“In Italia moltissime mamme distrutte dal sistema giudiziario”

Articolo di Cristiana Rossi, speciale 'Mamme Coraggio'
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ROMA – “Quante madri coraggio esistono in Italia oggi? Credo moltissime. Si tratta di donne completamente distrutte da un sistema giudiziario che di fatto le condanna ad un ulteriore violenza soltanto per aver salvato la propria vita, e quella dei propri figli, da un compagno o marito violento”. Sono le ‘Riflessioni’ di Cristiana Rossi, mamma coraggio, di cui DireDonne ha raccontato il caso. La storia di Cristiana inizia dopo la separazione da un uomo violento, quando sua figlia ha 2 anni e mezzo e si conclude quando la piccola ne ha ormai 11. Riesce a non farsela portare via dai servizi sociali difendendola da sola in tribunale, perche’ oltre ad essere una mamma coraggio, e’ amministratore giudiziario, perito della Procura e revisore contabile. Oggi è la presidente dell’Associazione So.Germa con cui vuole aiutare altre donne che si trovino a vivere la stessa situazione. Quello che descrive Cristiana Rossi nel suo articolo “è il calvario lungo numerosi anni che tutte queste donne sono costrette a vivere lottando per non soccombere, con il fondato terrore che, quasi inevitabilmente, i propri figli subiranno dei provvedimenti giudiziari volti a strapparli letteralmente – in un modo o in un altro – alla loro vita, alla loro famiglia. Troppo spesso i casi di violenza domestica, stalking e maltrattamenti in genere, non vengono affrontati adeguatamente e nel modo corretto. Troppo spesso si arriva perfino ad ignorare anche tutti quei comportamenti messi in atto dai soggetti maltrattanti nei confronti dei loro stessi figli. Per tale motivo non si può separare, neanche nel dolore, la madre dai propri figli. 

“La violenza- scrive ancora Cristiana Rossi- è dunque sopraffazione, sì, ma non soltanto fisica. Non meno rilevanti e privi di effetti negativi sono anche quei comportamenti volti a sottomettere psicologicamente una donna. Tutti quei condizionamenti di natura economica posti in essere dall’uomo soltanto per creare nella donna una dipendenza totale, impedendole in qualsiasi modo di autodeterminarsi sotto tutti i profili. Troppo spesso si commette l’errore di ritenere che ciò colpisca soltanto la donna, senza però considerare l’inseparabilità della stessa dai propri figli. Non giova affatto dimenticare che, sotto un profilo psicologico, gli stessi esperti sostengono che i danni provocati dalla violenza assistita non sono meno rilevanti di quelli provocati dalla violenza direttamente subita. Eppure tutto ciò viene troppo spesso declassato a conflitto, come se fosse soltanto un problema originato da una litigata tra due persone ovvero un’incapacità di due soggetti a trovare un accordo. E mi chiedo- continua Cristiana Rossi- come si può credere che un bambino che viene picchiato da un genitore ovvero assiste alle violenze perpetrate in danno dell’altro genitore, spesso la madre, abbia un forte desiderio di incontrare, anche se in modalità protetta, frequentare ovvero addirittura vivere con il genitore maltrattante?. Mi chiedo, in questi casi, qual è effettivamente il soggetto al quale si garantisce il diritto alla bigenitorialità? Sembra strano, ma ritengo senza alcuna presunzione, che sussista la reale necessità di ricordare e chiarire cosa si intende per violenza: ‘Come la tendenza abituale a usare la forza fisica in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione, coartando la volontà altrui sia di azione sia di pensiero e di espressione, o anche soltanto come modo incontrollato di sfogare i propri moti istintivi e passionali’ (Treccani). La parola conflitto invece viene definita come ‘la relazione antagonistica fra soggetti individuali o collettivi in competizione fra loro per il possesso, l’uso o il godimento di beni scarsamente disponibili’. L’uso indistinto e spesso improprio della parola ‘conflitto’ nei tribunali italiani- scrive ancora- sembra determinare evidentemente, come se fosse un meccanismo automaticamente innescato, l’associazione del fenomeno alla ormai famosa PAS ovvero Sindrome da Alienazione Parentale. Detta sindrome, come viene interpretata nei nostri tribunali, sostiene che se un bambino non vuole vedere il genitore non convivente che quasi sempre in questi casi coincide con il genitore maltrattante, senza una reale motivazione, è perché l’altro genitore agisce per ostacolare tale rapporto”.

“Ci si dimentica però- prosegue nel suo articolo Cristiana Rossi- che il bambino figlio di una donna maltrattata che spesso a sua volta è vittima, ha un motivo ben preciso e valido per non avere, naturalmente, il desiderio di incontrare il genitore maltrattante. È palese che nella mente di queste persone, non è concepibile che il bimbo non desideri affatto vedere il papà perché lo picchiava tutte le sere o tutti i giorni, che picchiava la madre e creava un continuo clima di terrore in casa. E’ più facile utilizzare la PAS, senza alcun fondamento scientifico, come più volte spiegato dagli esperti, che affrontare coraggiosamente ‘la violenza’ rendendo giustizia non soltanto alle donna, ma soprattutto ai loro bambini. Chiamiamo ogni cosa con il nome corretto: la parola conflitto nella lingua italiana non è sinonimo della parola violenza, ma hanno due significati molto diversi che impongono necessariamente l’impiego di ciascun termine nel contesto corretto ed adeguato. Ciò che più sorprende è che tale errore viene troppo comunemente commesso anche da persone colte che svolgono per definizione delle professioni con un rilevante ruolo sociale: come l’avvocato, il giudice, lo psicologo, ecc. Viene da chiedersi se in realtà si tratti soltanto di una effettiva mancanza di cultura ovvero altro?! Se un uomo picchia una donna, lo fa perché è un violento, e non perché ha un rapporto conflittuale. Se si cominciassero a riconoscere le dovute distinzioni- conclude- sono convinta che ci sarebbe meno dolore e soprattutto ci sarebbero più bambini liberi di crescere sereni insieme alle loro mamme”.

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31 Ottobre 2019
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