Più di 4 milioni di donne a rischio mutilazioni genitali, le spose bambine sono 650 milioni

I dati de 'Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell'uguaglianza di genere', il Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020 presentato da Unfpa-Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – I matrimoni di minori sono vietati in quasi tutto il mondo e sono considerati una violazione dei diritti umani. Eppure ogni giorno se ne verificano 33mila. Si calcola che oggi siano 650 milioni le donne e le ragazze sposate da bambine ed entro il 2030 a questa cifra se ne aggiungeranno altri 150 milioni. A dirlo è ‘Contro la mia volontà. Affrontare le pratiche dannose per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere’, il Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020 presentato oggi in contemporanea mondiale da Unfpa-Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione.

Il fenomeno riguarda principalmente le ragazze a causa di “stereotipi di genere e discriminazioni in base al sesso”. La paura delle violenze sessuali e dello stigma che le accompagna è uno dei fattori motivanti per i matrimoni precoci, la più diffusa tra le pratiche dannose che Unfpa si impegna a contrastare e ogni anno mette a rischio 12 milioni di bambine e ragazze.

Dannosi per il futuro e le opportunità delle ragazze, i matrimoni precoci hanno anche costi economici esorbitanti. Secondo le stime della Banca Mondiale, nei 12 Paesi in cui il fenomeno è più diffuso la perdita di capitale umano equivale a 63 miliardi di dollari tra il 2017 e il 2030. Eliminarla non solo porterebbe benefici allo sviluppo delle ragazze, ma anche alle comunità locali e ai Paesi in cui vivono. Se ci fosse un massiccio investimento sul contrasto al fenomeno dei matrimoni precoci, pari a 35 miliardi in dieci anni, la pratica potrebbe essere estirpata entro il 2030 in 68 nazioni.

UNA PRATICA DIFFUSA IN TUTTO IL MONDO 

Considerato come una violazione fondamentale dei diritti umani, che priva le giovani del diritto all’istruzione, alla salute e a ogni prospettiva futura, il matrimonio precoce si pratica in tutto il mondo ma è più diffuso nelle regioni povere e rurali e nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. È presente, in particolare, in Asia meridionale, Africa sub-sahariana, in alcune zone dell’America Latina e nei Caraibi.

A livello globale l’incidenza è di circa il 21%, in Asia meridionale sfiorava nel 1990 il 60%. L’area con maggiore incidenza oggi è l’Africa centrale e occidentale, al 40%, seguita dall’Africa orientale e meridionale, con il 34%. In America Latina e nei Paesi caraibici una ragazza su quattro è sposata o convive prima dei 18 anni d’età, in alcune zone si supera un terzo del totale. Nonostante gli enormi progressi dell’India, che ha contribuito a un calo del 50% dell’incidenza in Asia meridionale, è lì che si registra il maggior numero di matrimoni precoci ogni anno (4,1 milioni solo nel 2017), mentre nell’Africa sub-sahariana le stime parlano di 3,4 milioni. L’incidenza del matrimonio precoce è però in diminuzione in tutto il mondo.

SPOSE BAMBINE PIÙ POVERE E MENO ISTRUITE, ONERE PER FAMIGLIE

Il valore attribuito alla verginità e il timore della sessualità femminile, oltre a tradizione e obblighi sociali, favoriscono la decisione di forzare le ragazze a sposarsi molto giovani. Bassa istruzione e povertà, specie nei contesti rurali, favoriscono la pratica: le ragazze che hanno completato solo le scuole elementari hanno probabilità due volte maggiori di sposarsi o convivere rispetto a quelle che hanno raggiunto un livello di istruzione secondaria o superiore.

