martedì 13 Ottobre 2026

Scandali, sospetti, e arbitri al var: le Olimpiadi sono diventate la Serie A

La scherma, la boxe, persino nel judo: il calcio con le sue isterie s'è mangiato lo spirito olimpico. Ha vinto il bar sport

ROMA – Il furto. La porcheria. La vergogna. La grammatica del complotto, l’errore di parte, il sospetto. E le proteste, ufficiali, ufficiose. L’isteria alla deriva in tv. I Giochi alla fine issano bandiera bianca: dateci la tregua olimpica, ché tanto quella originale delle guerre non se la fila più nessuno. Le estati delle emozioni basilari, a volte tenerissime, della scoperta di sport mai visti, di campioni misconosciuti, è un ricordo d’infanzia, di quelli color seppia buoni per il marketing delle merendine “fatte come una volta”.

La realtà s’è piegata a forma di pallone. In pochi giorni di gare il calcio – in contumacia, nella sua versione più pelosa – s’è mangiato tutto il lirismo olimpico. Gli arbitri ce l’hanno con noi, la var ha invaso le pedane della scherma. E guardali quei giudici con gli occhi a mandorla, vuoi che non tifino – sotto sotto – per l’atleta di Hong Kong? Tutto così.

Per quanto resista l’epica, quasi indomabile, degli eventi, quel dolce liquido amniotico che così bene ci proteggeva dalla ragione e dalla irragionevolezza esterna si sta consumando. Lo scriveva il Telegraph nel giorno della cerimonia d’apertura: “Lo spirito olimpico è morto, ormai i Giochi sono solo lo specchio di un mondo danneggiato”.

E’ un’invasione di cavallette. Il bar sport che adotta il judo, la boxe, il fioretto. Odette Giuffrida che piange privata del “suo” bronzo per somma di ammonizioni (“shido”, si dice), come un terzino qualunque. Stessa sorte di Manuel Lombardo. Abbes Aziz Mouhiidine “scippato” dai voti d’un tavolo discorde. Arianna Arrigo, la portabandiera, che al monitor perde all’ultima stoccata, fino al macello di Filippo Macchi.

Mentre le Olimpiadi segnano la sconfitta della tecnologia, i suoi limiti, e la persistenza del fattore umano che ormai non sopportiamo più, nemmeno per principio, c’è come una soddisfazione sotto pelle nel poter ammettere che in fondo tutto il mondo è paese. II Paese della mediocrità, pur nella massima espressione quadriennale dell’eccellenza. Vi lamentate del calcio e poi alla prima occasione ecco le stesse nevrosi…

Sopravvive, per educazione atavica degli sport “minori” (come sa essere altisonante la prosopopea calciofila), il disturbante decoro dell’accettazione del risultato, che sia colpa d’un centesimo o d’un arbitro “in giornata storta” (ah, quante lezioni dalle domeniche passivo-aggressive della Serie A). Leggasi lo stesso Macchi, il giorno dopo su Instagram. O l’intervista, a caldissimo, di Benedetta Pilato in lacrime. Una misura, – l’ultima, in saldo – di quanto ancora resiste, lo sport, in questa sua veste olimpica sempre più lisa.

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