it.

]]>
“Io, africana, non firmo per la rimozione della statua di Montanelli. Ecco perché” https://www.dire.it/22-06-2020/476950-io-africana-non-firmo-per-la-rimozione-della-statua-di-montanelli-ecco-perche/ Mon, 22 Jun 2020 14:10:42 +0000 https://www.dire.it/?p=476950 statua montanelli

La scrittrice camerunense scrive a DireDonne per denunciare il turismo sessuale e 'i Montanelli di oggi'

L'articolo “Io, africana, non firmo per la rimozione della statua di Montanelli. Ecco perché” proviene da dire.it.

]]>
statua montanelli
La scrittrice camerunense scrive a DireDonne per denunciare il turismo sessuale e 'i Montanelli di oggi'
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA -“Mi stupisce la semplicità con cui ciò che è successo alla sposa bambina di Indro Montanelli viene trattato e l’emozione che genera da parte degli africani. Il mio è un ragionamento un po’ provocatorio, anche sull’ipocrisia di quelli che interpretano il ruolo di eterne vittime”. Inizia così il contributo che Yvette Samnick, scrittrice, mediatrice culturale e fondatrice dell’Associazione camerunense di lotta contro la violenza sulle donne (Aclvf), ha voluto inviare all’agenzia di stampa Dire per intervenire sulla querelle nata nelle ultime settimane sulla richiesta di rimozione della statua di Indro Montanelli dai giardini di Porta Venezia a Milano.

“Marco Travaglio in un’intervista ha affermato che Montanelli era ‘figlio della sua epoca’“, continua Samnick, che ha raccontato la sua storia nel libro ‘Perché ti amo’ e si è formata nell’ambito del progetto della rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re per donne migranti richiedenti asilo e rifugiate sopravvissute alla violenza ‘Leaving violence, living safe’. “Non è assolutamente vero e mi sono chiesta che cosa cercasse di giustificare con queste parole- scrive- È un’ipocrisia, forse riferita al fatto che la bambina non era una ragazzina bianca quindi Montanelli aveva diritto di comprarla perché gli era stata consegnata dai genitori stessi? Se un uomo come lui, proveniente da una realtà dove esistono leggi che impediscono questo tipo di azioni, dove la bambine sono protette e tutelate, perché da uomo bianco ed ‘evoluto’ investito della ‘missione incivilimento dei popoli indigeni’ si è ritrovato ad accettare un tale abominio quando aveva la possibilità di scegliere di rifiutarlo? Questo la dice lunga sull’ipocrisia e sulla complicità che su questo tema esistono. Ci sono state molte ‘missioni di civilizzazione’ in Africa- continua la scrittrice- Ci hanno imposto la democrazia, la religione cristiana. Ci potevano imporre anche il rispetto dei diritti delle bambine. Ma, visto che eravamo considerati come una proprietà dai popoli colonizzatori, questo non è accaduto”.

LEGGI ANCHE: A proposito di Indro Montanelli, il fascista salvato dalla democrazia

Sottolinea Samnick nel suo articolo: “Di Montanelli ancora oggi ne continuano ad esistere, nel silenzio e nella complicità di tutti. La città balneare di Kribi, in Camerun, ad esempio, è uno dei luoghi di vacanza preferiti dagli occidentali. Lì, più della metà delle ragazzine tra i 15 e i 18 anni hanno già un figlio. Si tratta di bambini a maggioranza mulatti. E alto è il tasso delle malattie sessualmente trasmissibili, come l’Aids. Tanti Montanelli ogni anno vanno in giro per il mondo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, a stuprare o a fare sesso con delle bambine che vivono in situazioni di grande disagio e povertà. Si approfittano di questa debolezza per soddisfare i loro vizi di pedofilia. Di questo, però, non parla nessuno”.