Di tutte le ragazze sposate prima dei 18 anni in India, il 46% proveniva dalla fascia di popolazione a minor reddito. Come pure il Niger, terzo Paese più povero al mondo. Lì solo il 17% delle ragazze completa le secondarie inferiori e l’84% della popolazione risiede in ambiente rurale, ma ben il 76% si è sposato prima dei 18 anni.
Le ragazze sono spesso viste come un onere finanziario che cresce all’avanzare dell’età, perché la dote da versare sarà maggiore, mentre, laddove esiste l’usanza di pagare per avere una sposa, la ragazza molto giovane può ottenere un prezzo superiore. La dote e il prezzo della sposa rappresentano, dunque, “una sorta di ‘mercificazione’ di donne e ragazze”, afferma Unfpa che ricorda come il fenomeno tenda a crescere “durante le crisi umanitarie provocate da disastri naturali o conflitti”.

CONSEGUENZE DEI MATRIMONI PRECOCI

Tra le conseguenze dei matrimoni precoci ci sono: abbandono scolastico, problemi di salute spesso legati alla gravidanza e al parto, violenze di genere, esclusione sociale che conduce a depressione, limitazione della libertà di movimento, pesanti responsabilità domestiche, gravidanze e parti precoci a cui spesso le ragazze non sono fisicamente o psicologicamente preparate.

Quasi il 95% dei parti di adolescenti avviene nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo e le complicanze legate a gravidanza o parto sono la prima causa di morte delle 15-19enni. Il matrimonio precoce, infatti, spesso costa la vita alle ragazze, con un rischio di morte materna superiore di circa il 28% tra le 15-19enni rispetto alle 20-24enni, con la fistola ostetrica tra le complicanze principali. Ma per le madri con meno di 18 anni aumentano anche i rischi di morte perinatale, insufficienza ponderale alla nascita, malattie gravi e morte nella prima e seconda infanzia. Inoltre, una donna che inizia a partorire prima, avrà anche più figli delle sue sorelle che si sposano più tardi.

Le spose bambine sono anche più soggette a violenza di genere: in tutto il mondo la percentuale di donne che nell’ultimo anno aveva subito violenze fisiche o sessuali era più alta tra le donne che si erano sposate minorenni (29%) rispetto a quelle sposate da adulte (20%). In India il 32% delle donne sposate da minorenni hanno avuto qualche esperienza di violenza fisica inflitta dai mariti, contro un 17% di quelle sposate dopo i 18 anni.

150 MLN DONNE MANCANO ALL’APPELLO PER SELEZIONE SESSUALE

Si stima che oggi nel mondo manchino all’appello circa 150 milioni di donne e bambine. La causa di questa assenza è da ricercare nella selezione sessuale realizzata prima e dopo la nascita, tra i modi più crudi in cui si esprime la preferenza per i figli maschi, una delle pratiche dannose per i diritti di donne e bambine analizzate da Unfpa nel Rapporto sullo stato della popolazione 2020.
Secondo il rapporto, il numero di ‘donne mancanti’ è più che raddoppiato negli ultimi 50 anni. Il ritmo è di quasi 1,2 milioni ogni anno. Uno squilibrio demografico che porta alla “compressione del matrimonio”, laddove i potenziali mariti sono di più delle potenziali mogli, fattore che rischia di aggravare i problemi legati a stupri, rapporti sessuali forzati, sfruttamento sessuale e matrimoni precoci. Essendo il prodotto di numerose forme di discriminazione di genere, può essere molto difficile misurare la portata e la gravità della preferenza per i figli maschi e, di conseguenza, formulare politiche e interventi in grado di affrontarla. Per approfondirne la comprensione si possono, però, studiare i dati demografici e i sondaggi dedicati alla famiglia.

