R.D. Congo, Carcano (Avsi): “Spieghiamo ebola e fermiamo l’epidemia”

Il capomissione: "C'è diffidenza nella popolazione, i rischi sono malcompresi"
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ROMA – “Contro ebola non esistono molte precauzioni: ci si lava le mani prima di toccare la maniglia per aprire la porta, oppure si evitano le strette di mani. Noi di Avsi puntiamo sulla formazione degli studenti nelle scuole, degli insegnanti e delle famiglie. Perché l’epidemia si ferma solo spiegando che cos’è ebola, i rischi che comporta, e convincendo le persone a fidarsi degli operatori medico-sanitari, verso i quali c’è molta diffidenza. Speriamo bene”. E’ la testimonianza di Nicolo’ Carcano, capomissione per Fondazione Avsi, organizzazione che in Congo segue 15 progetti orientati all’educazione e alla formazione. Carcano parla da Goma, città in cui si è registrato un solo decesso, mentre ieri è circolata la notizia di un caso di sospetto contagio.

Siamo nella provincia del Nord Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo, dove da ormai un anno ebola c’è, e ha già colpito 2.250 persone, tra cui circa 1.700 hanno perso la vita. Tutto è partito da Beni e Butumbo. Ma a Goma, dice Carcano, “l’emergenza non c’è, la gente è tranquilla”.  Il problema è che ebola non solo è una malattia letale, ma si propaga anche molto facilmente: basta il contatto cutaneo o lo scambio di fluidi per contrarre la febbre emorragica. Una minaccia alla salute di queste comunità, ma anche a tradizioni culturali che affondano le radici in tempi lontani. “Le persone qui sono espansive” sottolinea Carcano.

“E’ difficile convincerle a non stringersi la mano quando si incontrano o a non vegliare le spoglie di un parente quando muore, una pratica che deve durare cinque giorni. Ma non c’è niente di più infettivo del cadavere di chi è stato ucciso da ebola”.

E purtroppo, osserva il responsabile, “c’è una fortissima resistenza verso gli staff che si occupano della risposta medica. I tre casi registrati in Uganda erano tre congolesi ammalati, fuggiti perché avevano paura di curarsi”. In Congo, calcola Carcano, “su 90 milioni di abitanti, solo il 9% ha accesso alla corrente elettrica: i media non esistono e chi vive nelle comunità rurali non sempre ha avuto una formazione scolastica e sulle nozioni igienico-sanitarie di base”.

IL PROGETTO

Per sopperire a queste lacune, a giugno la Fondazione ha lanciato un progetto a Beni, a cui lavorano 30 persone. “Ci occupiamo di informare bambini e ragazzi nelle scuole sulla natura di ebola, sulle precauzioni da adottare e su cosa bisogna fare in caso di sospetto contagio” dice il capomissione. “Forniamo anche kit per il lavaggio delle mani e la misura della temperatura. A settembre, quando riapriranno le scuole, puntiamo a raggiungere 80mila studenti in 264 istituti. Intanto abbiamo tenuto incontri con 1.600 insegnanti, con i presidi e con i comitati dei genitori, raggiungendo altre mille persone circa”.

Per le strade di Beni è facile incontrare gli operatori medico-sanitari all’opera: tute bianche, caschi chiusi e guanti gialli, sono incaricati di portare i malati sospetti nei centri adibiti dal governo e dalle organizzazioni internazionali per effettuare le analisi che confermeranno o meno il contagio. Dato che l’allerta scatta con 37,5 di febbre, è facile scambiare ebola per malaria o per altre malattie che in questa regione si manifestano con la febbre.

“Gli operatori entrano nelle case, a volte anche per portare via i cadaveri, che devono essere immediatamente bruciati” dice Carcano. “La gente per i primi nove mesi non capiva il perché di queste pratiche, percepite come violente, e che in qualche caso hanno suscitato brutte reazioni. Ora va meglio”. Per questo, sottolinea il capo missione, “ci preoccupiamo di fornire anche assistenza psico-sociale per chi ha perso un parente. E trattandosi già di 1.700 vittime, in un contesto in cui prevale il senso di ‘famiglia allargata’, in tanti hanno subito un lutto”. Si tratta di un altro modo, secondo Carcano, per colmare “l’assenza di comunicazione tra le istituzioni e la popolazione”.

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