Prosegue l’attivista: “Io non credo a questa sacra emozione che oggi suscita il caso di Destà, successo decenni fa. Non abbiamo bisogno di distrazione, con cui ci hanno manipolato nei secoli e che ancora oggi viene utilizzata senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Bisogna smettere di parlare al posto nostro. Non siamo più all’epoca dell”emozione è negra’ di Leopold Sedar Senghor e questo lo devono capire prima di tutto i neri. Oggi abbiamo gli strumenti per farci sentire, invece di fare le eterne vittime, che si lamentano sempre, che piangono, che hanno bisogno del consenso dell’uomo bianco per parlare ed essere ascoltate. Non abbiamo bisogno di qualcuno che parli al nostro posto, noi rivendichiamo ciò che spetta ad ogni essere umano: considerazione e diritti. Ogni bambina, ogni donna è uguale, non importa la sua provenienza, il colore della sua pelle”.

Conclude Samnick: “Io da africana non firmo nessuna petizione per la rimozione della statua di Montanelli, perché, secondo me, non ha nessuna importanza. Perché significa reagire con emotività e io sono ragionevole e obiettiva. Se la statua viene rimossa, il danno non viene assolto. Non mi cambia la vita come non cambia la vita di milioni di donne africane che subiscono ingiustizie e razzismo. Il problema è un altro e se molti attivisti africani si fossero fermati a pensare, non ne avrebbero chiesto la sua rimozione. Per me dovrebbe rimanere dove sta e, per dovere della memoria, andrebbe scritta la verità su quella statua, ciò che ha veramente fatto Montanelli, nel bene e nel male. Si deve lottare per quelli che sono ancora vivi senza cancellare la memoria né trascurare quelli che hanno perso la vita. Invece di fare dibattiti e petizioni sulla statua di Montanelli morto, bisogna cominciare a guardare ciò che accade vicino a noi, perché ancora oggi esistono migliaia di Montanelli vivi. Quindi, se volete lottare, andate ‘alla caccia’ dei Montanelli di oggi, perché quello con cui cercano di distrarci non può più fare del male a nessuno”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo “Io, africana, non firmo per la rimozione della statua di Montanelli. Ecco perché” proviene da dire.it.

]]>
VIDEO | La storia di papà Daniele: “Mio figlio in casa famiglia perché gli volevo troppo bene” https://www.dire.it/22-06-2020/476909-video-la-storia-di-papa-daniele-mio-figlio-in-casa-famiglia-perche-gli-volevo-troppo-bene/ Mon, 22 Jun 2020 13:31:47 +0000 https://www.dire.it/?p=476909

Il dramma del figlio tolto alle cure paterne perché ritenute 'alienanti'

L'articolo VIDEO | La storia di papà Daniele: “Mio figlio in casa famiglia perché gli volevo troppo bene” proviene da dire.it.

]]>
Il dramma del figlio tolto alle cure paterne perché ritenute 'alienanti'
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – Daniele F. è un papà che entra nella rubrica del coraggio, quella che abbiamo dedicato ai figli tolti a genitori definiti ‘alienanti’, di solito mamme. Questa volta c’è un uomo, un padre che ha spiegato all’agenzia Dire che tipo di dolore sia quello che si prova quando ti portano via un figlio, quando te lo strappano dalle braccia con un prelevamento forzato e “tu sei lì, impotente, davanti al suo dolore”. Lo paragona a quello dei naufraghi, a vedere “un bambino, un figlio, una persona” che affoga nel mare. Questo padre “è oggetto di persecuzione- afferma alla Dire il suo legale, Edoardo Scordamaglia- anche in ambito penale ed è stato messo ai domiciliari per quasi un anno. Sono all’ordine del giorno querele e denunce strumentali, da parte della madre di suo figlio, che lo accusa di stalking a mezzo social network, soltanto perché Daniele pubblica ogni tanto, per sfogarsi, alcuni commenti sulla vicenda, senza mai rivolgersi direttamente alla sua ex o a persone specifiche”. Questo è solo l’ultimo atto in ordine cronologico della storia, iniziata con una CTU del 2017 che ha diagnosticato “l’alienazione del bambino”, “il vincolo simbiotico” da parte del padre, “il troppo amore” come dice Daniele nel corso dell’intervista; ‘mio figlio, un bambino di 3 anni, è finito in casa famiglia per 9 mesi’.