LA MORTALITÀ DI BAMBINE E RAGAZZE, IL ‘CASO INDIA’

Alcuni studi hanno analizzato le statistiche di mortalità di ragazze e bambine, ma lo studio dell’intensità della selezione sessuale post-natale è ostacolata dalla mancanza di dati attendibili aggregati per sesso ed età nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo.
In base ad alcune analisi, l’India presenta il tasso più alto di eccesso di mortalità femminile, 13,5 ogni mille nate femmine, in base al quale, si legge nel rapporto, “si può stimare che una morte ogni nove delle bambine sotto i 5 anni si possa attribuire alla selezione sessuale post-natale”. Anche in Afghanistan, Bangladesh, Nepal e Pakistan l’eccesso di mortalità femminile riguarda quasi il 3% di tutte le bambine morte prima dei 5 anni. Questo indice è cresciuto in tutto il mondo dagli Anni 70 agli Anni 90, quando ha raggiunto il picco di circa 2 milioni ogni anno. La successiva diminuzione si spiega con la maggiore accessibilità delle ecografie prenatali e con l’aumento della selezione sessuale prenatale in base al genere.
In 15 Paesi o territori si sono verificati notevoli squilibri nel rapporto maschio/femmina alla nascita, con valori che vanno da circa 115 nati maschi ogni 100 femmine e livelli inferiori a 110 quando non vicini al rapporto naturale, che è di 105 o 106 nati maschi ogni 100 femmine. Cina e India rappresentano insieme tra il 90 e il 95% dell’intero numero stimato di nascite femminili mancanti ogni anno (tra 1,2 e 1,5 milioni) in tutto il mondo a causa della selezione sessuale prenatale per pregiudizi di genere. Negli ultimi vent’anni lo squilibrio ha mostrato una tendenza di ritorno alla normalità in diversi Paesi come Repubblica di Corea, Singapore, Vietnam, ma persistono gli squilibri regionali.

POSSIBILI SOLUZIONI

Quasi tutti i Paesi dove viene preferito il figlio maschio vietano gli aborti selettivi in base al sesso e molte sono le azioni intraprese dai governi, soprattutto in Asia, per informare l’opinione pubblica sull’impatto che decisioni in ambito riproduttivo prese dai nuclei familiari hanno sulla società nel suo complesso. Molti governi si sono impegnati anche nella lotta agli stereotipi di genere (Cina, India e Vietnam) e per la parità di donne e uomini.Per giungere a un’inversione di tendenza per Unfpa “cruciale è l’impegno dei singoli Stati. Le soluzioni- si legge nel Rapporto- vanno ricercate in approcci che non risultino né moralistici né coercitivi, bensì incoraggino comportamenti positivi e sostengano le donne e le bambine senza comprometterne i diritti riproduttivi. Cambiare è imperativo”.

NEL 2020 4,1 MLN DONNE E BAMBINE A RISCHIO MUTILAZIONI GENITALI

Solo nel 2020 sono ancora 4,1 milioni le donne e bambine che rischiano di subire Mutilazioni genitali femminili (Mgf): un numero molto grande che potrebbe crescere fino a 4,6 milioni entro il 2030. È quanto emerge dal Rapporto Unfpa sullo stato della popolazione 2020.

Le azioni per mettere fine alle Mgf stanno portando a una drastica riduzione di percentuali già in calo, ma, laddove la popolazione è in rapido aumento, cresce in termini assoluti anche il numero delle ragazze colpite. Si stima che le donne che hanno subito la pratica siano oggi circa 200 milioni in 31 Paesi. Donne che spesso soffrono anche in seguito, per la mancanza di strutture e servizi che rispondano alle loro esigenze.

