1 Maggio, l’Italia in smart working: l’eredità positiva dell’emergenza coronavirus

Il 9% degli occupati, circa due milioni di persone, in queste settimane ha lavorato da casa con picchi dell'85% nella pubblica amministrazione
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ROMA – Tra le eredità che questa crisi senza precedenti lascerà al settoredel lavoro ce ne è forse solo una che gli italiani sono pronti ad accogliere con favore: lo smart working. Aziende e Pa ne hanno fatto ricorso a massicce dosi evitando così di lasciare a zero la produttività durante il severo lockdown imposto a livello nazionale.

Il 9% degli occupati, circa due milioni di persone, in queste settimane ha lavorato da casa. Nella pubblica amministrazione si è raggiunto il dato record dell’85% con picchi oltre il 90% in 4 regioni.

Merito anche del DPCM del 11 marzo che ha raccomandato il massimo utilizzo di modalità di lavoro agile e de Protocollo anti Covid-19 negli ambienti di lavoro che le Parti Sociali hanno siglato 3 giorni dopo. In ogni caso l’esperimento ha funzionato talmente bene che già molti pensano a come rendere permanente questo salto in avanti nella cultura del lavoro che in tempi normali avrebbe richiesto anni.

C’è la benedizione della ministra della Pubblica amministrazione, Stefania Dadone, che ha descritto il lavoro agile come “una rivoluzione non solo in termini organizzativi ma anche operativi e logistici direttamente connessi con un risparmio della spesa amministrativa e una riduzione dell’impatto ambientale”.

C’è il pollice in sù dei dipendenti che, secondo una recente ricerca di Nomisma, per il 56% sarebbero felici di lavorare da casa anche dopo l’emergenza sanitaria ma solo qualche giorno al mese. C’è l’interesse delle imprese private che già prima che il Covid-19 paralizzasse il mondo facevano registrare un incremento costante, seppur basso rispetto ad altri Paesi europei, di ricorso a forme di lavoro agile.

Un’indagine di Eurostat relativa al 2019 ci mette(va) infatti al 22esimo posto in europa con soli 3,6% di dipendenti in modalità ‘lavoro da casa’, con in cima i Paesi Bassi al 14%. Un gap che probabilmente diminuirà dopo l’emergenza. Ciò dipenderà dalla capacità delle aziende pubbliche e private di organizzarsi per facilitare il cambiamento.

I candidati a primi della classe non mancano: Roma Capitale, ad esempio, tramite l’assessore al Personale del Comune di Roma, Antonio De Santis, ha fatto sapere che “probabilmente sara’ stabilito che, obbligatoriamente, anche passata l’emergenza, il 30% del personale tecnico amministrativo, quindi circa 3.500 persone, dovra’ essere collocato in smart working attraverso un modello ancora in fase di costruzione“.

Mentre nel privato saranno probabilmente le big ad assumere un ruolo guida, come già avveniva prima del Covid-19. Bisognerà però capire se il lavoro agile funzionerà anche quando non sarà più la conseguenza di una costrizione e se riuscirà a giocare il ruolo che più gli si addice, essere il perno di una rivoluzione nella cultura del lavoro . Anche perche’ la più precisa definizione di smart working  fa scivolare ciò si è sperimentato in queste settimane in un’altra categoria, quella del ‘home working‘.

In molti, infatti, hanno ricordato che lo smart working prevede nuove organizzazioni e nuove modalita’ di lavoro, anche al di fuori dell’azienda. Sostanzialmente e’ un accordo basato sulla fiducia e sul confronto sui risultati, che diventano il fondamento retributivo, scalzando l’orario di lavoro, finora considerato elemento principale di ogni contrattazione.

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30 Aprile 2020
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