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Migranti, sos dal Cas Bologna: “Camerate da 12 e mai un tampone”

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Una lettera diffusa dal Coordinamento migranti e rivolta alle coop Arca di Noè e Open Group, alla Prefettura, al Comune e alla cittadinanza descrive condizioni di costante pericolo di contagio, episodi di razzismo e situazioni di forte disagio all'interno del campo
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BOLOGNA – “Viviamo in camerate, o container, con poca areazione, che ospitano oltre 12 persone. Non viene mai misurata la temperatura, né a migranti né a operatori che entrano ed escono dal centro continuamente, di giorno e di notte”. Sono solo due delle circostanze segnalate dagli ospiti del Cas di via Mattei di Bologna, tramite una lettera diffusa dal Coordinamento migranti e rivolta alle coop Arca di Noè e Open Group, alla Prefettura, al Comune e alla cittadinanza.

In più di 200 viviamo ammassati nello stesso campo”, si legge nella lettera: “Siamo sfruttati da agenzie e cooperative nei magazzini della logistica, come quelli dell’Interporto, oppure lavoriamo come riders. Altri di noi non hanno lavoro e non vedono davanti a sé alcuna prospettiva”. Tutto questo in condizioni che sono “enormemente peggiorate” con la pandemia, scrivono i migranti. “Una sola volta ci hanno fatto un tampone senza dire alla città e alla stampa quanti di noi erano positivi. Non sappiamo chi di noi è positivo al Covid-19, viviamo tutti costantemente esposti al pericolo del contagio e non sappiamo se e quando verremo vaccinati”, continua la lettera. In base a quanto riportato nel testo, “spesso capita che, nonostante la presenza di un medico, chi sta male o si ferisce venga lasciato solo, senza cura o assistenza. Molti di noi non hanno medico di base né un codice fiscale e non hanno quindi la possibilità di curarsi come si deve”. Inoltre, chi va dal medico della struttura “poi deve recarsi in farmacia o negli ospedali pagando le cure di tasca propria, senza possibilità di riduzioni. Chi non lavora non può permettersi nemmeno un biglietto dell’autobus per raggiungere medici e ospedali. Molto spesso ci viene dato del cibo insufficiente e cattivo”.

Per quanto riguarda la scuola, questa “dovrebbe essere un servizio garantito e gratuito per tutti gli ospiti, invece chi vuole andarci deve pagare 20 euro, oltre al trasporto, sottratti dal suo pocket money. Inoltre- continua la lettera- a chi ha più di 35 anni viene negata la possibilità di andare a scuola. Come se non bastasse, non a tutti è data l’opportunità di frequentare i corsi di italiano“. Quando è possibile farlo gratuitamente, poi, “abbiamo difficoltà perché le classi sono in Dad e il centro è completamente sprovvisto di computer e aule idonee”, lamentano i migranti.

Nella lettera, poi, si afferma che “ogni giorno dentro al campo ci sono episodi di razzismo. Spesso gli operatori ci chiamano con il nostro codice invece che con il nome e a volte entrano nelle nostre stanze per frugare dentro i nostri zaini e valigie, mentre siamo assenti e a nostra insaputa”. Però, mandano a dire i migranti, “non siamo schiavi. Quindi: pretendiamo di essere chiamati con il nostro nome. Pretendiamo che ci sia rispetto delle nostre persone e dei nostri oggetti”. Infine, tra gli altri temi segnalati nella lettera gli ospiti del Cas riferiscono che “un minore non accompagnato, che avrebbe dovuto sostare nel centro solo temporaneamente, è ospite del Mattei da settimane, nelle condizioni che abbiamo descritto. Pretendiamo che il ragazzo sia mandato in una struttura apposita per minori”. I migranti chiudono la lettera sottolineando che “molte volte abbiamo denunciato la situazione del Mattei, troppe volte le nostre parole sono cadute nel vuoto, anche da parte di chi aveva promesso di ascoltarle”. Quindi, “basta con annunci e promesse: vogliamo risposte subito. Al Mattei la misura è colma, non c’è più spazio per le promesse”, scrivono i migranti.

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