Oggi questo padre da quel dolore prova a risorgere dicendo a se stesso quello che proverà a reinsegnare a suo figlio: “Che non c’è nulla di male nel volere troppo bene. Il bene non può essere troppo. Ma non potrò prenderlo subito per mano, dovrò riavvicinarmi piano” perché il bambino di una volta non c’è più, quel dolore “rompe ogni cosa- dice Daniele- rompe tutte le cose belle”.

La storia giudiziaria che porterà il piccolo Luca (nome di fantasia, ndr) a finire in casa famiglia è una storia di alti e bassi, di tentativi di superamento della conflittualità, di prove di ‘affidamento condiviso’, di ricorsi e di ben “4 richieste di decadenza in 4 anni dell’autorità genitoriale paterna”, da parte della madre del bambino, “tutte rigettate”.

“Il calvario giudiziario inizia nel gennaio 2013- racconta Daniele alla Dire- quando mio figlio aveva 2 anni e c’era un tira e molla con la mamma. Viene depositata una richiesta di decadenza della patria potestà nei miei confronti dal Tribunale per i minorenni di Sassari. La motivazione era pazzesca: ‘pretendevo di allattare mio figlio dal mio seno’ e ‘gli insegnavo e parlavo in inglese e per questo venivo accusato di isolarlo socialmente’. Anche con il giapponese i servizi sociali mi hanno accusato di ‘adultizzare il bambino’. Quella richiesta non portò a nulla e il giudice ci invitò a seguire un percorso genitoriale al quale abbiamo adempiuto”.

Ma “durante l’estate il bambino era sempre con me, mi veniva lasciato. Sono un libero professionista, sono onorato di essere il padre di mio figlio e ho deciso di dedicarmi a lui magari con qualche soldo in meno”. Daniele in tutto il corso dell’intervista, non esprime giudizi sulla mamma di suo figlio, parla di “differenza di età” e “scelte di vita” della mamma del piccolo che la portano spesso ad allontanarsi, a lasciare il bambino, “non giudico” ripete di continuo.

“Il 22 ottobre 2014” arriva il primo prelevamento di Luca. “Vivevamo in due case e il bimbo era sempre con me. Per la seconda volta il Tribunale dei minori su istanza della madre emette una sospensione temporanea della patria potestà ‘inaudita altera parte’ e mi portano via il bambino. Mi chiedono di farmi trovare nella piazza presso lo studio del mio legale. Quattro ore di paura, singhiozzi, le urla di mio figlio e delle persone dai balconi che assistevano alla scena. Presenti la madre, il legale, la madre di lei e un paio di amiche”. Il video che Daniele porta alla nostra redazione documenta questi momenti di grande paura che vive il bambino, mentre cerca di attaccarsi al padre con tutte le sue forze. “Ma il bambino non era stato rapito” dice Daniele, “era spesso lasciato alle mie cure”, “la mamma andava e veniva”.

“La mattina a Sassari m’incateno al Tribunale e chiedo di avere udienza con il giudice che ha deciso questo, decide di uscire fuori e mi dice: ‘Non ho ordinato nulla del genere’. Entro e faccio la mia deposizione. E il Tribunale stabilisce- precisa Daniele- che lo posso vedere tre pomeriggi alla settimana, ma non succede. Lo vedo solo un paio di mesi dopo e il bimbo scappa via, io ovviamente non l’ho forzato”.

“A gennaio 2015, poi- continua il racconto- il Tribunale dei minori mi restituisce la patria potestà e stabilisce che sia il Tribunale ordinario a stabilire orari di visita”.
Le cose cambiano ancora. “La mamma si riavvicina” spiega Daniele, che accetta per il bene del bambino “un percorso di affido più che condiviso: viviamo a 3 km uno dall’altra e con questa modalità Luca avrebbe potuto godere di entrambi i genitori. Era una proposta di affido più che congiunto che ebbe i complimenti del Tribunale quando l’abbiamo presentata, solo incentrato sull’equilibrio del bambino, di noi non c’era niente e firmiamo così questo decreto che responsabilizzava ognuno di noi”. Ma il tutto dura poco, pochissimo. “Il bambino- racconta Daniele- è sempre con me. Io sono contento, ma chiedeva della mamma e la mancanza di un genitore si sente nella crescita e bisognerebbe cercare di minimizzarlo. Glielo dicevo. Le spiegavo. Ad aprile lei va in Svizzera. Ogni tanto chiamava il bimbo che iniziava a non volerle rispondere al telefono”. Daniele dice di provare a mediare, a tenere la rotta di quel modello di affido condiviso, ‘fino alla proposta della mamma di andare a vivere in Svizzera con il piccolo”, che invece Daniele rifiuta. “Per mesi di lei non si sa niente, Luca inizia l’asilo e lo trasferisco nel plesso del mio paese ma dopo una settimana mi dicono che non possono tenerlo perché la madre si è opposta a questo trasferimento”.

