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In Africa un progetto per ridurre le adozioni straniere

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"La principale novità è che questo intervento punta a prevenire l'abbandono dei minori" spiega all'agenzia Dire il coordinatore di 'Home' per l'ong Avsi Marco Rossin
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ROMA – “Fare cooperazione allo sviluppo significa mettersi prima di tutto nell’ottica di imparare, di aggiungere qualcosa al bagaglio di competenze che riportiamo in Italia. In Costa d’Avorio, tra i bambini con disabilità e il personale che li segue negli orfanotrofi, non è molto diverso”. Marco Rossin è il coordinatore per l’ong Avsi del progetto ‘Home – Ghana, Costa d’Avorio, Sierra Leone: Network per l’accoglienza e l’educazione di Minori vulnerabili’, realizzato in partnership con Amici missioni indiane onlus (Ami), Associazione amici dei bambini (Ai.Bi), Vis – Volontariato internazionale per lo sviluppo e Missioni Don Bosco.

L’agenzia Dire dialoga con Rossin del progetto che coordina da quattro mesi e coordinerà per i prossimi 14, e che gode del finanziamento della Commissione adozioni internazionali (Cai). “La principale novità sta nel fatto che il Cai, con questo intervento, punta a ridurre le adozioni, prevenendo l’abbandono dei minori” dice il responsabile, convinto che l’adozione dei minori da parte di famiglie all’estero, per quanto lodevole, non possa “prescindere da un intervento integrato nelle comunità d’origine”.
Un compito non facile però, in Paesi dove la povertà è diffusa e i minori spesso sono costretti a lavorare. Un bambino che presenta un deficit fisico o mentale rischia di diventare un peso insostenibile per la famiglia e, in assenza di meccanismi di assistenza sociale o medico-sanitari, la sua stessa sopravvivenza è a rischio. Lo stesso può valere anche per gli orfani “normodotati”. Ecco perché Home ha avviato una collaborazione con vari orfanotrofi in Ghana, Costa d’Avorio e Sierra Leone. Luoghi in cui “le necessità sono così tante- riferisce Rossin- che i responsabili per prima cosa hanno chiesto interventi pratici”.

Il centro per bambini orfani e disabili di Dabou ad esempio, nella periferia di Abidjan, “ci ha chiesto di costruire delle pedane per evitare di dover trasportare i bambini paraplegici in braccio”. Cose semplici che “rendono la vita quotidiana migliore, ma non fanno la differenza” evidenzia il responsabile.
A cambiare le cose sono allora interventi con un impatto più ampio: “Dal confronto avviato coi responsabili locali, abbiamo deciso di avviare attività formative rivolte a operatori ed educatori, ma anche assistenti sociali e personale ministeriale”. Un nodo cruciale è mettere a valore “la resilienza che abbiamo scoperto in questi centri e da cui dovremmo tutti imparare”.

Rossin continua: “Nei centri il personale si dedica completamente a bambini e ragazzi. I più gravi o, peggio, quelli che sopravvivono a patologie per lo più mai adeguatamente curate, restano ospiti dei centri anche se hanno più di 30 anni. Questo avviene in un contesto in cui è quasi scontato che nessuno se ne occuperà. A meno di nascere in una famiglia benestante, i disabili non hanno futuro”.
D’altro canto però, avverte Rossin, “l’unicità del bambino, l’attenzione per le sue caratteristiche e le sue potenzialità, è quasi inesistente: viene considerato un membro del gruppo a cui garantire cibo, abiti e un posto caldo in cui dormire”.
I percorsi formativi offerti, assicura Rossin, sono stati definiti assieme ai partner locali e si articolano su più livelli: ci si rivolge prima agli oltre 200 attori istituzionali individuati nei tre Paesi target, tra cui il personale dei vari ministeri dell’Istruzione. Poi “il personale degli istituti per minori, a cui spetterà poi formare a loro volta i colleghi”. Infine, “ci sono le famiglie affidatarie e adottive, in tutto oltre 500”.
L’obiettivo è anche quello di “preparare i genitori affidatari – o adottivi, come nel caso della Costa d’Avorio- ad accogliere meglio i bambini in casa. Se questo processo funziona- conclude Rossin- dall’estero si adotteranno meno bambini. Per ora però le adozioni interne sono molto poche”.

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