Raccontare il rock è il mestiere dei giornalisti musicali. Il genere ha visto negli Usa e nel resto del mondo esprimersi le penne eccellenti di Al Aronowitz e Ralph Gleason, di Peter Guralnik e Greil Marcus, Robert Christgau e Lester Bangs, tutti impegnati dagli anni ‘60 a narrare un mondo che cambiava, ed a raccontare storie e visioni musicali di Bob Dylan e di Elvis Presley, dei Ramones e dei Beatles, dal punk e della rivoluzione della musica digitale. Negli ultimi anni è venuto spesso il momento in cui i critici musicali decidono di non raccontare le storie degli altri, ma di mettere su carta le proprie vicende, il proprio rapporto con gli autori, con i dischi, con il tempo. Nascono così bellissime autobiografie umanistico-artistiche, una su tutte What Nails It, il libretto-capolavoro di Greil Marcus che mette insieme la California psichedelica con la pittura, la morte ed i sogni di rivoluzione sociale.
Anche l’Italia non sfugge a questa benevola tentazione. Ecco così Riccardo Bertoncelli, uno dei più influenti critici musicali italiani (Guccini gli dedicò uno dei versetti più tosti della sua già incazzatissima Avvelenata) uscirne con Abitavo a Penny Lane, godibilissima narrazione di un giovanotto che ha avuto la fortuna di vivere tra il Piemonte e Londra, incontrando ed ascoltando mezzo mondo pop, blues e rock. Ma in questi giorni è stato pubblicato un altro volume a firma di un critico musicale che colpisce per sincerità, vivacità, intensità, chiave di lettura: si tratta di Boomer’s Story. Come la musica ci ha salvato la vita (Arcana editore, 192 pag. Roma 2026), libro-confessione a cuore aperto firmato da Paolo Vites, sessantaduenne giornalista ligure con una poderosa carriera nel giornalismo musicale, riferimento indiscusso per gli amanti di Bob Dylan, e che ha messo la firma su libri dedicati (tra gli altri) a Patti Smith, Bruce Springsteen, Cat Stevens, Clash e Francesco De Gregori.
La particolarità di questo volume è che Vites ci porta dentro alla storia di un giovane italiano “qualsiasi”: un adolescente cresciuto nell’entroterra ligure che negli anni ‘70 scopre la fascinazione di quelle musiche che arrivavano attraverso le radio, e che i negozi di dischi vendevano preziosamente e quasi nascostamente come sui marciapiedi si smerciava del pakistano nero.
“Avevo tredici anni quando comprai il mio primo disco di Bob Dylan. Si intitolava Desire. Non credo alle coincidenze, ma ai segni si. Quel titolo, in un momento ancora indefinito della mia adolescenza suonava come una rivelazione. Desiderio: dal latino desiderium, derivato di desiderare”. Ecco il fil rouge di questa confessione autobiografica: a tenere viva la fiamma del rock c’è un desiderio. Quello di chi suona e di chi canta, e che crea un misterioso feeling eterno con il cuore di chi ascolta. Desiderio che accomuna: di autenticità, di bellezza, di amore, di sesso, di verità, di vita, di eternità. E’ lui l’antidoto alla tristezza, alla depressione, alla solitudine.
Quel desiderio, che si snoda tra racconti che toccano migliaia di concerti, di interviste, di dischi ascoltati, di film musicali visti e rivisti, è la traccia che Vites segue nelle sue pagine dai primi anni ‘70 ai giorni nostri. Una traccia che è raccontata attraverso le canzoni di Bob Dylan, i dischi di Eric Clapton e di Derek and the Dominoes, di Nick Drake e dei Grateful Dead di Workingman’s Dead, che giunge alla speranza tutta italiana suscitata da Eugenio Finardi e che piange sulla fine tragica di Sinead O’Connor. Nelle pagine del volume si passa in una corsa vorticosa e mai superficiale dall’adolescenza all’oggi, passando per il punk, il folk-rock, la Nitty Gritty Dirt Band, gli Hot Tuna e Leonard Cohen. E’ chiaro che la sofferenza autentica, lo sprazzo esistenziale (da Hank Williams e Jim Morrison in poi) è il tratto che muove emotivamente l’autore del libro, ma sempre come risonanza di quel “desiderare” che mette in moto la storia e l’arte.
Nel volume edito da Arcana, nel suo complesso, c’è passato e c’è nostalgia da boomer (da cui il titolo, che però è anche citazione di un disco di Ry Cooder del 1972) ma c’è posto anche per qualche autore contemporaneo, con i consigli sussurrati di ascoltare Espers, Midlake, Big Thief, anche se il cuore di Vites batte sempre sulle stesse note: “amo molto individualisti sofferenti come Bon Iver e Sufian Stevens”. Qua e là ci sono anche note per i Maneskin e per il loro chitarrista Thomas Raggi, ma non sono positive, come pure quelle su rappers e trappers vari, mentre l’autore confessa un divertente “cambio di parere” sugli Oasis, prima malamente sopportati e poi amati come esponenti di una classe operaia britannica fondamentalmente autentica e immediata.
Boomer’s Story si conclude con la vittoria della memoria sulle dissonanze del presente: ciò che ti ha toccato il cuore una volta, non tramonterà mai e ti farà guardare alle cose con un occhio di speranza. Le canzoni del passato sono, dice Vites, piccole voci. Quelle che appaiono dai decenni andati, dagli scaffali, dalle reti radiofoniche e ci raggiungono quando meno le attendi. “Le piccole voci sono quelle che non vogliono imporsi, ma solo dire: ecco io ci sono. Quando hai bisogno ci sono. Non dimenticarti di me. Non dimenticare la mia piccola voce. Per favore: siamo parte di te”. Sono le canzoni, dice Vites, che ci hanno tenuti in vita. E che anche attraverso il suo libro continueranno a farlo.





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