E’ allora che Daniele si dice costretto a un “ricorso al tribunale ordinario per l’affido esclusivo. A luglio 2016 c’è la prima udienza- spiega- viene negato l’esclusivo e istituiscono una psicologa come figura super partes. Accetto questa figura e le peritali verranno nominate 6 mesi dopo. Quella figura risulta iscritta come CTU nel Tribunale ed è lei che si spaventa della reazioni del bambino di fronte alla madre e dice di portarlo a casa. Subito dopo viene nominata Ctp di controparte e mi dice che devo pagare 160 euro a seduta. Mi rifiuto di pagare. Affrontiamo il percorso di CTU dove l’esito è che viene diagnosticata ‘l’alienazione del bambino o simbiosi’, ‘troppo amore’, fino a ‘comportamenti al limite di pericolosità per il bambino e l’ex compagna’’. La CTU dichiara esplicitamente: ‘Emerge simbiosi e assertività al pensiero paterno, con elementi tipici della alienazione genitoriale di Gardner (PAS, dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome, 1984)’.

“M’incateno per la seconda volta al Tribunale di Tempio Pausania- continua Daniele nel suo racconto- L’udienza è il 14 febbraio 2017 e dieci giorni dopo mi portano via il bambino i servizi sociali, una psicologa, una pedagogista, alla presenza di 15 agenti delle forze dell’ordine, solo 2 in uniforme e nessuna ambulanza. E’ stato un processo lungo e doloroso ed è terrificante- dice con un filo di voce Daniele- assistere a tuo figlio che ti chiede aiuto e tu sei costretto a girarti dall’altra parte”.

Il piccolo “finisce in casa famiglia. I primi incontri protetti con la madre li ha dopo sei mesi. Rimane in casa famiglia nove mesi e io- racconta Daniele- lo vedo 45 giorni dopo, mentre prima lo sentivo solo al telefono: le prime due settimane solo cinque minuti al telefono, piangevamo e basta, tutti e due. Questo era il percorso prescritto dalla CTU: ero da annullare- ribadisce Daniele- e il bimbo da resettare. La stessa comunità diceva che il bambino stava male e che il papà era l’unica figura di riferimento. Non ho mai parlato male della madre, non ho mai osteggiato quel rapporto” ripete Daniele che dice di avere tutto documentato, tabulati telefonici, irreperibilità della madre nei suoi trasferimenti, quei video in cui il bambino non vuole staccarsi da lui: “In nome della PAS” secondo una CTU.
“Dopo la casa famiglia- continua- viene dato in affido esclusivo alla madre che si è risposata nel frattempo, vive a 4 km e io posso avere solo incontri protetti 1 ora alla settimana. Il bambino è sempre più distaccato”.

Il penultimo atto di questa storia arriva ad “aprile 2018- prosegue Daniele- quando ristabiliscono un affido congiunto confuso, con telefonate libere ed incontri protetti per reintegrarmi nel rapporto con mio figlio. Chiediamo due pomeriggi e due weekend, ma scopro che la controparte aveva presentato una terza richiesta di decadenza di patria potestà, sempre cassata. In Corte d’appello ristabiliscono l’esclusivo, ma da un anno e mezzo non vedo mio figlio perché considero gli incontri protetti non più produttivi”.