COSA SONO LE MGF E DOVE SONO DIFFUSE

Le Mgf sono procedure invasive praticate su tessuti sani senza alcuna ragione terapeutica e consistono nella parziale o totale rimozione o lesione dei genitali esterni femminili in bambine e ragazze tra l’infanzia e i 15 anni di età. In circa 30 Stati una ragazza su tre tra i 15 e i 19 anni viene sottoposta a Mgf, una tendenza in calo se si pensa che alla fine degli Anni 80 la proporzione si attestava a una su due.
La pratica è presente in alcune zone del continente africano, ma è diffusa anche in Paesi come Iraq, Yemen e Indonesia, dove secondo una stima il 49% delle bambine entro gli 11 anni è stato sottoposto a Mgf. Le donne tra i 15 e i 49 anni sottoposte a Mgf sono l’1% in Camerun e Uganda, mentre arrivano al 90% e oltre in Egitto, Guinea, Gibuti e Mali. Casi di Mgf si verificano anche in Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Nuova Zelanda e nei Paesi Ue. Nel 2012 sul territorio statunitense erano presenti 513mila donne e bambine che avevano subito Mgf, nel 2015 erano 137mila in Inghilterra e Galles, in Australia nel 2017 vi sarebbero state sottoposte 50mila donne e ragazze.
Le Mgf sono di norma più diffuse tra le famiglie più povere appartenenti a contesti rurali: in Egitto colpisce il 90% delle donne residenti nelle campagne, contro il 77% delle abitanti delle aree urbane, così come in Mauritania oltre il 90% delle donne delle famiglie più povere a fronte del 35% di quelle più benestanti. Il trend si inverte in Burkina Faso, dove la diffusione riguarda il 18% delle famiglie più povere contro il 36% di quelle più ricche. Spesso, per sfuggire alle leggi che perseguono la pratica, donne e ragazze si spostano nei Paesi limitrofi. Su 22 Paesi che vietano per legge le Mgf solo tre prevedono clausole che criminalizzano la pratica anche oltre confine (Guinea Bissau, Kenya e Uganda).

I RISCHI PER LA SALUTE DELLE RAGAZZE

Le Mgf non comportano alcun beneficio per la salute. Anzi, posso avere diverse conseguenze negative e rappresentano “una forma di violenza di genere approvata dalla società”. Tra le complicanze, a volte letali, possono insorgere emorragie, infezioni (come quelle da Hiv), setticemia, e, nel lungo periodo, depressione, perdita del piacere e della funzionalità sessuale, infertilità, dolori e cicatrici invalidanti, disturbi dell’apparato urinario, complicanze ostetriche e perinatali.
Anche per limitare i danni cresce la frequenza della ‘medicalizzazione’ della pratica: si calcola che siano 52 milioni le donne e le ragazze che le hanno viste eseguire da medici, infermieri e levatrici. Ma “nessuna forma di Mgf- spiega Unfpa- può essere sicura”. Anzi, “eseguire la pratica in uno studio medico serve solo a normalizzarla e a indebolire gli sforzi per eliminarla”.

CRESCE L’OPPOSIZIONE ALLE MGF 

Ma L’opposizione alle Mgf è in aumento: negli ultimi 20 anni è raddoppiata la percentuale di donne e ragazze residenti nei Paesi a maggiore incidenza che ne chiedono l’abolizione. Su dieci colpite da Mgf, cinque pensano che la pratica dovrebbe essere abbandonata, con un’opposizione più forte tra le adolescenti. In 12 dei 19 Paesi per cui esistono dati sull’atteggiamento di uomini e ragazzi, oltre la metà degli intervistati è contrario alla sua prosecuzione.

PER ELIMINARLA ENTRO 2030 2,4 MILIARDI PER DIECI ANNI

Per mettere fine alle Mgf è necessario “operare un cambiamento nelle norme sociali”, da realizzare con un “approccio olistico che interagisca con famiglie, personalità autorevoli a livello locale, istituzioni e sistema politico”, spiega Unfpa. Fondamentale è accelerare i progressi, che pure ci sono stati. Gli interventi più efficaci per promuovere l’abbandono della pratica si sono dimostrati quelli finalizzati all’empowerment delle donne e ragazze e delle singole comunità locali.
Se aumentassero e fossero maggiormente finanziate le azioni, la pratica verrebbe abbandonata da 31 paesi entro il 2030. In particolare, servirebbero 2,4 miliardi di dollari l’anno per dieci anni per raggiungere questo obiettivo (il quinto dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile Onu 2030), di cui 2,1 andrebbero a programmi di prevenzione delle Mgf, 225 milioni a quelli di protezione e 130 milioni verrebbero spesi per assistenza medica e terapie.

 

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

30 Giugno 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»