Violenza donne, Cav Perugia: “Dei 420.000 per noi nemmeno un centesimo”

"Debiti 230.000 euro per ritardi, così chiudiamo"
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ROMA – “Abbiamo esaurito qualsiasi tipo di liquidità. Sappiamo che la buona volontà c’è, perchè sia la Regione che i Comuni hanno lavorato con noi al tavolo per mettere in piede la rete di contrasto alla violenza di genere, ma gli aspetti burocratici rallentano l’erogazione dei fondi. Per un’associazione come la nostra, che è una onlus, diventa difficile sopravvivere ai tempi dello Stato”.

È un sos quello che Elisa Piazzoli, operatrice del centro antiviolenza ‘Catia Doriana Bellini’ di Perugia gestito assieme al centro ‘Liberetutte’ di Terni dall’associazione ‘Libera…mente Donna’, lancia in un’intervista all’agenzia Dire. I due centri, infatti, rischiano la chiusura se entro il 10 agosto non verrà erogata almeno una parte dei 420mila euro assegnati nel 2019 all’associazione, tra fondi nazionali, regionali e risorse relative a singoli progetti. Ad oggi, infatti, non è ancora arrivato a destinazione nemmeno un euro.

Non solo. I centri sono anche gravati da un’esposizione debitoria nei confronti di banche e fornitori “per un totale di 230mila euro, 25mila solo di spesa alimentare”, senza contare che “l’ultimo stipendio delle operatrici, quello di marzo, è stato pagato solo pochi mesi fa”.

Una situazione “insostenibile” per Piazzoli, membro del consiglio direttivo dell’associazione che dal 2014 garantisce all’Umbria l’apertura delle uniche quattro case rifugio della Regione, in cui ad oggi sono ospitate circa 25 donne vittime di violenza con 25 minori. “Dal 2014- spiega l’operatrice- abbiamo ospitato nelle case rifugio 112 donne e 119 minori e accolto nei centri oltre 1.500 donne, 162 quelle nuove che si sono rivolte a noi dall’inizio del 2019”.

Numeri importanti per una rete territoriale ben costruita ma giovane, che si scontra con le lungaggini burocratiche. “Il problema sono i ritardi, dovuti a una serie di ragioni- chiarisce Piazzoli- A livello nazionale i finanziamenti sono bloccati per tutti, perchè il Dpcm per la ripartizione alle Regioni dovrebbe vedere la luce in questi giorni, il che significa che presumibilmente i fondi non arriveranno prima di settembre-ottobre. L’erogazione di quelli regionali è legata ad una serie di piani e progetti su tutto il sistema di rete.

Quest’anno- precisa- siamo riuscite a realizzare una Convenzione biennale che prevede anche un protocollo con gli altri servizi, dai Comuni alle forze dell’ordine, dalle Asl agli ospedali, alle questure”. Progetti presentati in tempo “che la Regione ci ha chiesto di modificare”. Così, tra le modifiche e la firma del protocollo “si è accumulato un ritardo di mesi”. E se da parte della Regione “c’è la volontà di accelerare i tempi, nei Comuni il rischio è che tra ferie estive e messa a bilancio si arrivi a settembre-ottobre”.

La chiusura “comporterebbe per le donne in accoglienza un rimando agli altri servizi regionali e una segreteria telefonica che reindirizzi al numero verde regionale- spiega l’operatrice- Per quanto riguarda, l’ospitalità, invece, ci dovremo affidare alla presa in carico dei servizi sociali o al volontariato, perchè comunque siamo un’associazione e ci impegneremo continuare a dare in qualche modo la nostra disponibilità alle donne ospiti. Per quelle accolte, invece, saremo costrette ad interrompere qualsiasi tipo di percorso attivato- avverte- in un momento spesso delicato della loro vita. E questo ci mette molta ansia”.

A pagare “sono sempre le donne, che possono aspettare e passare in secondo piano- contesta l’operatrice- mentre la lotta alla violenza di genere dovrebbe avere un canale preferenziale, anche rispetto all’erogazione di fondi”. Una possibile soluzione al problema di quella che Piazzoli definisce “la precarietà dei centri antiviolenza, costretti ogni anno a scrivere progetti, partecipare a bandi, mentre i mesi scorrono”, potrebbero essere “le convenzioni pluriennali” che con una progettazione di lungo periodo potrebbero dare respiro a centri antiviolenza “che lavorano da anni sul territorio nazionale, come quelli della rete D.i.Re, e che ogni anno si ripresentano a firmare queste convenzioni”.

Altro tassello per garantire un corretto funzionamento del sistema dei finanziamenti, per l’attivista di ‘Libera…mente Donna’, “i controlli” sulla filiera che dal Dipartimento delle Pari Opportunità arriva agli enti locali, “perchè sappiamo bene che questi fondi non in Umbria, ma in altre regioni, spesso non arrivano. Noi stesse, quando il Comune di Terni è stato commissariato per dissesto siamo rimaste senza fondi e i 30mila euro del 2014 sono stati versati solo nel 2019”.

Un ritardo di ben cinque anni e a rimetterci, ancora una volta, “sono le donne perchè ogni volta che c’è un problema quello antiviolenza è il primo servizio che ci rimette. E anche questa è una manifestazione del patriarcato”. Problemi segnalati anche dalla presidente di D.i.Re, Lella Palladino, nel commento alla Dire sul Piano Operativo del Governo relativo al Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne (2017-2020) presentato lo scorso 18 luglio e ribaditi proprio ieri in una nota di solidarietà: “Esprimiamo la nostra massima solidarietà nei confronti dei centri antiviolenza umbri che fanno parte della rete D.i.Re e che si trovano in una gravissima situazione economica a causa del mancato pagamento dei contributi previsti a livello regionale- dichiara Palladino- I centri saranno costretti a interrompere ogni attività se entro il 10 agosto non ricevono quanto dovuto, e soprattutto se non avranno garanzie per il futuro- segnala- perché la situazione debitoria nei confronti delle banche, dei fornitori e delle operatrici rimaste da mesi senza stipendio è ormai diventata insostenibile.

Tutto questo avviene mentre il Governo annuncia il Piano operativo nazionale antiviolenza, che delega proprio alle Regioni il finanziamento dei centri antiviolenza. Sulla carta. Perché tutto è fermo. Ancora una volta- conclude- le promesse altisonanti del Governo si scontrano con una realtà che vede le donne vittime di violenza sempre più sole mentre i centri antiviolenza rischiano di chiudere”.

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