Parallelamente a questo procedimento giudiziario, in sede civile “Daniele è finito ai domiciliari per alcuni commenti su facebook assolutamente inoffensivi- sostiene il suo legale- e rientranti nei canoni del sacrosanto diritto di pensiero. Secondo la Procura sono commenti indiretti, ma allusivi alla persona offesa, che leggendoli potrebbe subirne un danno. Come se per scrivere un commento su facebook servisse uscire da casa e per questa ragione comunque la libertà di Daniele è stata limitata. Grazie al supporto dell’avvocato Vincenzo Morelli la misura è stata revocata dal Tribunale del Riesame di Sassari, perché totalmente illogica. Esistono misure meno afflittive, come ad esempio il divieto di comunicare anche con mezzi telematici che avrebbero assolto al compito di evitare che Daniele traumatizzasse la sua ex a distanza con dei commenti su una pagina facebook, che indirettamente potrebbero aver danneggiato la psiche della sua ex compagna. Invero, ahimè, questi sono tentativi di far desistere Daniele dal continuare a sperare e combattere per recuperare il rapporto con suo figlio. Daniele non si arrende”.

L’ultimo atto della storia è ancora da scrivere. “Giunge fino a Roma- ricorda il legale Scordamaglia- e affida all’esperienza dell’avvocato Andrea Severini l’istanza di revisione dell’affidamento di Luca al Tribunale di Tempio Pausania per poter tornare a vedere il proprio bambino in maniera civile ed umana. Subito dopo, a distanza di meno di un mese, i Carabinieri sono di nuovo alla sua porta. Questa volta non sono lì per notificargli gli arresti domiciliari, ma per effettuare una perquisizione che fa parte delle indagini su quel reato di stalking, i commenti su facebook di un anno prima insomma. Siamo all’assurdo. Il computer ed il telefono di Daniele sono sequestrati e saranno effettuati dei controlli da un perito che dovrà appurare se contengono tracce di altri commenti o pubblicazioni sui social network da parte di Daniele. Se tutto va bene rivedrà il telefono ed il computer tra cinque/sei mesi. Sembra che questo padre sia un terrorista. Daniele ha perso un lavoro che stava facendo per un cliente, uno dei pochi rimasti dopo tutta questa vicenda. L’udienza per chiedere di modificare le modalità di affidamento del piccolo Luca è fissata a gennaio 2021. Daniele è esausto, già si è incatenato fuori dal Tribunale in passato, ma a poco è servito. E’ un papà a cui è stato tolto tutto, che ad ogni tentativo di riavvicinarsi a suo figlio, subisce denunce, indagini, perquisizioni, sequestri. Ha perduto la libertà, il lavoro, la dignità e, soprattutto, suo figlio. Merita un grande rispetto, perché ha scelto di rialzarsi ogni volta”.

Daniele si domanda se la fotografia attuale della sua situazione, lo strazio vissuto da suo figlio sia la famosa bigenitorialità rivendicata da tanti. Come si fa, si domanda, a ricostruire un rapporto che c’era e che è stato annientato attraverso degli incontri protetti? “Ho chiesto una revisione e voglio essere positivo. Io non ho fatto nulla. Mi lascia perplesso che nessuno pensi a cosa tutto questo abbia generato nel bambino. Quando è uscito dalla comunità il bimbo aveva 6 anni e mezzo e disse ‘io vivo un po’ da mio padre e da mia madre oppure resto qui’. Questa era la sua determinazione. Tutti avrebbero dovuto allinearsi a questa volontà”.

Daniele non può mettersi alle spalle il suo difficile percorso e assicura: “Metterò a servizio di altri genitori come me l’esperienza che ho maturato. A mio figlio dirò tutto verbalmente, quando potrò riavvicinarmi a quel bambino che allora non voleva staccarsi dalle mie braccia”. La speranza è gennaio 2021, e intanto nell’attesa di questa prossima udienza Daniele “non si arrende e non si arrenderà” come dice il suo avvocato, in nome di quegli anni ‘purtroppo rotti per sempre” come ha detto, “quando Luca imparava ad andare in bicicletta, quando si facevano i viaggi insieme…”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

L'articolo VIDEO | La storia di papà Daniele: “Mio figlio in casa famiglia perché gli volevo troppo bene” proviene da dire.it.

]]>